The box

La prossima volta che vi capiterà di leggere sul giornale di un marito che uccide la madre di suo figlio non angustiatevi troppo, in fondo se lo meritava. Quella fessa aveva premuto il bottone!!

La scatola, “The box” del titolo, ricevuta in dono da un anonimo donatore altro non contiene che un pulsante, se lo si schiaccia una persona del tutto sconosciuta perderà la vita e l’autore del gesto guadagnerà un milione di dollari.

Il film di Richard Kelly, uscito nelle sale nel 2008, fa riferimento al libro Il pulsante pubblicato da Richard Matheson nel 1970, a sua volta influenzato dalla novella Il mandarino scritto nel 1880 dal portoghese  José Maria Eça de Queiroz. In Italia proprio a quest’ultimo si ispirarono nel 1960 Garinei & Giovannini nella realizzazione della celebre commedia musicale Un mandarino per Teo, certamente di migliore riuscita di questa pellicola.

Per buona parte si segue lo svolgersi della trama pensando di vedere un tipico film di fantascienza, perché si ha l’impressione che solo verso quel genere si venga accompagnati. Ma in realtà  la storia vuole arrivare a toccare altri argomenti più complessi e meno scontati, come la spiritualità, l’etica e l’al di là e non semplicemente di alieni alla conquista della terra.

La tematica di fondo poteva quindi essere interessante, sollevare questioni esistenziali e far riflettere su aspetti dell’animo umano e delle sue fragilità, però è proposta in modo troppo disorganico. E’ evidente il tentativo costante nel voler rendere avvincente il racconto caricandolo di tensione e di episodi che non hanno subito un’immediata comprensione, ma lì restano.

Si inseguono gli effetti senza però poi che vi sia una struttura narrativa solida che li riveli, e il risultato è che molte scene e situazioni perdono di significato non trovando alcuna spiegazione nemmeno nel finale, indebolendo così la percezione e la partecipazione dello spettatore. Non si capisce nemmeno perché a premere il bottone e a rendersi colpevoli di tale avidità siano sempre solo donne, visto che i tempi e i miti di Adamo ed Eva sono ormai molto lontani o almeno così dovrebbe essere.

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Una nuova amica

Film drammatico di François Ozon del 2014 che si ispira al romanzo della nota scrittrice statunitense Ruth Rendell (The New Girlfriend  pubblicato nel 1985).

Seppur si tratti di un film francese l’ambientazione, i luoghi, la rappresentazione dei personaggi, ricorda moltissimo la cinematografia americana. Forse è appunto questo aspetto a fargli perdere qualcosa di peculiare, qualcosa di autentico, quel suo inseguire l’artificiosità di un certo cinema del Nord America. Questo in qualche modo può averne influenzato la realizzazione privandolo di quella naturalezza,  di quell’intensità narrativa e attenzione alle sfaccettature dell’animo umano che  ha sempre caratterizzato maggiormente il cinema europeo.

Il turbinio di ricerca di identità, di conoscenza e accettazione di se stessi che tormenta i due protagonisti Claire e David, finisce per smarrirsi senza approfondire e tutto rimane troppo confuso, nonostante l’evidente impegno di Romain Duris nell’interpretare la parte di un uomo travolto dalla sua incombente esigenza di femminilità. L’occasione appare persa, l’essere donna è ridotto a qualcosa di molto superficiale, sembra essere banalmente presentato con il fare shopping con le amiche, trucco, autoreggenti e parrucche.

La scena dell’incontro tra Claire e David-Virginia in ospedale inoltre è involontariamente quasi comica, assolutamente irreale e dunque non riesce a coinvolgere lo spettatore come dovrebbe o vorrebbe.

Qualcosa però resta nella mente dopo aver visto questo film, sicuramente la canzone di Nicole Croisille Une femme avec toi in Italia conosciuta nella versione Donna con te di Mia Martini.

Cultura-Cultur(ist)a

‘Collaborazione per vendita libri, si richiede giovane età, cultura, bella presenza, praticità pc’.
Ripensavo a quelle parole mentre ascoltavo la proprietaria in sede di colloquio, spiegarmi il tipo di lavoro offerto. Qualcosa che si distanziava parecchio da quello presentato sull’annuncio…
Mi parlava di scaricare e guidare un furgoncino, di portare e spostare pacchi, e mi chiedevo forse la voce ‘cultura’ dell’annuncio era intesa come pratica da ‘culturista’.
Il luogo di lavoro quello che doveva essere per una collaborazione quindi non per un lavoro full-time di 8 ore, era un magazzino che aveva come ufficio una celletta dal tetto inclinato rimediata su una parete della strada pendente che portava al di sotto del livello della strada.
Una stanzetta di 20m senza finestre, con una sola porticina come contatto con l’esterno, in mezzo a pile di libri adagiati a terra che impedivano ogni normale spostamento una tavolino con pc in mezzo. Il lavoro si svolgeva lì e nel garage-magazzino sottostante. Sarà stato a norma un posto così per tenere qualcuno 8 ore a lavoro?
E ripensavo alla parola ‘bella presenza’ dell’annuncio. ‘Bella presenza’ per cosa? Per sfacchinare tra scatoloni e polvere? Per chi se il “negozio” era situato in una strada mezzo deserta di sole casette a due piani. Nient’altro. Chi mai sarebbe dovuto passare di lì? I vicini in ciabatte a comprarsi qualcosa? E poi collaborazione per cosa? Si trattava a tutti gli effetti di un lavoro dipendente senza compiti specifici, se non quello di fare tutto.
Sarei stata curiosa di sapere quanto avrebbero dato all’ora, alla settimana, al mese al povero diavolo che avrebbe dovuto accettare un lavoro così e in quelle condizioni. Ma non c’è stata l’occasione, il colloquio è terminato non appena sono riuscita a interrompere il suo inarrestabile parlare per ricordarle che al telefono ci eravamo accordate per una collaborazione part-time. Aveva cambiato idea, però certo non si poteva sprecare una telefonata per avvisare e cancellare il colloquio, no lei aveva troppo da fare come tutti coloro che offrono un lavoro a differenza di chi lo cerca che invece può perdere tutto il tempo e le energie che vuole.
Avrei voluto andarmene suggerendole almeno la nuova dicitura dell’annuncio per non sprecare inutile tempo nelle selezioni, visto che l’unico termine veritiero utilizzato era ‘giovane età’. Perché giusto un/a giovane alle prime esperienze poteva accettare un lavoro tale.
Bastava scrivere: “cercasi giovane tuttofare part-time per magazzino rivendita. Richiesta praticità informatica e disponibilità al lavoro fisico. Preferibile cultur(ist)a”.