Gli elzeviri di Caparezza

Con questo termine, “elzeviri”, Stefano Pistolini in un interessante articolo sui cambiamenti musicali e sociali pubblicato sul Il Venerdì di Repubblica del 13 ottobre 2017 dal titolo A ogni generazione la sua musica ribelle, ha così definito le composizioni di Caparezza.

Un appellativo che ho trovato particolare e pertinente, in quanto credo possa effettivamente tratteggiare l’opera anche di scrittura di questo singolare artista di Molfetta. Poiché se certamente la musica è elemento fondante delle sue creazioni, altrettanto lo è la parola che l’attraversa e la sostiene.

Quindi seppur Prisoner 709, il suo nuovo e recente lavoro non si tratti di un libro, ritengo meriti considerazione anche dal punto di vista letterario proprio per l’articolato lavoro di scrittura che c’è dentro. Perché con questo eclettico e innovativo musicista- paroliere o musichiere-parolista, spesso le forme di espressione artistica si fondono e si confondono. In questo senso questo è un disco che si può leggere o un libro che si può ascoltare.

Esiste alla base della sua composizione musicale una meticolosa struttura narrativa, come del resto è caratteristica del suo stile, con un prologo, uno svolgimento ed un epilogo. Le tracce musicali sono come i capitoli di un racconto, la prigionia mentale del protagonista e le varie forme che la psiche umana può generare, con i loro titoli e sottotitoli che li presentano e li definiscono. Una costruzione anche letteraria dunque ben organizzata e approfondita, supportata e raccolta da una singolare cornice numerologica che si estende attraverso il confronto e il conflitto tra due parole composte dal numero 7 e dal numero 9. Due voci diverse che si raffrontano e si contrastano, determinando due realtà opposte, due facce e quindi anche due possibilità, due scelte, due strade da percorrere.

Una riflessione intimistica, una visione introspettiva in musica ricca di citazioni, rimandi alla cultura, all’attualità e che sprona l’ascoltatore a diventare necessariamente anche lettore e non un lettore passivo. Poiché in colui che ascolta e che legge il testo scaturisce l’esigenza di inseguire le origini, i significati delle parole e dei richiami che in esso vi incontra, attraverso  dunque la stessa azione di lettura e persino di ricerca che un libro può offrire.  Perché per comprendere appieno la realizzazione di insieme di questo disco è indispensabile leggerne i testi, conoscerne gli echi e soffermarsi più volte sulle parole, sulle rime, sull’ironia che le riveste e che diverte, andando oltre l’orecchiabile ritornello che si sente alla radio e ancora di più se “ti fa stare bene”.

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Miele

Miele è il nome scelto da Irene per accompagnare forse con dolcezza alla fine della vita tutti quei pazienti malati terminali, che in piena consapevolezza hanno deciso di interrompere la propria esistenza. Persone che si sono a lei rivolte per ottenere un aiuto al di fuori di una legalità indifferente.

La morte e la scelta di morire sono dunque il tema portante di questo film, che ha il pregio non solo di orientare l’attenzione verso questo delicato argomento, ma che riesce nel non facile compito di farlo in punta di piedi senza cadere nel giudizio, senza invadere, senza scadere nel patetico. Uno sguardo lucido ma emotivamente partecipe quello offerto dalla regista Valeria Golino che per la prima volta si cimenta dietro la macchina da presa, e con notevole capacità, ispirandosi al romanzo A nome tuo di Mauro Covacich del 2011 e realizzando un film duro e soave allo stesso tempo.

Quello stesso sguardo che si ritrova negli occhi di Irene-Miele, quando si ferma in rispettoso silenzio sulla soglia della porta della stanza dei suoi pazienti nel momento della loro dipartita. Ormai liberati della loro sofferenza e del loro supplizio di cui lei in qualche modo però finisce per farsi carico, che si ritrova a raccogliere e ad accumulare dentro di sé nel tempo e che non può condividere con nessuno, imprigionata nella solitudine della sua scelta di vita.

Un’estraneità e un isolamento dal resto del mondo splendidamente raccontati anche attraverso la componente musicale che accompagna in molti momenti le immagini del film, svolgendo un ruolo attivo e non di semplice sottofondo. Il brano Stranger di Christian Rainer che Irene ascolta a volume altissimo attraverso un paio di auricolari, è capace di trasmettere e rivelare il suo stato d’animo più di ogni altra parola o inquadratura.

Degna di nota anche l’intensa interpretazione di Jasmine Trinca nel ruolo della protagonista, e di Carlo Cecchi l’ingegnere disincantato con cui Irene instaura un rapporto e un legame umano inaspettato e che risveglia in lei il suo tormento sopito.

Contratiempo

Non un semplice contrattempo quello indicato nel titolo, un vero e proprio imprevisto destinato a cambiare per sempre la vita non solo del protagonista accusato di omicidio, ma anche quella di tutti gli altri personaggi involontariamente coinvolti. Tra di essi vi sono coloro che rappresentano in qualche modo due fazioni, la difesa e l’accusa del protagonista, interpretati in modo eccelso da Ana Wagener e José Coronado.

La trama appena accennata non ha qualcosa di particolarmente innovativo e non presenta niente di straordinario di per sé, ma senza dubbio l’originalità e l’elemento magnetizzante di questo thriller spagnolo, scritto e diretto da Oriol Paulo nel 2016, consiste nella scelta del modo di raccontarla.

La storia non si sviluppa in una forma immediata e semplice, non ci sono quelle scene frenetiche e ricche di azione con cui si cerca di ubriacare lo sguardo dello spettatore mitragliandolo di immagini sin dall’apertura del film, a cui un certo cinema odierno ci ha abituato. In questo caso si cerca invece di conquistare quello sguardo utilizzando altri strumenti, attirandolo verso gli avvenimenti che si vuole raccontare e mostrandoli a piccole dosi, attraverso l’intrecciarsi di flashback, di ricordi, di versioni e punti di vista differenti. E’ proprio la lentezza e la dilatazione della dimensione temporale  a caratterizzare la narrazione di questo film. La verità che si cela dietro ogni racconto, ogni personaggio, si rivela a frammenti fino a svelarsi al suo completo solo nel finale a cui si arriva senza guardare l’orologio.

La regia sa riecheggiare, e con maestria, la migliore cinematografia statunitense del genere e sin dalle prime immagini il film riesce a rendersi avvincente e a conquistare l’attenzione del pubblico. L’inizio è già ricco di suspense, di attesa, di tensione e nel guardare la macchina da presa che insegue una donna elegante di spalle mentre entra in un lussuoso edificio, non si può che ricordare il miglior Hitchcock che ci accompagna lentamente e in silenzio dentro la storia che si sta per raccontare.

L’ipnotista

Un thriller svedese di Lasse Hallström tratto dal best-seller omonimo di Lars Kepler pubblicato nel 2010, che avrebbe dovuto rappresentare la Svezia ai Premi Oscar del 2013 ma non arrivò in finale e forse non è così complesso ricercarne i motivi.

Seppur abbia certamente dei pregi da un punto di vista estetico ed interpretativo, accattivante la fotografia e intrigante la parte iniziale, la trama però è davvero eccessiva nel suo intreccio. Forse nel libro a cui fa riferimento appare meno inverosimile e più avvincente, ma nel film il suo dipanarsi finisce per smarrirsi in un insieme di incongruenze e situazioni assolutamente poco credibili. Non c’è un briciolo di logica nel susseguirsi di eventi che vogliono essere palesemente di effetto e fungere da colpo di scena, ma il risultato è che appaiono assurdi e alla fine si rimane con unica domanda nella testa: perché?

(Spoiler)

Perché una tizia con alle spalle anni e anni in una struttura psichiatrica svolge del tutto indisturbata il mestiere di infermiera in un ospedale? Perché rapisce il figlio dello psicologo se il suo, quello biologico, lo aveva già ritrovato? Perché mai una persona che vive in una casa isolata intorno a un lago ghiacciato dovrebbe avere come mezzo di trasporto un pullman? Proprio un pullman, e lungo tre metri!!

Sono molti gli aspetti al limite del ridicolo di cui è infarcito il film, come il ragazzino-omicida finito in coma che parla durante l’ipnosi e si alza tranquillamente dal letto per compiere i suoi atti criminali come  se nulla fosse, o come il poliziotto che dalla centrale di polizia decide di raggiungere il luogo dove è stata localizzata la casa in affitto della psicopatica, solo con i genitori del bambino rapito. Con quei due, mica con altri agenti addestrati e armati con cui affrontare la situazione!  Non solo, quando arriva sul posto si fa colpire con il fucile ma non all’improvviso, in quel caso il malcapitato non avrebbe nemmeno avuto tanta responsabilità. Bensì dopo aver parlato per mezz’ora con la squilibrata e aver avuto tutto il tempo di spararle un colpo di pistola per fermarla. Sarebbe addestrato per quello, a differenza della poveretta dalle rotelle fuori posto. Ma no, non si poteva, sarebbe stato più logico senza dubbio ma così il film avrebbe raggiunto prima la sua conclusione e senza poter imbastire l’astrusa scena finale del pullman caduto nel lago e il rocambolesco tentativo di salvataggio.

Indubbiamente si tratta di finzione cinematografica che vuole in questo caso intrattenere e nulla più, però delle volte anche la trovata narrativa ha bisogno di un briciolo di senso che la supporti, perché se si vuole creare un certo effetto emotivo nello spettatore non sempre basta caricarlo con scene d’azione e di tensione se l’assurdo che corre al loro fianco arriva prima.

Io prima di te

L’immagine della locandina di questo film del 2016 della regista Thea Sharrock potrebbe farlo apparire come una delle più tipiche commedie sentimentali, dal percorso e dal finale banalmente prevedibile. Invece proprio così non è. La scelta narrativa che sta alla base del romanzo omonimo di Jojo Moyes pubblicato nel 2013 da cui è tratto, sa sorprendere.

Chi ha letto il libro troverà delle differenze, forse delle mancanze, perché come spesso accade le due forme artistiche scelgono inevitabilmente due vie diverse di narrazione seppur parallele e qualcosa può perdersi o trasformarsi nella versione filmica di un romanzo scritto, ma non sempre questo porta a un esito deludente.

Il film sicuramente preferisce una maggiore poeticità del racconto, preservando il pubblico anche dal contatto con una certa realtà drammatica che una condizione fisica come quella del protagonista, paralizzato dopo un incidente, comporta. Non si pronuncia mai la parola “catetere” nemmeno per sbaglio! Ma è una trasposizione cinematografica che sa comunque coinvolgere lo spettatore e conquistarlo, con la delicatezza dello sguardo registico che ne guida la visione e con l’intensità recitativa degli ottimi interpreti. E seppur resti principalmente il racconto visivo di una storia d’amore, disorienta quel suo percorrere strade inaspettate. Perché solleva temi che ampliano l’orizzonte narrativo, concetti  più profondi sulla vita e soprattutto sulla differenza che tra di essa si delinea con l’esistenza.

Vivere ed esistere, due condizioni che non sono necessariamente sinonimo l’una dell’altra ma in questo caso presentate come due realtà differenti e che vanno affrontate. La vicenda porta a considerare proprio questa scissione, a riconoscere i confini tra quelli che sono i diritti decisionali del singolo individuo e quelli delle altre persone alle quali non è concesso accedervi.

Questo è il nodo centrale del film, in cui l’amore è il catalizzatore delle relazioni tra i personaggi ma non la soluzione. Perché questa è una storia che strappa le pagine dei più tipici stereotipi sentimentali e vira verso una rappresentazione più autentica. La sua conclusione sa essere un lieto fine, anche se di esso non sceglie la tipica celebre formula con cui si chiudono tutte le favole.

The box

La prossima volta che vi capiterà di leggere sul giornale di un marito che uccide la madre di suo figlio non angustiatevi troppo, in fondo se lo meritava. Quella fessa aveva premuto il bottone!!

La scatola, “The box” del titolo, ricevuta in dono da un anonimo donatore altro non contiene che un pulsante, se lo si schiaccia una persona del tutto sconosciuta perderà la vita e l’autore del gesto guadagnerà un milione di dollari.

Il film di Richard Kelly, uscito nelle sale nel 2008, fa riferimento al libro Il pulsante pubblicato da Richard Matheson nel 1970, a sua volta influenzato dalla novella Il mandarino scritto nel 1880 dal portoghese  José Maria Eça de Queiroz. In Italia proprio a quest’ultimo si ispirarono nel 1960 Garinei & Giovannini nella realizzazione della celebre commedia musicale Un mandarino per Teo, certamente di migliore riuscita di questa pellicola.

Per buona parte si segue lo svolgersi della trama pensando di vedere un tipico film di fantascienza, perché si ha l’impressione che solo verso quel genere si venga accompagnati. Ma in realtà  la storia vuole arrivare a toccare altri argomenti più complessi e meno scontati, come la spiritualità, l’etica e l’al di là e non semplicemente di alieni alla conquista della terra.

La tematica di fondo poteva quindi essere interessante, sollevare questioni esistenziali e far riflettere su aspetti dell’animo umano e delle sue fragilità, però è proposta in modo troppo disorganico. E’ evidente il tentativo costante nel voler rendere avvincente il racconto caricandolo di tensione e di episodi che non hanno subito un’immediata comprensione, ma lì restano.

Si inseguono gli effetti senza però poi che vi sia una struttura narrativa solida che li riveli, e il risultato è che molte scene e situazioni perdono di significato non trovando alcuna spiegazione nemmeno nel finale, indebolendo così la percezione e la partecipazione dello spettatore. Non si capisce nemmeno perché a premere il bottone e a rendersi colpevoli di tale avidità siano sempre solo donne, visto che i tempi e i miti di Adamo ed Eva sono ormai molto lontani o almeno così dovrebbe essere.

Una nuova amica

Film drammatico di François Ozon del 2014 che si ispira al romanzo della nota scrittrice statunitense Ruth Rendell (The New Girlfriend  pubblicato nel 1985).

Seppur si tratti di un film francese l’ambientazione, i luoghi, la rappresentazione dei personaggi, ricorda moltissimo la cinematografia americana. Forse è appunto questo aspetto a fargli perdere qualcosa di peculiare, qualcosa di autentico, quel suo inseguire l’artificiosità di un certo cinema del Nord America. Questo in qualche modo può averne influenzato la realizzazione privandolo di quella naturalezza,  di quell’intensità narrativa e attenzione alle sfaccettature dell’animo umano che  ha sempre caratterizzato maggiormente il cinema europeo.

Il turbinio di ricerca di identità, di conoscenza e accettazione di se stessi che tormenta i due protagonisti Claire e David, finisce per smarrirsi senza approfondire e tutto rimane troppo confuso, nonostante l’evidente impegno di Romain Duris nell’interpretare la parte di un uomo travolto dalla sua incombente esigenza di femminilità. L’occasione appare persa, l’essere donna è ridotto a qualcosa di molto superficiale, sembra essere banalmente presentato con il fare shopping con le amiche, trucco, autoreggenti e parrucche.

La scena dell’incontro tra Claire e David-Virginia in ospedale inoltre è involontariamente quasi comica, assolutamente irreale e dunque non riesce a coinvolgere lo spettatore come dovrebbe o vorrebbe.

Qualcosa però resta nella mente dopo aver visto questo film, sicuramente la canzone di Nicole Croisille Une femme avec toi in Italia conosciuta nella versione Donna con te di Mia Martini.