Primo Maggio, Primo Articolo della Costituzione

Lavorare stanca titolava una nota raccolta di poesie di Cesare Pavese, ma non-lavorare stramazza.

Oggi è festa del lavoro e della sua assenza, dei lavoratori e degli invisibili.

Di chi ha un contratto ma senza diritti, di chi un contratto non ce l’ha e prende 5 euro all’ora senza diritti, degli stagisti non retribuiti a tempo indeterminato, di chi un lavoro lo ha perso, di chi resta fuori dal mercato, dei precari flessibili, dei disoccupati piegati al silenzio o al “le faremo sapere”, di chi una pensione non ce l’avrà mai e di chi in pensione non ci andrà mai.

Una giornata di celebrazione nella quale c’è tanto su cui riflettere e da considerare.

I lavoratori come farfalle è il titolo del libro di Giorgio Cremaschi edito da Jaca Book che appare qui come cornice visiva di questo breve post, i cui diritti raggiunti a fatica nel tempo sembrano oggi durare poco come appunto la vita delle farfalle.

La presentazione sulla quarta di copertina indica così lo scopo dell’autore: “individuare la via per la quale il lavoro, i cui diritti durano poco come la vita delle farfalle, possa risalire la china, assieme a un paese precipitato nella rassegnazione alla disuguaglianza e allo smantellamento della democrazia. Il testo non indica un programma ma insiste sulla indispensabile condizione affinché tale risalita si realizzi: la totale emancipazione dal pensiero e dai modelli sociali dominanti fin dagli anni ’80”.

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Il segno del comando

Se questo titolo vi dice ancora qualcosa allora inevitabilmente l’immagine di un giovane Ugo Pagliai elegantemente vestito o quella dello sguardo magnetico di Carla Gravina, rigorosamente in bianco e nero, riaffiorerà nella mente.

Lo sceneggiato da loro interpretato e andato in onda nel lontano 1971 sulla Rai, si chiamava appunto Il segno del comando. La narrazione era avvincente e coinvolgente, si muoveva costantemente lungo due binari, due dimensioni opposte e parallele, il conoscibile e l’ignoto, la sfera reale e quella onirica, il presente e il passato. Un racconto dominato dal mistero che intrecciava temi come l’esoterismo e la reincarnazione ad elementi culturali riguardanti la storia, l’arte e la letteratura e che si dipanava per tutte le cinque puntate fino alla rivelazione chiarificatrice nel finale. Eh sì, perché tra i tanti meriti qualitativi delle serie televisive dell’epoca vi è anche la contenuta divisione episodica della storia, in questo caso la vicenda si svolgeva in sole cinque puntate e senza intenzioni di continuità. Erano produzioni quelle che avevano una durata limitata ma soprattutto un epilogo, come un libro che una volta aperto e letto si chiude. Non esisteva la consuetudine commerciale di farne una ventina di stagioni, ed oltre, per spremere tutto il possibile di un ‘prodotto’ che seppur sempre più sbiadito si ripete perché funziona tra il pubblico, come purtroppo si è soliti assistere stancamente oggi.

Ad ogni modo tornando a quel periodo, ai lontani primi anni Settanta, furono milioni i telespettatori che rimasero incollati allo schermo per seguire le intricate indagini e gli enigmatici incontri del professore Edward ForsterUgo Pagliai, sul particolare sfondo di una Roma oscura, misteriosa e suggestiva, costantemente sospesa tra passato e presente e mostrata nei suoi vicoli, nei suoi affascinanti luoghi più caratteristici. Fu una serie di grande successo, non solo per la novità narrativa che proponeva nel combinare insieme un genere che andava dal thriller al fantastico, ma anche per le atmosfere cupe, dense di attesa e tensione che segnarono la produzione televisiva e l’immaginario collettivo anche delle generazioni successive. Seppure si tratti infatti di uno sceneggiato appartenente a tempi ben lontani si presenta per molti aspetti senza tempo, perché nonostante i ritmi meno concitati rispetto a quelli odierni, riesce ancora oggi a coinvolgere, a suscitare l’interesse e l’attenzione dello spettatore per il suo affascinante intreccio, per quella narrazione tortuosa che si muove misteriosa attraverso i sentieri dell’arte, della musica, della storia alla ricerca inarrestabile della verità, della soluzione all’arcano. La qualità della realizzazione è innegabile, così come lo è l’interpretazione degli attori principali e la scrittura che sostiene il racconto. Elemento di grande efficacia è infatti anche la schiera dei personaggi che popolano questo mondo, presentati nelle loro singolarità e ambiguità anche attraverso i dialoghi, mai banali, mai scontati, sempre curati e ricercati anche nelle forme espressive e nei termini impiegati.

Una cura della forma linguistica che si ritrova intatta anche nella sua versione letteraria realizzata nel 1987 da uno dei principali autori della serie, Giuseppe D’Agata, che riprendendo e estendendo la sceneggiatura dell’opera televisiva curò la pubblicazione di un libro dal titolo omonimo, Il segno del comando, in una prima edizione con la Rusconi Libri poi in una seconda nel 1994 con i Tascabili Economici della Newton Compton Editori. Un’operazione che risulta brillantemente riuscita poiché il libro si beve a pochi sorsi, tanto riesce a catturare l’interesse del lettore conducendo anche lui via via che scorrono le pagine, alla scoperta di cosa si celi dietro il “segno del comando” e alla veridicità della profezia angosciante che pende sulla testa del protagonista.  Chi ha seguito lo sceneggiato nel periodo della sua messa in onda potrà riscoprirlo anche attraverso i capitoli di questo libro, che se ne discosta solo per pochissimi aspetti, chi invece non lo ha mai visto in televisione potrà farsi rapire da una trama intrigante con il desiderio magari di ricercarne in seguito anche la visione (in streaming si possono facilmente ritrovare tutti i cinque episodi sul sito della Rai e qualcosa anche su youtube).

Altro aspetto da non tralasciare nella rievocazione di questo racconto televisivo è la consistente e apprezzabile presenza della componente musicale che fu altra sua caratteristica, non solo attraverso il misterioso Salmo XVII del compositore settecentesco Baldassarre Vitali, ma anche nella celebre colonna sonora intitolata Cento campane e cantata da Nico Tirone come sigla finale (a qualcuno magari nota anche nella versione di Lando Fiorini), che qui lascio a chiusura anche di questo post per chi vorrà scoprirla o magari riascoltarla ancora.

La Terra di Mezzo tra letteratura e musica

In molti avranno letto i libri della saga Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, in tanti si saranno lasciati ammaliare dalla sontuosa trasposizione cinematografica di Peter Jackson e dei suoi film, ma ancora più numerosi saranno probabilmente coloro che ignorano l’esistenza di una stretta connessione tra quel ricco mondo letterario e il variegato universo musicale.

Il libro di Fabrizio Giosuè proposto qui come immagine di questo post, Tolkien rocks, rivela ai più curiosi e appassionati del genere proprio questo legame e ne dipana l’intreccio attraverso un viaggio musicale che parte dalle terre letterarie di Tolkien fino ad approdare alle acque agitate della storia del rock, senza tralasciare uno sguardo anche alle assolate spiagge della scena musicale italiana. Sulla quarta di copertina la presentazione di questa ricerca viene esposta con tali parole:

Cosa lega grandi protagonisti del rock come Led Zeppelin, The Allman Brothers Band, Black Sabbath e Bob Catley o band tipo Blind Guardian , Amon Amarth, Burzum e Summoning? La risposta è sorprendente: tutti questi gruppi devono qualcosa a J.R.R. Tolkien, l’autore dei leggendari libri ‘Il signore degli anelli’, ‘Lo Hobbit’ e ‘Il Silmarillion’Tolkien Rocks’ ripercorre una consistente parte della storia del rock grazie ai testi ispirati alle opere dello scrittore inglese, raccontando vicende e segreti delle band che si ispirarono, nei modi più diversi, ai luoghi e ai personaggi nati dalla penna di Tolkien, condendo la narrazione con curiosità e dichiarazioni degli artisti. La produzione di decine di formazioni musicali viene passata al setaccio: dai numi tutelari del rock e metal all’underground di qualità, sempre all’insegna del Professore. Il lettore troverà anche alcuni approfondimenti: “Saruman suona metal”, ovvero la carriera musicale dell’attore Christopher Lee, da poco scomparso, il quale passati i novantenni, ha pubblicato due dischi heavy metal dedicati a Carlo Magno; un’illuminante intervista a Giuseppe Festa, cantante dei Lincalad e apprezzato scrittore; infine, un’accurata descrizione di Nightfall in middle earth dei tedeschi Blind Guardian, capaci di realizzare un intero album ispirato a Il Silmarillion e vendere milioni di dischi-.

Si è soliti ripetere in questo periodo dell’anno “aprile è dolce dormire”, però se si vuole magari anche ‘sognare’ allontanandosi per un momento dalla realtà quotidiana che ci circonda nelle nostre giornate, ci si può lasciare trasportare nei lidi immaginari di questa Terra di Mezzo tra le invenzioni fantastiche della letteratura e le creazioni in musica a esse ispirate.

Se manca la guida per vivere

Sarebbe stupendo avere un manuale del vivere, una guida da sfogliare e consultare ogni volta che abbiamo bisogno di mettere ordine nei nostri pensieri. Ogni volta che ci sentiamo disorientati, insicuri, scoraggiati e non sappiamo quale strada intraprendere, quale decisione prediligere che ci conduca verso la via migliore da percorre per risolvere un problema, per placare un malessere, per trovare una soluzione a un momento di stasi.

Talvolta mi è capitato di cercare un aiuto nei libri, che fosse anche solo l’esigenza di evadere e non pensare immergendomi nelle pagine di un libro di narrativa, oppure che fosse il bisogno di trovare delle risposte, degli spunti di riflessione, dei fari su cui far luce prima di proseguire un sentiero, il conforto o il sorriso attraverso i frammenti di saggezza e ironia altrui. Tuttavia un vero “manuale del vivere” è difficile da reperire e da mettere sullo scaffale della nostra libreria sempre a disposizione come fosse un’enciclopedia delle risposte esistenziali. Quando veniamo al mondo siamo privi del foglietto delle istruzioni, nel viaggio di arrivo le indicazioni scritte non sono previste. Con il tempo, con l’esperienza, con gli errori o con le scelte giuste, siamo noi a trascriverlo quel foglietto e non interrompiamo mai quella stesura perché la vita non si può incasellare in qualcosa di definito, finché c’è non si arresta il suo mutare e dunque anche il nostro prenderne nota.

Esistono però molte guide da consultare quando desideriamo conoscerla meglio quella vita, scoprirne le tante variopinte sfaccettature, le ricchezze artistiche e scientifiche che l’essere umano ha saputo tracciare e che dilettano il nostro tempo libero o arricchiscono il nostro bagaglio culturale. La fotografia che incornicia visivamente questo post ne propone due, una è un viaggio verso luoghi più lontani alla scoperta di un genere musicale che lì è germogliato, Guide Rock California di Roberto Caselli e Aldo Pedron, l’altra è un percorso attraverso i tanti musei d’Italia orientato dalla componente scientifica, La scienza nei musei a cura di Francesca Monza e Fausto Barbagli. Due opzioni tra le innumerevoli, a seconda delle preferenze e delle necessità.

La conoscenza del resto penso sia sempre la migliore guida che si possa seguire, quella che ci offre i più importanti e i più utili strumenti per imparare a stare al mondo.

Fabrizio De Andrè – Principe libero

Non accade spesso, ma accade. Ci sono delle occasioni in cui anche la tv generalista dimostra di saper tirare fuori ancora qualcosa di buono. È il caso della miniserie in due puntate dedicata alla vita di Fabrizio De Andrè andata in onda su Raiuno proprio in questi freddi giorni di metà febbraio.

Luca Marinelli nelle vesti del grande cantautore ha saputo essere credibile nella parte e non era scontato, anzi. Per un interprete dare vita a una personalità reale e nota rispetto a un qualsiasi altro personaggio inventato, è senza dubbio ben più complesso. In questo caso l’attore romano ha saputo con abilità incarnare l’autore genovese, ricordandolo oltre la sua fisicità, oltre l’inconfondibile ciuffo di capelli ciondolante sugli occhi. Ne ha trasmesso l’irrequietezza, il senso di ribellione, la sua dirompente esigenza di ricerca e di libertà. Ha saputo rievocarlo persino quando lo si vede imbracciare la chitarra.

Ovviamente si tratta di un film per la tv quindi il confine tra invenzione e realtà, o viceversa, tende a cancellarsi e confondersi costantemente. Soprattutto nella seconda parte dove la componente romanzesca sembra prendere il sopravvento sulla veridicità della vita del protagonista, la cui personalità perde quella profondità e autenticità con le quali si era cercato di raccontarlo all’inizio, nel periodo della sua formazione e della sua gioventù, e finisce nella sua età più matura per essere semplificata attraverso una visione superficiale e troppo edulcorata.

Anche la scelta narrativa finale lascia non poche perplessità, ma si tratta di una fiction televisiva e così va considerata. Con dei limiti narrativi senza dubbio, ma esteticamente, nella sua confezione complessiva si può riconoscerla come un prodotto ad ogni modo di qualità. Non basterebbero le innegabili doti interpretative di Marinelli a renderla tale, e il grande talento del ‘giovane favoloso’ Elio Germano in quella dedicata a Manfredi (In arte Nino) lo ha dimostrato, non potendo salvare lui da solo un’opera televisiva purtroppo in quel caso mal fatta. Necessarie sono l’attenzione e una certa cura nella realizzazione anche tecnica del racconto televisivo, entrambe presenti nel lavoro del regista Luca Facchini il quale ha saputo avvalersi non solo di ottimi interpreti, come Gianluca Gobbi nei panni di un giovane Paolo Villaggio, Matteo Martari ombroso quanto basta nei panni di Luigi Tenco, Tommaso Ragno in quelli del tormentato Riccardo Mannerini, ed Ennio Fantastichini nelle vesti autoritarie dell’amato padre Giuseppe De Andrè, ma è stato capace di dare anche la giusta considerazione all’ambientazione scenica di sottofondo mostrando una suggestiva Genova di altri tempi e una Sardegna dalla natura sublime e selvatica. Fondamentale contributo è stato anche quello offerto dalla fotografia, mai uguale, ma mutevole e al servizio delle scene per raccontarle e valorizzarle al meglio. Tutti aspetti questi, che nelle serie televisive italiane non sempre si possono ritrovare e non certo per mancanza di talenti o capacità, ma probabilmente per altre ‘strane’ ragioni che nessuno più di Antonio Catania-Diego Lopez in un episodio di Boris ha saputo così ben spiegare…

Perché le persone non leggono?

Non mi riferisco alla bassa percentuale di lettura di libri che è argomento già noto, fin troppo spesso si sente ripetere che secondo le statistiche nel nostro paese si scrive tanto e si legge poco, ma ciò a cui faccio riferimento nel titolo è quella semplice lettura quotidiana che dovrebbe essere la base di una normale comunicazione tra le persone.

Intendo quindi l’atto di leggere anche un singolo e breve avviso, pochi concetti ed espressi con brevissime frasi per evitare malintesi o facili perdite di tempo. Dunque non la lettura di un manuale di codicologia o di articoli chilometrici per i quali si potrebbe pure comprendere un attimo di distrazione, un’esigenza di respiro mentale. Eppure pare che davvero tante persone non si soffermino mai a prestare attenzione agli avvisi o alle informazioni fornite in anticipo con un testo scritto, che avrebbero la funzione di semplificare la comunicazione ed evitare il ripetersi di quelle domande che puntualmente invece vengono poste proprio perché la maggioranza quelle indicazioni non le legge.

E vogliamo parlare della non-comunicazione su WhatsApp? Oramai tutti noi lo usiamo quotidianamente, e chi ha figli in età scolare sa cosa significhi vivere l’incubo di ritrovarsi a far parte di qualche ‘gruppo di genitori’….Anche lì nei luoghi di trasmissione online le persone tendono a non leggere, o meglio a scorrere le parole con lo sguardo ritenendo che questo basti a definirlo lettura, ma senza attenzione e dunque la conseguente e necessaria comprensione. Quindi si tende a dar adito a confusioni, equivoci, persino tensioni delle volte, con un fiume di interventi tra sordi che ti si riversano senza un senso sul proprio smartphone. Siamo nell’era della comunicazione globale, di internet, dei social, ma se non si perde un briciolo del proprio tempo, se non si spende un coriandolo della propria energia (almeno adesso a febbraio, il mese del carnevale, ce ne sarà qualcuno in giro?) per capire cosa ci sta scritto prima di intervenire e di rivolgersi a qualcun  altro, che si partecipa a fare?

Ciò che manca prima del tempo, dell’attenzione, dell’energia forse è proprio la predisposizione. Troppi stimoli, troppe “comunicazioni” ci raggiungono continuamente e alla fine non siamo più capaci di dialogare, soffermandoci un istante a sentire davvero l’altro.

L’utile libro ritratto nell’immagine ad apertura del post, Ai bambini piace leggere di Kathy A. Zahler offre spunti e indica in modo pratico come promuovere con facilità la lettura tra i più piccoli, ma forse potrebbe essere vantaggioso anche per quelli più grandicelli.

Immagini o parole

Si è soliti dire che un’immagine vale più di mille parole, e in effetti un fondo di verità in questa affermazione esiste. Essa può veicolare e trasmettere un messaggio attraverso una semplice manciata di secondi come un concetto scritto non potrebbe mai fare, perché la sua fruizione richiede un maggiore impegno e un maggiore impiego del tempo. È facile per tutti noi notare quanto la nostra sia un’epoca dominata dall’uso dell’immagine, quanto il linguaggio verbale sia stato sostituto in gran parte con una più immediata e rapida trasmissione visiva.

Mai come in passato la comunicazione oggi si è trasferita dalla parola più complessa alla figura più fulminea, proprio perché la civiltà odierna è basata sull’istantaneità e sulla globalità. Tutto deve essere rapido e deve diffondersi con altrettanta velocità. Dalle semplici emoticon che tutti noi quotidianamente utilizziamo per sintetizzare frasi e stati d’animo, alla ormai ingombrante presenza della fotografia nella nostra vita. Un’inarrestabile esigenza di fotografare il corso dei nostri momenti quotidiani e condividerli con gli altri che appare prerogativa della società odierna. Sembra più impellente fermare con uno scatto un frammento di vita da mostrare allo sguardo altrui che viverlo direttamente quel frammento, appieno e senza distrazioni digitali. Oramai non basta più Facebook, la parete virtuale dove appendere foto personali ed esporle a un pubblico di noti e meno noti “amici”, l’ultimo orizzonte è Instagram fino al prossimo che lo sostituirà. Nuovi social, nuovi lidi tecnologici, nuovi mercati globali si creano e si moltiplicano nel tempo per pubblicare foto e condividere, ancora e ancora.

Anche solo questo aspetto è la testimonianza di quanto il rapporto che l’essere umano può creare con l’immagine sia potente e stratificato, ed esaminarlo può offrire affascinanti e stimolanti spunti di ricerca, conoscenza e riflessione sulla psiche umana, sul momento storico e sulla società di cui fa parte. Un argomento dunque che certo non poteva mancare come oggetto di attenzione anche in ambito letterario.

Mi soffermo a citare tre libri in particolare che percorrendo vie differenti e attraverso un approccio diverso affrontano la relazione tra percezione umana e immagine, e forniscono osservazioni e spiegazioni dei fenomeni visivi e di quelli cerebrali ed emotivi associati e derivati.

Uno è Le immagini nella mente di Stephen M. Kosslyn che analizza questo legame e scambio da un punto di vista prettamente psicologico, considerando il fenomeno delle immagini mentali e valutandone i processi creativi e il loro utilizzo nel cervello umano.

Un altro è F for fake di Massimo Sgroi che si avvale della collaborazione di quindici critici d’arte, intellettuali ed artisti, per focalizzare l’attenzione sulla manipolazione delle immagini, sulla falsificazione e sull’utilizzo che di esse ne fanno i media.

L’ultimo titolo che potrà incuriosire non solo gli appassionati della settima arte, è Psiche e Cinema di Emilia Costa. Un saggio nel quale esaminando vari film celebri si cerca di definire la correlazione tra narrazione visiva ed elaborazione mentale dello spettatore, dimostrando quanto l’immagine cinematografica possa raggiungere la mente, la memoria e la sfera emotiva di un individuo in modo più incisivo e condizionante di altre forme di comunicazione.