Se manca la guida per vivere

Sarebbe stupendo avere un manuale del vivere, una guida da sfogliare e consultare ogni volta che abbiamo bisogno di mettere ordine nei nostri pensieri. Ogni volta che ci sentiamo disorientati, insicuri, scoraggiati e non sappiamo quale strada intraprendere, quale decisione prediligere che ci conduca verso la via migliore da percorre per risolvere un problema, per placare un malessere, per trovare una soluzione a un momento di stasi.

Talvolta mi è capitato di cercare un aiuto nei libri, che fosse anche solo l’esigenza di evadere e non pensare immergendomi nelle pagine di un libro di narrativa, oppure che fosse il bisogno di trovare delle risposte, degli spunti di riflessione, dei fari su cui far luce prima di proseguire un sentiero, il conforto o il sorriso attraverso i frammenti di saggezza e ironia altrui. Tuttavia un vero “manuale del vivere” è difficile da reperire e da mettere sullo scaffale della nostra libreria sempre a disposizione come fosse un’enciclopedia delle risposte esistenziali. Quando veniamo al mondo siamo privi del foglietto delle istruzioni, nel viaggio di arrivo le indicazioni scritte non sono previste. Con il tempo, con l’esperienza, con gli errori o con le scelte giuste, siamo noi a trascriverlo quel foglietto e non interrompiamo mai quella stesura perché la vita non si può incasellare in qualcosa di definito, finché c’è non si arresta il suo mutare e dunque anche il nostro prenderne nota.

Esistono però molte guide da consultare quando desideriamo conoscerla meglio quella vita, scoprirne le tante variopinte sfaccettature, le ricchezze artistiche e scientifiche che l’essere umano ha saputo tracciare e che dilettano il nostro tempo libero o arricchiscono il nostro bagaglio culturale. La fotografia che incornicia visivamente questo post ne propone due, una è un viaggio verso luoghi più lontani alla scoperta di un genere musicale che lì è germogliato, Guide Rock California di Roberto Caselli e Aldo Pedron, l’altra è un percorso attraverso i tanti musei d’Italia orientato dalla componente scientifica, La scienza nei musei a cura di Francesca Monza e Fausto Barbagli. Due opzioni tra le innumerevoli, a seconda delle preferenze e delle necessità.

La conoscenza del resto penso sia sempre la migliore guida che si possa seguire, quella che ci offre i più importanti e i più utili strumenti per imparare a stare al mondo.

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Fabrizio De Andrè – Principe libero

Non accade spesso, ma accade. Ci sono delle occasioni in cui anche la tv generalista dimostra di saper tirare fuori ancora qualcosa di buono. È il caso della miniserie in due puntate dedicata alla vita di Fabrizio De Andrè andata in onda su Raiuno proprio in questi freddi giorni di metà febbraio.

Luca Marinelli nelle vesti del grande cantautore ha saputo essere credibile nella parte e non era scontato, anzi. Per un interprete dare vita a una personalità reale e nota rispetto a un qualsiasi altro personaggio inventato, è senza dubbio ben più complesso. In questo caso l’attore romano ha saputo con abilità incarnare l’autore genovese, ricordandolo oltre la sua fisicità, oltre l’inconfondibile ciuffo di capelli ciondolante sugli occhi. Ne ha trasmesso l’irrequietezza, il senso di ribellione, la sua dirompente esigenza di ricerca e di libertà. Ha saputo rievocarlo persino quando lo si vede imbracciare la chitarra.

Ovviamente si tratta di un film per la tv quindi il confine tra invenzione e realtà, o viceversa, tende a cancellarsi e confondersi costantemente. Soprattutto nella seconda parte dove la componente romanzesca sembra prendere il sopravvento sulla veridicità della vita del protagonista, la cui personalità perde quella profondità e autenticità con le quali si era cercato di raccontarlo all’inizio, nel periodo della sua formazione e della sua gioventù, e finisce nella sua età più matura per essere semplificata attraverso una visione superficiale e troppo edulcorata.

Anche la scelta narrativa finale lascia non poche perplessità, ma si tratta di una fiction televisiva e così va considerata. Con dei limiti narrativi senza dubbio, ma esteticamente, nella sua confezione complessiva si può riconoscerla come un prodotto ad ogni modo di qualità. Non basterebbero le innegabili doti interpretative di Marinelli a renderla tale, e il grande talento del ‘giovane favoloso’ Elio Germano in quella dedicata a Manfredi (In arte Nino) lo ha dimostrato, non potendo salvare lui da solo un’opera televisiva purtroppo in quel caso mal fatta. Necessarie sono l’attenzione e una certa cura nella realizzazione anche tecnica del racconto televisivo, entrambe presenti nel lavoro del regista Luca Facchini il quale ha saputo avvalersi non solo di ottimi interpreti, come Gianluca Gobbi nei panni di un giovane Paolo Villaggio, Matteo Martari ombroso quanto basta nei panni di Luigi Tenco, Tommaso Ragno in quelli del tormentato Riccardo Mannerini, ed Ennio Fantastichini nelle vesti autoritarie dell’amato padre Giuseppe De Andrè, ma è stato capace di dare anche la giusta considerazione all’ambientazione scenica di sottofondo mostrando una suggestiva Genova di altri tempi e una Sardegna dalla natura sublime e selvatica. Fondamentale contributo è stato anche quello offerto dalla fotografia, mai uguale, ma mutevole e al servizio delle scene per raccontarle e valorizzarle al meglio. Tutti aspetti questi, che nelle serie televisive italiane non sempre si possono ritrovare e non certo per mancanza di talenti o capacità, ma probabilmente per altre ‘strane’ ragioni che nessuno più di Antonio Catania-Diego Lopez in un episodio di Boris ha saputo così ben spiegare…

Perché le persone non leggono?

Non mi riferisco alla bassa percentuale di lettura di libri che è argomento già noto, fin troppo spesso si sente ripetere che secondo le statistiche nel nostro paese si scrive tanto e si legge poco, ma ciò a cui faccio riferimento nel titolo è quella semplice lettura quotidiana che dovrebbe essere la base di una normale comunicazione tra le persone.

Intendo quindi l’atto di leggere anche un singolo e breve avviso, pochi concetti ed espressi con brevissime frasi per evitare malintesi o facili perdite di tempo. Dunque non la lettura di un manuale di codicologia o di articoli chilometrici per i quali si potrebbe pure comprendere un attimo di distrazione, un’esigenza di respiro mentale. Eppure pare che davvero tante persone non si soffermino mai a prestare attenzione agli avvisi o alle informazioni fornite in anticipo con un testo scritto, che avrebbero la funzione di semplificare la comunicazione ed evitare il ripetersi di quelle domande che puntualmente invece vengono poste proprio perché la maggioranza quelle indicazioni non le legge.

E vogliamo parlare della non-comunicazione su WhatsApp? Oramai tutti noi lo usiamo quotidianamente, e chi ha figli in età scolare sa cosa significhi vivere l’incubo di ritrovarsi a far parte di qualche ‘gruppo di genitori’….Anche lì nei luoghi di trasmissione online le persone tendono a non leggere, o meglio a scorrere le parole con lo sguardo ritenendo che questo basti a definirlo lettura, ma senza attenzione e dunque la conseguente e necessaria comprensione. Quindi si tende a dar adito a confusioni, equivoci, persino tensioni delle volte, con un fiume di interventi tra sordi che ti si riversano senza un senso sul proprio smartphone. Siamo nell’era della comunicazione globale, di internet, dei social, ma se non si perde un briciolo del proprio tempo, se non si spende un coriandolo della propria energia (almeno adesso a febbraio, il mese del carnevale, ce ne sarà qualcuno in giro?) per capire cosa ci sta scritto prima di intervenire e di rivolgersi a qualcun  altro, che si partecipa a fare?

Ciò che manca prima del tempo, dell’attenzione, dell’energia forse è proprio la predisposizione. Troppi stimoli, troppe “comunicazioni” ci raggiungono continuamente e alla fine non siamo più capaci di dialogare, soffermandoci un istante a sentire davvero l’altro.

L’utile libro ritratto nell’immagine ad apertura del post, Ai bambini piace leggere di Kathy A. Zahler offre spunti e indica in modo pratico come promuovere con facilità la lettura tra i più piccoli, ma forse potrebbe essere vantaggioso anche per quelli più grandicelli.

Immagini o parole

Si è soliti dire che un’immagine vale più di mille parole, e in effetti un fondo di verità in questa affermazione esiste. Essa può veicolare e trasmettere un messaggio attraverso una semplice manciata di secondi come un concetto scritto non potrebbe mai fare, perché la sua fruizione richiede un maggiore impegno e un maggiore impiego del tempo. È facile per tutti noi notare quanto la nostra sia un’epoca dominata dall’uso dell’immagine, quanto il linguaggio verbale sia stato sostituto in gran parte con una più immediata e rapida trasmissione visiva.

Mai come in passato la comunicazione oggi si è trasferita dalla parola più complessa alla figura più fulminea, proprio perché la civiltà odierna è basata sull’istantaneità e sulla globalità. Tutto deve essere rapido e deve diffondersi con altrettanta velocità. Dalle semplici emoticon che tutti noi quotidianamente utilizziamo per sintetizzare frasi e stati d’animo, alla ormai ingombrante presenza della fotografia nella nostra vita. Un’inarrestabile esigenza di fotografare il corso dei nostri momenti quotidiani e condividerli con gli altri che appare prerogativa della società odierna. Sembra più impellente fermare con uno scatto un frammento di vita da mostrare allo sguardo altrui che viverlo direttamente quel frammento, appieno e senza distrazioni digitali. Oramai non basta più Facebook, la parete virtuale dove appendere foto personali ed esporle a un pubblico di noti e meno noti “amici”, l’ultimo orizzonte è Instagram fino al prossimo che lo sostituirà. Nuovi social, nuovi lidi tecnologici, nuovi mercati globali si creano e si moltiplicano nel tempo per pubblicare foto e condividere, ancora e ancora.

Anche solo questo aspetto è la testimonianza di quanto il rapporto che l’essere umano può creare con l’immagine sia potente e stratificato, ed esaminarlo può offrire affascinanti e stimolanti spunti di ricerca, conoscenza e riflessione sulla psiche umana, sul momento storico e sulla società di cui fa parte. Un argomento dunque che certo non poteva mancare come oggetto di attenzione anche in ambito letterario.

Mi soffermo a citare tre libri in particolare che percorrendo vie differenti e attraverso un approccio diverso affrontano la relazione tra percezione umana e immagine, e forniscono osservazioni e spiegazioni dei fenomeni visivi e di quelli cerebrali ed emotivi associati e derivati.

Uno è Le immagini nella mente di Stephen M. Kosslyn che analizza questo legame e scambio da un punto di vista prettamente psicologico, considerando il fenomeno delle immagini mentali e valutandone i processi creativi e il loro utilizzo nel cervello umano.

Un altro è F for fake di Massimo Sgroi che si avvale della collaborazione di quindici critici d’arte, intellettuali ed artisti, per focalizzare l’attenzione sulla manipolazione delle immagini, sulla falsificazione e sull’utilizzo che di esse ne fanno i media.

L’ultimo titolo che potrà incuriosire non solo gli appassionati della settima arte, è Psiche e Cinema di Emilia Costa. Un saggio nel quale esaminando vari film celebri si cerca di definire la correlazione tra narrazione visiva ed elaborazione mentale dello spettatore, dimostrando quanto l’immagine cinematografica possa raggiungere la mente, la memoria e la sfera emotiva di un individuo in modo più incisivo e condizionante di altre forme di comunicazione.

Fare spazio

Quante volte tra i buoni propositi  di inizio anno ci sono quelli che riguardano il mettere ordine? Non mi riferisco a quello che necessiterebbe avere magari nella propria vita, perché quello in particolare richiederebbe un impegno diverso e sicuramente più laborioso, ma un ordine più materiale che riguarda gli ambienti fisici che ci circondano.

Liberarci di quello e quell’altro, sistemare in modo più utile una stanza, una soffitta, un garage, un magazzino. Fare appunto un po’ di spazio attorno a noi.Eppure capita di non riuscire a portare a termine questa nobile intenzione, almeno fino a quando: ZAC! Qualcosa spezza il torpore.  Irrompe quel preciso istante in cui in noi scatta qualcosa e allora non ci sono stagioni o giorni migliori, lo si fa e basta.

Ci alziamo una mattina con l’ idea che sia giunto il momento di mettere a posto qualcosa e l’energia non ci abbandona appena infiliamo le pantofole per indirizzarci al bagno, anzi ci guida per tutta la giornata alla realizzazione di quel pensiero fisso che aleggiava nella nostra mente da tempo oramai remoto senza trovare una via d’uscita. L’abbiamo accantonato in modo sistematico, rimandato per mesi in un susseguirsi di settimane: perché una volta faceva troppo freddo e si congelavano le mani e le trovate organizzative con esse; poi invece faceva troppo caldo e anche uno sbattere di ciglia poteva far sudare troppo ed era meglio aspettare clima migliori; durante le vacanze di pasqua con le note “pulizie” sembrava essere un ottimo periodo poi però a valutare meglio forse era più adatto il week-end successivo e via così fino all’anno prossimo e ai buoni propositi di Capodanno. Ma quando oramai ci ritroviamo sconfitti dalla nostra inconcludenza, ecco che all’improvviso arriva quel magico giorno in cui a non trovare spazio sono le scuse e il rimandare perenne. Ci sentiamo pieni di vitalità e allora prendiamo la concreta decisione che si devono liberare scaffali e scatoloni, riorganizzare mansarde e cantine ed è proprio in quelle precise circostanze in cui si solleva in noi il comune quesito esistenziale che prima o poi tutti si pongono: con i vecchi libri che si fa, si buttano?

Ci sono libri orrendi di autori improbabili, libri portatori di ricordi e persone che vorremmo allontanare dal nostro sguardo, volumi troppo vissuti, magari infestati di macchie di umidità incancellabili, testi scolastici pieni di tracce del nostro passato e di cui hanno rifatto già altre mille edizioni che a nessuno potrebbero essere utili, però, però, c’è sempre un “però”. Perché farli morire in un cassonetto dà sempre l’idea di sprecare qualcosa, anche se in quelli appositi a raccogliere carta e cartone dovrebbero trovare una loro utilità nel riciclo. Prima di arrivare a gettarli via in modo definitivo, a lanciarli nel buio oblio di quei raccoglitori metallici, si potrebbero sempre valutare delle altre possibilità. Come il donarli per metterli a disposizione di altre persone per esempio. Alcuni piccoli negozi da qualche anno, stanno promuovendo una bellissima iniziativa mettendo dei cesti accanto all’entrata dove è possibile lasciare e prendere un libro liberamente. E se proprio ci troviamo tra le mani dei libri dall’aspetto impresentabile e che siamo certi nessuno avrà mai voglia di leggere, certezza comunque opinabile, si potrebbero forse utilizzare per creare qualcosa di artistico con cui decorare gli spazi o di pratico con cui ammobiliare gli ambienti come fossero mattoni da costruzione.

Ma se davvero non potete fare altro che liberarvene insieme ai sacchi della spazzatura, potreste disporli a parte e sistemarli fuori dai cassonetti per permettere che lo sguardo curioso e interessato di qualche passante possa raggiungerli. Qualcuno vedendoli potrebbe raccoglierli, e se proprio non leggerli magari farci un originale comodino porta libri.

Letture natalizie

Leggere in questo periodo dell’anno potrebbe sembrare per qualcuno impossibile. I giorni di festa sono molti e ravvicinati ma ci sono le spese, i preparativi, gli incontri con i parenti abbastanza interminabili che non lasciano molto spazio alla lettura di un libro.

Questi sono però anche giorni in cui si viaggia, quindi se ci troviamo a prendere un aereo, un traghetto o un treno per raggiungere famigliari, parenti o amici si può trovare un po’ di tempo per leggere qualcosa e far apparire il tragitto più rapido e meno tedioso. Magari quel libro che abbiamo sul comodino fermo a pagina tre e su cui crolliamo dal sonno a ogni fine giornata, oppure quell’altro che ci hanno regalato al compleanno, o forse era due compleanni fa, ma che da allora è rimasto comunque a colorare la libreria di casa. In ogni caso ci sono molte altre possibilità letterarie strutturate in modo tale che si possano sfogliare anche a frammenti, come le raccolte.

Tra una vita e l’altra a cura di Catherine Dunne e Federica Sgaggio per esempio è un’antologia di storie di autori italiani e irlandesi, oppure per chi vuole spostarsi più lontano ci sono i Racconti del siriano Zakariyya Tamer tra i maggiori esponenti della letteratura araba contemporanea. Altrimenti per gli appassionati di noir-gialli che appunto necessitano di una lettura gestibile in modo frammentario c’è Noir istruzioni per l’uso di Luca Crovi, un atlante degli autori più celebri del delitto che racconta aneddoti e regala inedite rivelazioni assicurando suspense e colpi di scena. Per chi invece sta pensando già alla fine dell’anno e al desiderio di trovare un luogo in cui salutare il vecchio e abbracciare quello nuovo nel relax, potrebbe trovare qualche idea in Andare per Terme di Annunziata Berrino una collana di itinerari tra storia e cultura.

Le festività sono benefiche e necessarie, perché ci permettono di staccare dal lavoro, dallo studio, dagli impegni quotidiani che ci riempiono le giornate e ci affaticano, ma altrettanto possono esserlo in questi periodi di festa le pagine di un libro, una via di fuga a volte anche da loro.

Se un leone potesse parlare

La piaga dei nostri tempi non è la crisi, non è la disoccupazione, non è il cancro, ma il fatto che ogni persona o quasi possieda un cane.

E non mi riferisco a coloro che vivono attorniati dal verde e quindi permettano di mantenere una vita più vicina alla loro natura, ma di chi si trova negli angusti spazi condominiali e che di mattina o al calare della sera si incrocia lungo i marciapiedi circostanti a portare in giro esemplari delle più disparate razze e dimensioni per le loro impellenti necessità quotidiane. Peccato però che a ripulire poi il loro passaggio siano evidentemente meno della metà di quella comunità di cinofili che sembra essere in crescita nella nostra società, altrimenti non si spiegherebbe lo stato in cui ogni giorno si trovano ridotte le strade delle nostre città. E sventurati coloro che devono spingere un passeggino o chi è costretto a spostarsi in carrozzina, muoversi per loro è costantemente un faticosissimo slalom. Anche se proprio questi ultimi all’alto tasso di inciviltà diffuso sono avvezzi, visto che un’auto parcheggiata proprio davanti agli scivoli loro adibiti che impedisce ogni transito non si fa mai mancare.

Quello però che non smetterò mai di chiedermi è: ma possibile che a quei proprietari di cani così incuranti non capiti mai di passarci sopra con le proprie scarpe? Ormai quando si cammina per le strade il numero di tracce canine è talmente esteso che lo sguardo deve essere obbligatoriamente fisso sulle punte dei piedi onde evitare spiacevoli incidenti, e arrivederci alla sana postura. La schiena assume una costante forma curvilinea e seppure riusciamo a schivarle quelle tracce, il colpo della strega però ci attende dietro l’angolo. Quando arriva l’autunno poi c’è da tremare e non per l’abbassarsi delle temperature, ma perché il manto di foglie cadute finisce per ricoprire spesso del tutto tali scie e il rischio è altissimo! Per non parlare di quando si parcheggia la macchina, non sia mai che si scenda senza controllare dopo avere aperto lo sportello. Non azzardatevi a distrarvi in un momento tanto delicato, potrebbe essere fatale. E se vi capita di dover camminare in una strada all’imbrunire dove l’illuminazione ha qualche intoppo e in fondo non sarebbe una buona idea farsi beccare da un camion per passare in mezzo alla strada, armatevi di tanta speranza.

Un altro aspetto che denota il dilagare della presenza di animali domestici nella vita delle persone, oltre a una probabile esigenza di compensazione affettiva in mancanza di quella umana e a pensare a tanti essere umani davvero bestiali si può anche comprendere una tale preferenza (la favola Prometeo e gli uomini di Esopo spiega qualcosa al riguardo), è la diffusione massiccia di un vero e proprio mercato a essi destinato. Non c’è negozio di alimentari oramai che non abbia fornitissimi scaffali dedicati alla loro alimentazione, con immancabili prodotti biologici, senza zuccheri e senza olio di palma! Esistono capi d’abbigliamento, alcuni davvero imbarazzanti tipo le magliettine attillate con le frasi più improbabili, e ci sono persino i passeggini per cani. Ma del resto mi è capitato di vedere bambini imbracati con guinzagli e dunque forse l’idea che le cose si stiano leggermente confondendo non è così infondata. L’impressione generale infatti è che si sia creato in questi ultimi anni un eccesso di umanizzazione degli animali, e non ritengo sia manifestazione di un fenomeno positivo. Il legame affettivo, l’amicizia, lo scambio che si può creare con tali creature è senza dubbio importante e speciale (e anche curativo in molti casi, e la Pet therapy ne è una prova), però personalmente penso sia sempre basilare mantenere il giusto approccio.

Un libro intitolato appunto Se un leone potesse parlare di Stephen Budiansky, affronta in modo molto accurato proprio questo argomento. Facendo riferimento agli studi e alle esperienze di esperti del settore, l’autore offre in questo scorrevole e appassionante saggio un’analisi interessante sulla natura del mondo animale e sull’importanza di saperla distinguere senza distorcerla. Fondamentale risulta essere la necessità di vedere, conoscere e trattare gli animali nella loro unicità rispettandone le caratteristiche senza proiettarci le nostre. L’intenzione è dunque quella di soffermarsi a considerare il rapporto con essi in modo più consapevole e più rispettoso delle loro peculiarità, senza limitarle o trasformarle in un’interpretazione eccessivamente antropocentrica.

Perché ‘se un leone potesse parlare’ forse direbbe: -Non sono il re della foresta, è che mi disegnano così!- O molto più semplicemente, come si afferma nel libro di Budiansky citando Wittgenstein ‘noi non riusciremmo a capirlo‘.