Orzowei

Nel 1977 la Rai mandò in onda uno sceneggiato che si intitolava Orzowei il figlio della savana, all’epoca ottenne un ottimo riscontro da parte del pubblico e attraversò un periodo di grande popolarità.

Qualcuno forse ricorderà quel ragazzo dal taglio di capelli abbastanza orrendo che indossava una collana con un dentone e un vestito di pelle di leopardo, o forse ne rammenterà la sigla con una canzone cantata dagli Oliver Onions contraddistinta dalle sonorità di quegli anni.

Forse però non tutti ricordano, o sanno, che quella serie era tratta da un romanzo scritto nel 1955 da Alberto Manzi il maestro che nella televisione degli anni 60  davanti a una lavagna cercava di contrastare l’analfabetismo diffuso in Italia tenendo delle vere e proprie lezioni di scuola primaria. Una sorta di scuola serale per allievi non più piccoli, che la tv propose per otto anni nel programma chiamato Non è mai troppo tardi.

La storia che racconta in questo libro per ragazzi, ma non solo per loro, contiene quello stesso spirito istruttivo che lo aveva portato a creare e presentare quella trasmissione sulla Rai. Anche in questo caso lo scopo è insegnare qualcosa al lettore, trasmettendo un chiaro messaggio di uguaglianza e di rispetto tra i popoli il cui concetto cardine è la normalità della diversità.

Attraverso le vicissitudini del giovane protagonista Isa, soprannominato Orzowei, l’autore mostra l’incapacità degli esseri umani di accettare e rispettare le differenze etniche, il rifiuto ad abbandonare i bestiali istinti di prevaricazione e l’atavica ricerca di un nemico da abbattere. È dunque questa una storia di razzismo, e sul razzismo, e dell’incessante conflitto tra i popoli che pur attraversando le epoche e le più disparate circostanze eternamente affliggono il cammino dell’umanità con le loro guerre, repressioni e tentativi di supremazia gli uni sugli altri.

Orzowei significa “trovato” perché Isa era un bianco orfano e senza radici cresciuto in una tribù sudafricana, destinato dunque a muoversi tra le varie genti perché potenzialmente apparentemente a tutti ma alla fine respinto da ogni gruppo umano poiché di nessuno.

Cresciuto tra i neri come un diverso seppur amato come un figlio dal vecchio bantù Pao che lo convince a tornare tra i bianchi perché quella è la sua origine, viene ripudiato anche dai bianchi che lo considerano proprio per la sua provenienza un selvaggio. La sua infelice sorte è dunque quella di essere considerato e visto come un eterno intruso, simbolo del “diverso”. Questa condizione diventa però per lui anche occasione di crescita e la sua è anche una storia di di accettazione di sé e di lotta alla conquista di un proprio posto in quel mondo ostile che lo circonda fatto di predominio e violenza.

Dalla lettura di questo racconto ciò che emerge come morale conclusiva è senza dubbio l’importanza della convivenza pacifica e del rispetto dell’altro, ciò che resta è una vicenda che non si può smettere di narrare.

Un libro da leggere e rileggere, ancor di più in tempi come i nostri nei quali abbiamo ancora tanto da riflettere sulla diversità come ricchezza. E per poter comprendere che su questo pianeta esiste un’unica razza, quella umana.

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Per i nostalgici o per i curiosi, la sigla cantata dagli Oliver Onions:

 

Duecento anni di “Infinito” (1819-2019)

La bellezza e la nota distintiva di certa poesia consiste anche nella sua incredibile capacità di essere eterna.

Così come accade con altre forme artistiche, da un bramo musicale a una pellicola cinematografica, esistono opere capaci di rinnovarsi a ogni lettura, a ogni sguardo, a ogni ascolto, attraversando gli anni e la storia, le epoche e le generazioni, facendosi ogni volta riscoprire e amare.

La poesia ha una speciale forza dirompente perché è un’espressione letteraria che riesce a impiegare le parole in modo particolarmente creativo ed evocativo, in forma breve ma che porta lontano, in modo lieve ma profondissimo. Può fare riflettere, può destare, può confortare, colpisce e agisce sulle emozioni di chi legge con l’immediatezza dell’immagine di un dipinto.

Giacomo Leopardi scrisse L‘infinito nel 1819 quando era poco più che adolescente, pieno di curiosità e brama di vivere tipico dell’età della giovinezza, quando si è dominati dall’appassionato desiderio di avventurarsi in quel mondo sconosciuto che il poeta poteva solo immaginare oltre quel colle che si estendeva come suo unico orizzonte.

Sono trascorsi duecento anni e ancora oggi quel pensiero senza tempo e spazi, quel bisogno di conoscere e di scoprire, quel desiderio di andare via , quell’irrequietezza di vivere e quel timore che ci assale dinanzi all’affascinante immensità dell’universo, non cessano di parlarci, di stupirci, di toccarci dentro.

Una lirica che è divenuta immortale, un testo denso di significati e infinito come il suo titolo.

Per ascoltarla attraverso la voce di Elio Germano, da Il Giovane Favoloso di Mario Martone..

https://www.youtube.com/watch?v=yEQFZMiPFZ8

Gli elzeviri di Caparezza

Con questo termine, “elzeviri”, Stefano Pistolini in un interessante articolo sui cambiamenti musicali e sociali pubblicato sul Il Venerdì di Repubblica del 13 ottobre 2017 dal titolo A ogni generazione la sua musica ribelle, ha così definito le composizioni di Caparezza.

Un appellativo che ho trovato particolare e pertinente, in quanto credo possa effettivamente tratteggiare l’opera anche di scrittura di questo singolare artista di Molfetta. Poiché se certamente la musica è elemento fondante delle sue creazioni, altrettanto lo è la parola che l’attraversa e la sostiene.

Quindi seppur Prisoner 709, il suo nuovo e recente lavoro non si tratti di un libro, ritengo meriti considerazione anche dal punto di vista letterario proprio per l’articolato lavoro di scrittura che c’è dentro. Perché con questo eclettico e innovativo musicista- paroliere o musichiere-parolista, spesso le forme di espressione artistica si fondono e si confondono. In questo senso questo è un disco che si può leggere o un libro che si può ascoltare.

Esiste alla base della sua composizione musicale una meticolosa struttura narrativa, come del resto è caratteristica del suo stile, con un prologo, uno svolgimento ed un epilogo. Le tracce musicali sono come i capitoli di un racconto, la prigionia mentale del protagonista e le varie forme che la psiche umana può generare, con i loro titoli e sottotitoli che li presentano e li definiscono. Una costruzione anche letteraria dunque ben organizzata e approfondita, supportata e raccolta da una singolare cornice numerologica che si estende attraverso il confronto e il conflitto tra due parole composte dal numero 7 e dal numero 9. Due voci diverse che si raffrontano e si contrastano, determinando due realtà opposte, due facce e quindi anche due possibilità, due scelte, due strade da percorrere.

Una riflessione intimistica, una visione introspettiva in musica ricca di citazioni, rimandi alla cultura, all’attualità e che sprona l’ascoltatore a diventare necessariamente anche lettore e non un lettore passivo. Poiché in colui che ascolta e che legge il testo scaturisce l’esigenza di inseguire le origini, i significati delle parole e dei richiami che in esso vi incontra, attraverso  dunque la stessa azione di lettura e persino di ricerca che un libro può offrire.  Perché per comprendere appieno la realizzazione di insieme di questo disco è indispensabile leggerne i testi, conoscerne gli echi e soffermarsi più volte sulle parole, sulle rime, sull’ironia che le riveste e che diverte, andando oltre l’orecchiabile ritornello che si sente alla radio e ancora di più se “ti fa stare bene”.