Contratiempo

Non un semplice contrattempo quello indicato nel titolo, un vero e proprio imprevisto destinato a cambiare per sempre la vita non solo del protagonista accusato di omicidio, ma anche quella di tutti gli altri personaggi involontariamente coinvolti. Tra di essi vi sono coloro che rappresentano in qualche modo due fazioni, la difesa e l’accusa del protagonista, interpretati in modo eccelso da Ana Wagener e José Coronado.

La trama appena accennata non ha qualcosa di particolarmente innovativo e non presenta niente di straordinario di per sé, ma senza dubbio l’originalità e l’elemento magnetizzante di questo thriller spagnolo, scritto e diretto da Oriol Paulo nel 2016, consiste nella scelta del modo di raccontarla.

La storia non si sviluppa in una forma immediata e semplice, non ci sono quelle scene frenetiche e ricche di azione con cui si cerca di ubriacare lo sguardo dello spettatore mitragliandolo di immagini sin dall’apertura del film, a cui un certo cinema odierno ci ha abituato. In questo caso si cerca invece di conquistare quello sguardo utilizzando altri strumenti, attirandolo verso gli avvenimenti che si vuole raccontare e mostrandoli a piccole dosi, attraverso l’intrecciarsi di flashback, di ricordi, di versioni e punti di vista differenti. E’ proprio la lentezza e la dilatazione della dimensione temporale  a caratterizzare la narrazione di questo film. La verità che si cela dietro ogni racconto, ogni personaggio, si rivela a frammenti fino a svelarsi al suo completo solo nel finale a cui si arriva senza guardare l’orologio.

La regia sa riecheggiare, e con maestria, la migliore cinematografia statunitense del genere e sin dalle prime immagini il film riesce a rendersi avvincente e a conquistare l’attenzione del pubblico. L’inizio è già ricco di suspense, di attesa, di tensione e nel guardare la macchina da presa che insegue una donna elegante di spalle mentre entra in un lussuoso edificio, non si può che ricordare il miglior Hitchcock che ci accompagna lentamente e in silenzio dentro la storia che si sta per raccontare.

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L’ipnotista

Un thriller svedese di Lasse Hallström tratto dal best-seller omonimo di Lars Kepler pubblicato nel 2010, che avrebbe dovuto rappresentare la Svezia ai Premi Oscar del 2013 ma non arrivò in finale e forse non è così complesso ricercarne i motivi.

Seppur abbia certamente dei pregi da un punto di vista estetico ed interpretativo, accattivante la fotografia e intrigante la parte iniziale, la trama però è davvero eccessiva nel suo intreccio. Forse nel libro a cui fa riferimento appare meno inverosimile e più avvincente, ma nel film il suo dipanarsi finisce per smarrirsi in un insieme di incongruenze e situazioni assolutamente poco credibili. Non c’è un briciolo di logica nel susseguirsi di eventi che vogliono essere palesemente di effetto e fungere da colpo di scena, ma il risultato è che appaiono assurdi e alla fine si rimane con unica domanda nella testa: perché?

(Spoiler)

Perché una tizia con alle spalle anni e anni in una struttura psichiatrica svolge del tutto indisturbata il mestiere di infermiera in un ospedale? Perché rapisce il figlio dello psicologo se il suo, quello biologico, lo aveva già ritrovato? Perché mai una persona che vive in una casa isolata intorno a un lago ghiacciato dovrebbe avere come mezzo di trasporto un pullman? Proprio un pullman, e lungo tre metri!!

Sono molti gli aspetti al limite del ridicolo di cui è infarcito il film, come il ragazzino-omicida finito in coma che parla durante l’ipnosi e si alza tranquillamente dal letto per compiere i suoi atti criminali come  se nulla fosse, o come il poliziotto che dalla centrale di polizia decide di raggiungere il luogo dove è stata localizzata la casa in affitto della psicopatica, solo con i genitori del bambino rapito. Con quei due, mica con altri agenti addestrati e armati con cui affrontare la situazione!  Non solo, quando arriva sul posto si fa colpire con il fucile ma non all’improvviso, in quel caso il malcapitato non avrebbe nemmeno avuto tanta responsabilità. Bensì dopo aver parlato per mezz’ora con la squilibrata e aver avuto tutto il tempo di spararle un colpo di pistola per fermarla. Sarebbe addestrato per quello, a differenza della poveretta dalle rotelle fuori posto. Ma no, non si poteva, sarebbe stato più logico senza dubbio ma così il film avrebbe raggiunto prima la sua conclusione e senza poter imbastire l’astrusa scena finale del pullman caduto nel lago e il rocambolesco tentativo di salvataggio.

Indubbiamente si tratta di finzione cinematografica che vuole in questo caso intrattenere e nulla più, però delle volte anche la trovata narrativa ha bisogno di un briciolo di senso che la supporti, perché se si vuole creare un certo effetto emotivo nello spettatore non sempre basta caricarlo con scene d’azione e di tensione se l’assurdo che corre al loro fianco arriva prima.

Io prima di te

L’immagine della locandina di questo film del 2016 della regista Thea Sharrock potrebbe farlo apparire come una delle più tipiche commedie sentimentali, dal percorso e dal finale banalmente prevedibile. Invece proprio così non è. La scelta narrativa che sta alla base del romanzo omonimo di Jojo Moyes pubblicato nel 2013 da cui è tratto, sa sorprendere.

Chi ha letto il libro troverà delle differenze, forse delle mancanze, perché come spesso accade le due forme artistiche scelgono inevitabilmente due vie diverse di narrazione seppur parallele e qualcosa può perdersi o trasformarsi nella versione filmica di un romanzo scritto, ma non sempre questo porta a un esito deludente.

Il film sicuramente preferisce una maggiore poeticità del racconto, preservando il pubblico anche dal contatto con una certa realtà drammatica che una condizione fisica come quella del protagonista, paralizzato dopo un incidente, comporta. Non si pronuncia mai la parola “catetere” nemmeno per sbaglio! Ma è una trasposizione cinematografica che sa comunque coinvolgere lo spettatore e conquistarlo, con la delicatezza dello sguardo registico che ne guida la visione e con l’intensità recitativa degli ottimi interpreti. E seppur resti principalmente il racconto visivo di una storia d’amore, disorienta quel suo percorrere strade inaspettate. Perché solleva temi che ampliano l’orizzonte narrativo, concetti  più profondi sulla vita e soprattutto sulla differenza che tra di essa si delinea con l’esistenza.

Vivere ed esistere, due condizioni che non sono necessariamente sinonimo l’una dell’altra ma in questo caso presentate come due realtà differenti e che vanno affrontate. La vicenda porta a considerare proprio questa scissione, a riconoscere i confini tra quelli che sono i diritti decisionali del singolo individuo e quelli delle altre persone alle quali non è concesso accedervi.

Questo è il nodo centrale del film, in cui l’amore è il catalizzatore delle relazioni tra i personaggi ma non la soluzione. Perché questa è una storia che strappa le pagine dei più tipici stereotipi sentimentali e vira verso una rappresentazione più autentica. La sua conclusione sa essere un lieto fine, anche se di esso non sceglie la tipica celebre formula con cui si chiudono tutte le favole.

The box

La prossima volta che vi capiterà di leggere sul giornale di un marito che uccide la madre di suo figlio non angustiatevi troppo, in fondo se lo meritava. Quella fessa aveva premuto il bottone!!

La scatola, “The box” del titolo, ricevuta in dono da un anonimo donatore altro non contiene che un pulsante, se lo si schiaccia una persona del tutto sconosciuta perderà la vita e l’autore del gesto guadagnerà un milione di dollari.

Il film di Richard Kelly, uscito nelle sale nel 2008, fa riferimento al libro Il pulsante pubblicato da Richard Matheson nel 1970, a sua volta influenzato dalla novella Il mandarino scritto nel 1880 dal portoghese  José Maria Eça de Queiroz. In Italia proprio a quest’ultimo si ispirarono nel 1960 Garinei & Giovannini nella realizzazione della celebre commedia musicale Un mandarino per Teo, certamente di migliore riuscita di questa pellicola.

Per buona parte si segue lo svolgersi della trama pensando di vedere un tipico film di fantascienza, perché si ha l’impressione che solo verso quel genere si venga accompagnati. Ma in realtà  la storia vuole arrivare a toccare altri argomenti più complessi e meno scontati, come la spiritualità, l’etica e l’al di là e non semplicemente di alieni alla conquista della terra.

La tematica di fondo poteva quindi essere interessante, sollevare questioni esistenziali e far riflettere su aspetti dell’animo umano e delle sue fragilità, però è proposta in modo troppo disorganico. E’ evidente il tentativo costante nel voler rendere avvincente il racconto caricandolo di tensione e di episodi che non hanno subito un’immediata comprensione, ma lì restano.

Si inseguono gli effetti senza però poi che vi sia una struttura narrativa solida che li riveli, e il risultato è che molte scene e situazioni perdono di significato non trovando alcuna spiegazione nemmeno nel finale, indebolendo così la percezione e la partecipazione dello spettatore. Non si capisce nemmeno perché a premere il bottone e a rendersi colpevoli di tale avidità siano sempre solo donne, visto che i tempi e i miti di Adamo ed Eva sono ormai molto lontani o almeno così dovrebbe essere.

Una nuova amica

Film drammatico di François Ozon del 2014 che si ispira al romanzo della nota scrittrice statunitense Ruth Rendell (The New Girlfriend  pubblicato nel 1985).

Seppur si tratti di un film francese l’ambientazione, i luoghi, la rappresentazione dei personaggi, ricorda moltissimo la cinematografia americana. Forse è appunto questo aspetto a fargli perdere qualcosa di peculiare, qualcosa di autentico, quel suo inseguire l’artificiosità di un certo cinema del Nord America. Questo in qualche modo può averne influenzato la realizzazione privandolo di quella naturalezza,  di quell’intensità narrativa e attenzione alle sfaccettature dell’animo umano che  ha sempre caratterizzato maggiormente il cinema europeo.

Il turbinio di ricerca di identità, di conoscenza e accettazione di se stessi che tormenta i due protagonisti Claire e David, finisce per smarrirsi senza approfondire e tutto rimane troppo confuso, nonostante l’evidente impegno di Romain Duris nell’interpretare la parte di un uomo travolto dalla sua incombente esigenza di femminilità. L’occasione appare persa, l’essere donna è ridotto a qualcosa di molto superficiale, sembra essere banalmente presentato con il fare shopping con le amiche, trucco, autoreggenti e parrucche.

La scena dell’incontro tra Claire e David-Virginia in ospedale inoltre è involontariamente quasi comica, assolutamente irreale e dunque non riesce a coinvolgere lo spettatore come dovrebbe o vorrebbe.

Qualcosa però resta nella mente dopo aver visto questo film, sicuramente la canzone di Nicole Croisille Une femme avec toi in Italia conosciuta nella versione Donna con te di Mia Martini.

Cultura-Cultur(ist)a

‘Collaborazione per vendita libri, si richiede giovane età, cultura, bella presenza, praticità pc’.
Ripensavo a quelle parole mentre ascoltavo la proprietaria in sede di colloquio, spiegarmi il tipo di lavoro offerto. Qualcosa che si distanziava parecchio da quello presentato sull’annuncio…
Mi parlava di scaricare e guidare un furgoncino, di portare e spostare pacchi, e mi chiedevo forse la voce ‘cultura’ dell’annuncio era intesa come pratica da ‘culturista’.
Il luogo di lavoro quello che doveva essere per una collaborazione quindi non per un lavoro full-time di 8 ore, era un magazzino che aveva come ufficio una celletta dal tetto inclinato rimediata su una parete della strada pendente che portava al di sotto del livello della strada.
Una stanzetta di 20m senza finestre, con una sola porticina come contatto con l’esterno, in mezzo a pile di libri adagiati a terra che impedivano ogni normale spostamento una tavolino con pc in mezzo. Il lavoro si svolgeva lì e nel garage-magazzino sottostante. Sarà stato a norma un posto così per tenere qualcuno 8 ore a lavoro?
E ripensavo alla parola ‘bella presenza’ dell’annuncio. ‘Bella presenza’ per cosa? Per sfacchinare tra scatoloni e polvere? Per chi se il “negozio” era situato in una strada mezzo deserta di sole casette a due piani. Nient’altro. Chi mai sarebbe dovuto passare di lì? I vicini in ciabatte a comprarsi qualcosa? E poi collaborazione per cosa? Si trattava a tutti gli effetti di un lavoro dipendente senza compiti specifici, se non quello di fare tutto.
Sarei stata curiosa di sapere quanto avrebbero dato all’ora, alla settimana, al mese al povero diavolo che avrebbe dovuto accettare un lavoro così e in quelle condizioni. Ma non c’è stata l’occasione, il colloquio è terminato non appena sono riuscita a interrompere il suo inarrestabile parlare per ricordarle che al telefono ci eravamo accordate per una collaborazione part-time. Aveva cambiato idea, però certo non si poteva sprecare una telefonata per avvisare e cancellare il colloquio, no lei aveva troppo da fare come tutti coloro che offrono un lavoro a differenza di chi lo cerca che invece può perdere tutto il tempo e le energie che vuole.
Avrei voluto andarmene suggerendole almeno la nuova dicitura dell’annuncio per non sprecare inutile tempo nelle selezioni, visto che l’unico termine veritiero utilizzato era ‘giovane età’. Perché giusto un/a giovane alle prime esperienze poteva accettare un lavoro tale.
Bastava scrivere: “cercasi giovane tuttofare part-time per magazzino rivendita. Richiesta praticità informatica e disponibilità al lavoro fisico. Preferibile cultur(ist)a”.