Le streghe sono tornate. Halloween e la vigilia di Ognissanti

Anche quest’anno puntuale è arrivata l’invasione…. zucche, ragnetti, scheletri e fantasmi malignamente sorridenti ci braccano ovunque transitiamo e ci guardano da ogni angolo appena ci voltiamo.

Tutti gli esercizi commerciali si colorano di nero e arancione con decorazioni a tema “halloweeniano” in un’onda rumorosa che coinvolge le vetrine dei negozi, l’interno dei locali e dei supermercati, e persino le scuole non ne restano immuni. Questa festività statunitense di fine ottobre che vedevamo solo nei film, pare oramai diventata irrinunciabile anche da noi in questo periodo dell’anno.

Eppure nelle diverse regioni italiane esistevano già antiche ricorrenze dedicate alla celebrazione dei santi e dei defunti. Dolcetti peculiari legati alla cultura gastronomica del territorio spesso chiamati “anime dei morti” si preparavano e si consumavano proprio in quei giorni insieme alla pratica di usanze dedicate alla celebrazione della notte del passaggio, del contatto tra la terra e il cielo, dell’incontro tra il mondo dei vivi e quello dei defunti e che oggi sembra disperdersi e amalgamarsi con altro senza più un’identità riconoscibile, cedendo il posto a Dracula e la famiglia Addams nel calderone gigante delle stregonerie del consumismo.

Tutti a comprare i cappellini da strega e i dolcetti con i volti di zucche sorridenti sulla confezione. Insomma forse dobbiamo prendere coscienza di questa mutazione, noi che Halloween lo leggevamo solo nei Peanuts o lo vedevamo unicamente al cinema considerandolo come un qualcosa di estraneo e lontano, e rassegnarci al fatto che ci sono nuove generazioni che stanno davvero crescendo con “dolcetto e scherzetto”!

Se la notte del 31 Ottobre però non abbiamo una festa imperdibile in qualche locale di tendenza a cui accorrere truccati da vampiro o da zombie, e se vogliamo goderci un po’ di contatto con il soprannaturale, con l’ignoto, con altre dimensioni immaginarie possiamo magari calarci nelle affascinanti atmosfere gotiche di Il mistero di Sleepy Hollow di Tim Burton, oppure lasciarci trasportare altrove seguendo le anime trapassate e tormentate di Charles Williams nelle pagine del suo libro La  vigilia di Ognissanti, degno di essere scoperto o riscoperto. Forse è meglio cedere alle fantasiose “stregonerie” cinematografiche e letterarie, che cadere in quelle fin troppo tangibili dei meccanismi commerciali.

“Women painters. Quattro secoli di arte al femminile”

“Libertà e pienezza di espressione sono l’essenza dell’arte”, così scriveva Virginia Woolf nel saggio Una stanza tutta per sé pubblicato nel 1929 con il quale la scrittrice, attraverso un accurato lavoro di studio e di ricerca dedicato alla presenza femminile nella storia della produzione letteraria, individuava nella privazione dei mezzi e nella scarsa considerazione intellettuale in cui le società del passato avevano condannato e destinato le donne, i motivi dell’immensa assenza o della loro limitata partecipazione alla creazione artistica.

Un talento, un genio, non può manifestarsi, nemmeno rivelarsi e prendere consapevolezza della propria esistenza se viene privato degli strumenti di conoscenza, delle possibilità di formazione e arricchimento culturale, senza essere libero di esprimersi e di germogliare. Se rivolgiamo uno sguardo ai tempi più remoti infatti, al patrimonio culturale lasciatoci, troveremo in ogni settore artistico e non solo, proprio questa enorme lacuna.

La mancanza del contributo femminile di cui abbiamo testimonianza deriva però non solo da una effettiva difficoltà di intervento all’interno delle società e civiltà del passato, ma anche per una volontaria esclusione dalla memoria storica di quelle poche voci che in quelle epoche hanno cercato di esprimersi.

È esattamente questo aspetto a essere proposto e analizzato nell’interessante documentario francese  Women painters. Quattro secoli di arte al femminile realizzato da Manuelle Blanc e trasmesso in tv su Rai5 (facilmente ancora rintracciabile sul sito online della Rai).

Un’eccellente inchiesta inerente il contributo femminile nell’ambito della produzione pittorica, che ci permette di comprendere e conoscere in modo approfondito ed esaustivo la ragioni per le quali i musei, le meravigliose strutture architettoniche che abbelliscono le nostre città, i numerosi libri di storia dell’arte pubblicati nel tempo siano colmi di opere e autori maschili mentre di artiste donne non riportino traccia alcuna. Si può erroneamente pensare che il numero o la partecipazione fossero così irrilevanti e quasi inesistenti da averne determinato un’esclusione anche storica, ma questa indagine dimostra invece che sin dal Rinascimento qualche fermento, qualche scintilla artistica al femminile avesse invece trovato delle vie di espressione e rivela quanto l’esserne venuti a conoscenza sia frutto di un’impegnativa e complessa operazione di ricerca, proprio per la volontaria estromissione di tali tracce dalla memoria storica del patrimonio artistico. Questo documentario ha infatti il merito non solo di aver ridato vita, dignità e considerazione a pittrici dimenticate ma anche di avere rivelato le vere ragioni di tale oblio.

Un racconto storico e artistico interessante, rigoroso e istruttivo quello offerto, racchiuso inoltre all’interno di un’originale cornice formale composta da didascalie visivamente molto particolari, presentate attraverso un affascinante gioco di luci, forme e colori.

Carta (in)canta

Siamo così certi che il tempo del libro cartaceo sia davvero scaduto? Possiamo immaginare con certezza un futuro fatto esclusivamente di monitor e di click?

Il digitale è indubbiamente pratico, è comodo, è immediato, ci segue e insegue ovunque senza gravarci sulle spalle (forse talvolta sulle tasche), però ciò che lascia è un rapporto alla fine asettico con la lettura. Un e-book lo puoi tenere facilmente con te e lo puoi leggere quando vuoi (facendo attenzione però a non scordare di ricaricare lo smartphone o il kindle!), ma il tipo di scambio che ti offre è esclusivamente quello effimero del momento che passa.

E’ evidente che la lettura digitale non poteva diffondersi e trovare linfa vitale che in un’epoca come la nostra, e non solo per l’evoluzione tecnologica che caratterizza i nostri tempi ma soprattutto credo per un aspetto più sociologico della civiltà odierna. Non è così difficile rilevare quanto essa sia indirizzata e influenzata da una  sorta di frenesia consumistica dove tutto si usa e si dimentica, e dove la dimensione temporale non trova più spazio se non nel concetto di riduzione. Risparmiare tempo, non avere tempo è il dettame comune che condiziona ormai le nostre vite, lo schiacciamo come una bottiglia di plastica nel contenitore dei rifiuti per rimpicciolirlo il più possibile. Ma fino a che punto il virtuale può farci risparmiare tempo e spazio? E’ sempre così necessario e più vantaggioso questo risparmio?

A un e-book possiamo accedervi con facilità e rapidità, ma non sarà mai veramente qualcosa che possediamo come un libro cartaceo, perché come oggetto reale semplicemente non esiste. Inoltre una fetta enorme, incalcolabile, di produzione letteraria rimasta sul nostro pianeta da secoli non potrà mai trovare spazio nel digitale, e selezionarne una piccola parte per sacrificarne tutto il resto destinandolo a impolverarsi nell’oblio sarebbe un atto di regressione culturale immenso. Ben lontano dunque da qualsiasi effettiva forma di “modernità” o di “progresso”.

Gli elzeviri di Caparezza

Con questo termine, “elzeviri”, Stefano Pistolini in un interessante articolo sui cambiamenti musicali e sociali pubblicato sul Il Venerdì di Repubblica del 13 ottobre 2017 dal titolo A ogni generazione la sua musica ribelle, ha così definito le composizioni di Caparezza.

Un appellativo che ho trovato particolare e pertinente, in quanto credo possa effettivamente tratteggiare l’opera anche di scrittura di questo singolare artista di Molfetta. Poiché se certamente la musica è elemento fondante delle sue creazioni, altrettanto lo è la parola che l’attraversa e la sostiene.

Quindi seppur Prisoner 709, il suo nuovo e recente lavoro non si tratti di un libro, ritengo meriti considerazione anche dal punto di vista letterario proprio per l’articolato lavoro di scrittura che c’è dentro. Perché con questo eclettico e innovativo musicista- paroliere o musichiere-parolista, spesso le forme di espressione artistica si fondono e si confondono. In questo senso questo è un disco che si può leggere o un libro che si può ascoltare.

Esiste alla base della sua composizione musicale una meticolosa struttura narrativa, come del resto è caratteristica del suo stile, con un prologo, uno svolgimento ed un epilogo. Le tracce musicali sono come i capitoli di un racconto, la prigionia mentale del protagonista e le varie forme che la psiche umana può generare, con i loro titoli e sottotitoli che li presentano e li definiscono. Una costruzione anche letteraria dunque ben organizzata e approfondita, supportata e raccolta da una singolare cornice numerologica che si estende attraverso il confronto e il conflitto tra due parole composte dal numero 7 e dal numero 9. Due voci diverse che si raffrontano e si contrastano, determinando due realtà opposte, due facce e quindi anche due possibilità, due scelte, due strade da percorrere.

Una riflessione intimistica, una visione introspettiva in musica ricca di citazioni, rimandi alla cultura, all’attualità e che sprona l’ascoltatore a diventare necessariamente anche lettore e non un lettore passivo. Poiché in colui che ascolta e che legge il testo scaturisce l’esigenza di inseguire le origini, i significati delle parole e dei richiami che in esso vi incontra, attraverso  dunque la stessa azione di lettura e persino di ricerca che un libro può offrire.  Perché per comprendere appieno la realizzazione di insieme di questo disco è indispensabile leggerne i testi, conoscerne gli echi e soffermarsi più volte sulle parole, sulle rime, sull’ironia che le riveste e che diverte, andando oltre l’orecchiabile ritornello che si sente alla radio e ancora di più se “ti fa stare bene”.

Miele

Miele è il nome scelto da Irene per accompagnare forse con dolcezza alla fine della vita tutti quei pazienti malati terminali, che in piena consapevolezza hanno deciso di interrompere la propria esistenza. Persone che si sono a lei rivolte per ottenere un aiuto al di fuori di una legalità indifferente.

La morte e la scelta di morire sono dunque il tema portante di questo film, che ha il pregio non solo di orientare l’attenzione verso questo delicato argomento, ma che riesce nel non facile compito di farlo in punta di piedi senza cadere nel giudizio, senza invadere, senza scadere nel patetico. Uno sguardo lucido ma emotivamente partecipe quello offerto dalla regista Valeria Golino che per la prima volta si cimenta dietro la macchina da presa, e con notevole capacità, ispirandosi al romanzo A nome tuo di Mauro Covacich del 2011 e realizzando un film duro e soave allo stesso tempo.

Quello stesso sguardo che si ritrova negli occhi di Irene-Miele, quando si ferma in rispettoso silenzio sulla soglia della porta della stanza dei suoi pazienti nel momento della loro dipartita. Ormai liberati della loro sofferenza e del loro supplizio di cui lei in qualche modo però finisce per farsi carico, che si ritrova a raccogliere e ad accumulare dentro di sé nel tempo e che non può condividere con nessuno, imprigionata nella solitudine della sua scelta di vita.

Un’estraneità e un isolamento dal resto del mondo splendidamente raccontati anche attraverso la componente musicale che accompagna in molti momenti le immagini del film, svolgendo un ruolo attivo e non di semplice sottofondo. Il brano Stranger di Christian Rainer che Irene ascolta a volume altissimo attraverso un paio di auricolari, è capace di trasmettere e rivelare il suo stato d’animo più di ogni altra parola o inquadratura.

Degna di nota anche l’intensa interpretazione di Jasmine Trinca nel ruolo della protagonista, e di Carlo Cecchi l’ingegnere disincantato con cui Irene instaura un rapporto e un legame umano inaspettato e che risveglia in lei il suo tormento sopito.

Contratiempo

Non un semplice contrattempo quello indicato nel titolo, un vero e proprio imprevisto destinato a cambiare per sempre la vita non solo del protagonista accusato di omicidio, ma anche quella di tutti gli altri personaggi involontariamente coinvolti. Tra di essi vi sono coloro che rappresentano in qualche modo due fazioni, la difesa e l’accusa del protagonista, interpretati in modo eccelso da Ana Wagener e José Coronado.

La trama appena accennata non ha qualcosa di particolarmente innovativo e non presenta niente di straordinario di per sé, ma senza dubbio l’originalità e l’elemento magnetizzante di questo thriller spagnolo, scritto e diretto da Oriol Paulo nel 2016, consiste nella scelta del modo di raccontarla.

La storia non si sviluppa in una forma immediata e semplice, non ci sono quelle scene frenetiche e ricche di azione con cui si cerca di ubriacare lo sguardo dello spettatore mitragliandolo di immagini sin dall’apertura del film, a cui un certo cinema odierno ci ha abituato. In questo caso si cerca invece di conquistare quello sguardo utilizzando altri strumenti, attirandolo verso gli avvenimenti che si vuole raccontare e mostrandoli a piccole dosi, attraverso l’intrecciarsi di flashback, di ricordi, di versioni e punti di vista differenti. E’ proprio la lentezza e la dilatazione della dimensione temporale  a caratterizzare la narrazione di questo film. La verità che si cela dietro ogni racconto, ogni personaggio, si rivela a frammenti fino a svelarsi al suo completo solo nel finale a cui si arriva senza guardare l’orologio.

La regia sa riecheggiare, e con maestria, la migliore cinematografia statunitense del genere e sin dalle prime immagini il film riesce a rendersi avvincente e a conquistare l’attenzione del pubblico. L’inizio è già ricco di suspense, di attesa, di tensione e nel guardare la macchina da presa che insegue una donna elegante di spalle mentre entra in un lussuoso edificio, non si può che ricordare il miglior Hitchcock che ci accompagna lentamente e in silenzio dentro la storia che si sta per raccontare.

L’ipnotista

Un thriller svedese di Lasse Hallström tratto dal best-seller omonimo di Lars Kepler pubblicato nel 2010, che avrebbe dovuto rappresentare la Svezia ai Premi Oscar del 2013 ma non arrivò in finale e forse non è così complesso ricercarne i motivi.

Seppur abbia certamente dei pregi da un punto di vista estetico ed interpretativo, accattivante la fotografia e intrigante la parte iniziale, la trama però è davvero eccessiva nel suo intreccio. Forse nel libro a cui fa riferimento appare meno inverosimile e più avvincente, ma nel film il suo dipanarsi finisce per smarrirsi in un insieme di incongruenze e situazioni assolutamente poco credibili. Non c’è un briciolo di logica nel susseguirsi di eventi che vogliono essere palesemente di effetto e fungere da colpo di scena, ma il risultato è che appaiono assurdi e alla fine si rimane con unica domanda nella testa: perché?

(Spoiler)

Perché una tizia con alle spalle anni e anni in una struttura psichiatrica svolge del tutto indisturbata il mestiere di infermiera in un ospedale? Perché rapisce il figlio dello psicologo se il suo, quello biologico, lo aveva già ritrovato? Perché mai una persona che vive in una casa isolata intorno a un lago ghiacciato dovrebbe avere come mezzo di trasporto un pullman? Proprio un pullman, e lungo tre metri!!

Sono molti gli aspetti al limite del ridicolo di cui è infarcito il film, come il ragazzino-omicida finito in coma che parla durante l’ipnosi e si alza tranquillamente dal letto per compiere i suoi atti criminali come  se nulla fosse, o come il poliziotto che dalla centrale di polizia decide di raggiungere il luogo dove è stata localizzata la casa in affitto della psicopatica, solo con i genitori del bambino rapito. Con quei due, mica con altri agenti addestrati e armati con cui affrontare la situazione!  Non solo, quando arriva sul posto si fa colpire con il fucile ma non all’improvviso, in quel caso il malcapitato non avrebbe nemmeno avuto tanta responsabilità. Bensì dopo aver parlato per mezz’ora con la squilibrata e aver avuto tutto il tempo di spararle un colpo di pistola per fermarla. Sarebbe addestrato per quello, a differenza della poveretta dalle rotelle fuori posto. Ma no, non si poteva, sarebbe stato più logico senza dubbio ma così il film avrebbe raggiunto prima la sua conclusione e senza poter imbastire l’astrusa scena finale del pullman caduto nel lago e il rocambolesco tentativo di salvataggio.

Indubbiamente si tratta di finzione cinematografica che vuole in questo caso intrattenere e nulla più, però delle volte anche la trovata narrativa ha bisogno di un briciolo di senso che la supporti, perché se si vuole creare un certo effetto emotivo nello spettatore non sempre basta caricarlo con scene d’azione e di tensione se l’assurdo che corre al loro fianco arriva prima.