BUONE FESTE, BUONE LETT(ur)E

Siamo forse troppo pochi, noi popolo di lettori, ma ci siamo.

Noi che vediamo il libro come il mattone su cui costruire le fondamenta di una società civile, noi che pensiamo alla cultura come l’arma di difesa più efficace per qualsiasi guerra della vita, noi che consideriamo la lettura come una risorsa per l’animo e per la mente, noi che non vogliamo smettere di fantasticare ma anche di conoscere e imparare, noi che ancora leggiamo.

Un libro probabilmente non salverà il mondo, ma senza dubbio aiuta a viverci meglio.

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Ma come hanno fatto generazioni di genitori a mandare i figli a scuola senza WhatsApp?

Chi ha figli conosce già questa piaga, chi non ne ha ma pensa di averli è bene che si informi per tempo e si prepari a questa nuova imprescindibile norma: non si possono mandare i figli a scuola, farli studiare e fare in modo che prendano un titolo senza avere WhatsApp e senza far parte del gruppo di classe! Oramai è una regola conclamata a cui è obbligatorio sottostare e nessuno potrà scamparla, è inutile illudersi. Presto anzi diventerà un obbligo burocratico, quando si presenteranno tutti i vari documenti per la domanda di iscrizione a un istituto scolastico, in contemporanea si dovrà presentare anche una domanda ufficiale di iscrizione al gruppo a esso associato. E sappiate che una volta entrati nel tunnel delle chat non ne uscirete mai più, la luce si vedrà probabilmente non prima dell’università. Quindi munitevi di infinita pazienza e createvi il vostro sistema di sopravvivenza per attraversare indenne (per quel che sarà possibile), questo difficile periodo della vita da genitore.

Prima di tutto un principio basilare di cui bisogna essere al corrente e a cui fare costantemente riferimento è: le persone non leggono. Quindi anche se voi credete che l’abbiano fatto perché le spunte sono diventate blu, sappiate che non è così. Ciò indica che lo hanno visualizzato sul display del loro smartphone, ma ricordatevi sempre che leggere e soprattutto comprendere ciò che si legge è qualcosa di ben diverso!

Un altro principio a esso strettamente correlato è: scrivere il meno possibile, perché più si scrive e meno si legge. Vale anche in questo caso il principio appena esposto sopra, perché se inviate più di un testo per chiarire meglio ciò che volevate esprimere sappiate che questo può generare solo più confusione in chi non è abituato a leggere e a comprendere contemporaneamente. E poi  c’è un altro aspetto da tenere presente, l’eccessiva quantità di messaggi impedisce la lettura. Perché se una persona a fine giornata controlla il proprio telefonino e se ne trova un centinaio in una chat e al primo colpo d’occhio per lo più di chiacchiere, la chiude senza considerarne nessuno perdendo così le comunicazioni davvero importanti. Eh già perché a questo dovrebbe servire il gruppo dei genitori su WhatsApp, alle comunicazioni importanti!! E qui ci si potrebbe fermare un attimo per farsi una bella risata. Perché non è mai così, dato che il 90% è  composto da: chiacchiere varie, continui inviti a feste private, foto delle feste private, utilizzo dello spazio come mercatino dell’usato per vendere qualcosa o per fare pubblicità alla propria attività, invio di bacetti e bacini, oh quanti bacini e cuoricini a go go. Si vogliono tutti un gran bene dentro alle chat!

Un ultimo principio base da non dimenticare è: non fatevi incastrare, non fatevi mai eleggere rappresentanti di classe! Perché vi inseriranno in automatico pure nel “gruppo dei rappresentanti di classe” e dovrete stare lì a comunicare quotidianamente via WhatsApp da una parte con le maestre che vi contatteranno per ogni puntina mancante e dall’altra con i vari gruppi che chiederanno infinite delucidazioni per ogni puntina mancante. Più che “rappresentanti dei genitori” diventerete i “segretari delle maestre” che vi delegheranno tutto il possibile e anche di più. Quindi il giorno della riunione prendetevi le ferie ma non per partecipare, ma perché voi e vostro figlio/a avrete un virus intestinale. Far saltare la scuola in questi frangenti diventa legittima difesa, perché altrimenti quando andrete a prenderlo non basterà mettersi un cappello e degli occhiali scuri sul naso, qualcuno tra maestre e altri genitori vi individuerà sicuramente e vi bloccheranno per non farvi raggiungere il cancello di uscita.

Per i fortunati che non conoscono questo incantato mondo virtuale, ma non troppo, delle chat scolastiche elencherò le possibili tipologie umane in cui potrete imbattervi e le possibili dinamiche in cui ci si potrà trovare invischiati. Tenendo sempre conto che l’universo WhatsApp è lo specchio della società odierna e della variegata e sgangherata umanità che vi abita, con tutti i suoi innumerevoli limiti.

Tipologie umane

La buongiornista: esordisce sempre con un “buongiorno mamme!” anche se nel gruppo ci sono dieci papà (si fa per dire dieci in realtà purtroppo sono la metà, perché si sa sono sempre le madri che si occupano della scuola dei figli. Pure di quella!).

La previdente: già il 15 settembre inizia a chiedere le date delle recite di Natale.

La dubbiosa: ogni minimo dubbio deve avere essere fugato. Piove a dirotto per tutto il week end ma vuole sapere se il lunedì si farà la gita al parco. Forse pensa possano essere istruttive la sabbie mobili.

La scrivente automatica: scrive immediatamente senza leggere per fare domande a raffica che hanno sempre già tutte le risposte tre messaggi sopra il suo.

La maestra social-Grande Sorella: fa largo uso dei social, tanto da avvalersi spesso di WhatsApp come fosse un mezzo di comunicazione ufficiale perché il cartaceo evidentemente è faticoso. Inoltre si tiene in contatto con alcuni “prediletti” e/o rappresentanti a cui spesso ricorre come contatti esterni per fare richieste di materiale vario da compare (perché c’è sempre qualcosa mancante da comprare!!!!). Quindi è bene sapere che non c’è ma c’è, in quanto viene informata di tutto ciò che si scrive dentro la chat dei genitori.

La supporter: se c’è qualche discussione non si pronuncia e non espone un suo pensiero, però interviene con le manine da applausi.

-L’informata: è quella che ha altri figli in classi più avanti. Sa sempre dove, come e quando.

 Principali eventi e dinamiche annesse

regali alle maestre – Premetto che io faccio parte di una generazione in cui i regali al corpo docente si facevano esclusivamente, e giustamente aggiungo, alla fine di un percorso formativo o quando qualcuno terminava quello lavorativo andando in pensione. Alle elementari lo facevano le quinte, per intenderci, e basta. Adesso c’è questa nuova norma comportamentale, non so bene da chi avviata, per cui si devono fare regali alle maestre a Natale, Pasqua, compleanno, ogni fine d’anno scolastico e chi più ne ha più ne metta. Ma perché? Da un punto di vista deontologico non dovrebbe essere considerato anche scorretto accettare regali? Eppure eccome se le maestre li accettano, anzi dato che l’abitudine ormai è ben consolidata c’è persino chi sceglie cosa ricevere! Insegnare ritengo sia uno tra i mestieri più importanti e complessi da portare avanti, perché bisogna senza dubbio esserci portati e riuscire a farlo con i pochi mezzi oggi a disposizione è ancora più complicato. In una difficile epoca come la nostra purtroppo lo stato sta progressivamente abbandonando la cura, l’attenzione e il sostentamento economico alla scuola pubblica, dimenticando l’enorme importanza della cultura e della formazione come pilastro irrinunciabile alla costruzione e al mantenimento di una buona e sana società civile. Premesso questo torno alla domanda, perché un genitore dovrebbe fare continuamente regali alle maestre o ai professori? Gli insegnanti devono eseguire con serietà e professionalità il loro lavoro perché stanno contribuendo a formare i futuri esseri umani che porteranno avanti la nostra società, incarico che hanno scelto di eseguire e per cui sono pagati, quindi non ci devono essere bonus o mezzucci infiocchettati per assicurarsi particolari favoritismi. Spendere soldi in questo modo lo trovo inconcepibile ancor di più nella condizione in cui si trovano le scuole oggi, senza manutenzione, senza materiali, con un numero sempre più ridotto di personale che ne garantisca la fondamentale qualità dalla didattica alla pulizia. Mancanze alle quali devono costantemente sopperire i genitori, elargendo una quantità assidua di denaro dall’inizio di ogni anno fino alla fine e rendendosi disponibili nelle varie riparazioni, tinteggiature, acquisto di materiali e dei pagamenti postali che riguardano una classe. Eppure nonostante tutto questo, c’è sempre chi a un certo punto dell’anno scolastico ne uscirà fuori con questa frase: <<Ma il regalo alle maestre?>>. Comunque voi dopo qualche esperienza in queste dinamiche potrete sempre rispondere: << No grazie, sto cercando di smettere>>.

Le feste di compleanno – Qui se potessi inserirei una musica inquietante da sottofondo, tipo quella dei Goblin di Profondo rosso. Perché solo le parole insieme, “festa di compleanno”, terrorizzano più dell’arrivo del colpo d’ascia di qualche pazzo serial killer. Per ogni genitore sono un incubo, anche se si fingono immancabilmente entusiasti. Prima c’è il momento della richiesta dell’adesione, poi c’è il momento in cui vengono elargiti in classe gli inviti e tuo figlio/a ormai lo sa e non puoi più nasconderglielo e defilarti come avevi pensato, quindi successivo giro di adesione. Poi c’è la raccolta soldi del regalo che se sei fortunato segue sempre uno stesso e minimo budget deciso a bambino, ma può capitare che ci sia qualcuno che addirittura ritenga che non sono tutti uguali e che si debba alzare la quota di partecipazione in base al tipo di festa proposto. Per un compagnetto di scuola che ti invita a un party in piscina con i fuochi d’artificio fuori città,  non vorrai spendere gli stessi miseri 5 euro che hai messo per gli altri pezzenti che hanno festeggiato al parco giochi vicino a scuola? Ci mancherebbe! Comunque sia purtroppo si è diffusa l’insana consuetudine di invitare l’intera classe del proprio figlio, non solo qualche amichetto più stretto magari a casa a mangiare una fetta di torta e a giocare un po’ come si faceva prima, troppo ordinario evidentemente. Oggi si devono fare i super mega party dai 0 anni in su e invitare 200 persone come manco alle nozze reali. I luoghi dunque sono sempre molto ampi e con mille attività, che sia in qualche sala di ristorante con animatore compreso o nei vari parchi giochi diffusosi a macchia d’olio nelle città. Quando partecipi a mala pena conosci i baby festeggiati figuriamoci gli adulti ad essi associati, hai difficoltà pure a riconoscerli e rischi persino di sbagliare festa e di andare a quella della sala accanto. Dopo dieci minuti tra urla e caos hai già il mal di testa, stai lì a controllare in piedi per due ore che tuo figlio/a non salti giù da qualche gonfiabile o faccia saltare qualcun altro e ti viene il mal di schiena. In preda alla disperazione, ti aggrappi alla speranza che sia arrivato finalmente il momento del taglio della torta gigante e si scartino i 400 regali che il festeggiato a mala pena guarda, per fuggire via. Magari dicendo con un sorriso: <<Grazie dell’invito a questa bellissima festa>>. Nel timore che si accorgano che avresti preferito cercare quadrifogli in Alaska piuttosto che stare lì. Sperando poi di averlo detto ai genitori organizzatori e non a qualcuno che passava di lì per caso. Ma tanto pure loro, probabilmente, si saranno detti guardandosi: <<Ma chi era?>>.

Le recite e/o spettacoli – Ad appena tre anni di età già dal primo anno della scuola dell’infanzia i bambini sono sottoposti a coreografie, canti e recite di vario genere nemmeno fossero a Broadway. Le maestre stanno lì stressantissime a far funzionare tutta la confezione per non deludere le aspettative e a stressare i piccoli allievi, per buona pace dei meno portati ai balletti che conosceranno già le prime critiche e frustrazioni inevitabilmente derivanti. I genitori muniti di ogni tipo di strumento per riprendere e fotografare cercano di catturare il momento per il futuro, senza alla fine guardarlo e goderselo nel presente. E sventurati coloro che finiscono dietro le innumerevoli schiere di alberi genealogici famigliari, perché a questi avvenimenti c’è chi si porta persino i cugini di secondo grado. A fine giornata costoro non sentono più le braccia, dopo averle tenute sollevate per un’ora nel tentativo di fare una ripresa decente sopra le teste dei troppi astanti. Sul gruppo di WhatsApp nei giorni precedenti è il delirio. Per intere giornate l’abbigliamento richiesto per lo spettacolo diventa l’unico oggetto di conversazione innescando una serie infinita di interventi, domande, raffronti, scambi di interi cataloghi di negozi, marche e prezzi. E ciò accade anche se si tratta di indossare una semplicissima maglia bianca.

Forme di resistenza

Ma dopo aver saputo tutto ciò, non bisogna scoraggiarsi. Ci sono sempre possibili sistemi di sopravvivenza per partecipare a questi gruppi in modo meno logorante, e per tutelare la propria salute mentale. Eccone alcuni esempi:

Presenza bianca.  Ci siete ma non scrivete mai sperando non vi notino e si dimentichino che siete il genitore di qualcuno. Nell’immagine del profilo consiglio di non mettere in nessun caso, mai neppure durante le vacanze, la foto di vostro figlio/a o di voi chiaramente visibili. Meglio un paesaggio, un tramonto, una vignetta, un sasso, qualsiasi cosa insomma che non sia personale. Così non vi individueranno e non potranno riconoscervi neppure all’uscita delle lezioni.

Aula di tribunale. Ogni volta che scrivete pensateci prima mille volte e pesate anche le virgole che inserite, ricordandovi che non avete il vostro legale lì a difendervi. Non usate mai le faccine/emoticon/emoji, o come si chiamano, perché se mal interpretate potrebbero innescare una bomba atomica e fare scoppiare una terza guerra mondiale in qualsiasi momento.

-Elettore da referendum. Manifestatevi esclusivamente quando viene richiesta un’imprescindibile adesione a qualcosa che riguardi esclusivamente la scuola e la didattica. Mai per motivi privati tipo le feste, altrimenti verrete interpellati sempre pure su quelli. Intervenite limitandovi a un “Sì” oppure a un “No”. Ricordatevi però che annullare la scheda non sarà possibile, nemmeno con un emoticon per i motivi sopra indicati.

In conclusione di questo mio piccolo compendio semiserio, posso con certezza affermare che in queste nuove forme di “social scolastici” l’ultima cosa che si fa è socializzare. Dopo averne fatto parte infatti si diventa ne casi migliori semplicemente asociali, in quelli più seri ferventi misantropi. A voi la vostra preferenza.

Un tuffo dove l’acqua era più blu

Non so a voi ma ogni volta che io vedo un’immagine di questa intramontabile serie tv, a me viene un sussulto. Sarà il riemergere della spensieratezza di un’età ormai passata, saranno i disegni così ben delineati e i colori brillanti che ammaliano lo sguardo, sarà il ricordo di quel grido pieno di enfasi della voce di Romano MalaspinaActarus quando si apprestava a scivolare nella testa del gigante robot per prendere il comando di Goldrake, ma vedere quella figura mi smuove sempre qualcosa dentro.

La stagione dei bagni è ufficialmente e concretamente finita (nell’arco di 24 ore siamo passati dalla notte di  San Lorenzo direttamente a quella di San Silvestro!), e il tuffo del titolo vuole infatti riferirsi solo a quello nel mare dei ricordi che in molti riemergerà attraverso questa popolarissima serie nipponica arrivata in Italia nella primavera del 1978. Un nuotare in mezzo a quei pomeriggi senza tempo alla ricerca del gioco perenne, all’età del facile entusiasmo e della capacità sconfinata di sorprendersi e sognare, all’età dei pensieri leggeri e della fanciullezza quando appunto come scriveva Giacomo Leopardi era così facile trovare “tutto nel nulla”, e non “il nulla nel tutto” dell’età adulta.

Ricordando questa serie non vorrei cadere in frasi trite del tipo: “non ci sono più i cartoni animati di una volta”, però l’alta qualità artistica di quelle produzioni è innegabile. Certo all’epoca quelle serie erano tutte un po’ tragiche e da un punto di vista narrativo le vicende erano sempre molto drammatiche, ma probabilmente perché nate in un’epoca post-bellica. La maggior parte dei protagonisti infatti non aveva famiglia e la morte era un tema ricorrente, sia che ci fossero gli alieni da combattere come nel caso delle serie dei robot di Go Nagai come Atlas Ufo Robot, sia che i personaggi fossero insetti orfani come L’Ape Magà (nella versione italiana curiosamente divenuta femmina forse per fare un po’ di concorrenza all’Ape Maya), e se per caso i genitori li avevano avuti allora erano direttamente loro a crepare come Lady Oscar. Però seppur la drammaticità fosse una componente fondante quelle storie, erano racconti meno superficiali, più profondi perché attenti a mostrare anche i tormenti umani e le loro difficoltà. C’era la ricerca di una certa empatia e di un maggiore coinvolgimento emotivo con lo spettatore, con l’intento di emozionare e non di essere semplicemente un oggetto di svago. Non so ma se penso agli eroi dei cartoni animati del passato, non riesco a metterli proprio sullo stesso piano dei PJ-Masks!

Non parliamo poi del fatto che anni fa la tv creava un maggiore spazio per i bambini, e non un maggiore spazio di utilizzo dei bambini come con i programmi canterini di oggi dove scimmiottando gli adulti si trasmette come “alto” obiettivo quello della visibilità e del diventare famosi. C’era un tempo in cui esistevano programmi pensati per loro e orari per loro. Alle 20.00 su Italia Uno prima si aspettavano I Puffi, adesso ci sono quelli di CSI alle prese con l’ennesimo serial killer che fa a fette qualcuno. A questo punto era meglio il ninja Sazuke che in ogni episodio affettava qualcuno e in volo per giunta! Inevitabilmente i tempi sono cambiati, la tv e la sua fruizione anche. Si racconta altro e con altre frequenze, forse anche  per questo l’immagine di quelle serie di animazione che venivano dal lontano Giappone e dalla maestria dei suoi autori, appaiono per molti oggi illuminati di un’aurea ancora più incantevole sia da un punto di vista visivo che narrativo.

Nel 2018 Goldrake ha raggiunto i 40 anni di celebrità nel nostro paese, eppure la bellezza delle tinte sgargianti e dei suoi tratti, le sue battaglie contro il male, restano inossidabili e non sembrano patire il trascorrere del tempo. In Italia è stata una produzione che ha lasciato un segno per molte generazioni forse perché era il primo cartone sui robot a essere trasmesso in Italia, ma anche perché coloro che lo guardavano all’epoca con gli occhi di bambino lo ritrovano oggi come il custode di quelle sensazioni e di quei sogni di un’infanzia che fu.

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La valigia di cartone

Avvistato in mezzo a un mare di altri testi come una piccola isola attorniata da onde di carta, dimenticato nel mucchio informe sotto uno degli innumerevoli Wilbur Smith o l’ennesimo libro di ricette e probabilmente oggetto di scarsa considerazione dai più che lo vedevano sbucare con la sua semplice copertina bianca, questo libro-inchiesta di Flavia Luginbühl del 1977 ha da subito invece rapito il mio sguardo destando la mia curiosità. Non appena le mie dita hanno cominciato a sfogliare quelle pagine che documentavano in modo rigoroso cento anni di immigrazione italiana, pur essendo un testo scolastico pensato per le generazioni di studenti nell’epoca della sua edizione, si è presentato come un resoconto storico e culturale prezioso e degno di interesse nel suo essere testimonianza scritta e visiva di una parte importante della storia e della cultura del nostro paese spesso trascurata.

Illustrato con molte immagini e fotografie in B/N, compresi estratti da articoli di giornali, propone anche una raccolta di brani musicali – Le canzoni dell’emigrane italiano all’estero – con cui il volume si conclude. Un testo che si avvale dunque di vari strumenti e fonti per raccontare quel pezzo d’Italia in cammino alla ricerca di altre opportunità, di nuove occasioni di vita, come inevitabilmente è insito nella natura umana dinanzi a un deserto senza speranze.

Il finale di un celebre romanzo di Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo, nelle ultime righe definiva “la speranza e l’attesa” come le due parole nelle quali racchiudere tutta la saggezza umana. Ma se la speranza è senz’altro la forza trascinante che caratterizza l’essere umano, l’attesa a volte va necessariamente tramutata in azione e quindi in movimento proprio per fare in modo che quella speranza possa essere ritrovata. Del resto siamo tutti in perenne viaggio in questa vita, ed essa stessa altro non è che un percorso ignoto che proseguiamo per sentieri dai confini indefiniti. Un  cammino verso un altrove fa parte della nostra natura e ne ha segnato da sempre il corso degli eventi come abitanti di questo pianeta.

Quegli italiani in viaggio dal sud verso il nord od oltre i confini della nostra penisola trattati da reietti, da indesiderati, etichettati come una categoria umana inferiore, parassita e molesta, rappresentano le radici del nostro passato, della nostra storia. Volti impressi nel bianco e nero di fotografie anonime che ci mostrano frammenti della vita di tante persone, ognuno con la propria storia, di dolori, progetti, sogni e speranze diversi e lontani, eppure così simili e vicini anche a ognuno di noi.

Un libro da leggere e conservare per non dimenticare chi siamo, chi eravamo o chi avremmo potuto essere. Forse in questo modo potrebbe essere più semplice comprendere meglio anche il presente di altra umanità ancor oggi inevitabilmente in moto perpetuo che si riversa sulle nostre terre spinta dagli stessi sentimenti, riconoscendo nell’altro noi stessi e ricordando quel tempo trascorso nemmeno troppo lontano.

Primo Maggio, Primo Articolo della Costituzione

Lavorare stanca titolava una nota raccolta di poesie di Cesare Pavese, ma non-lavorare stramazza.

Oggi è festa del lavoro e della sua assenza, dei lavoratori e degli invisibili.

Di chi ha un contratto ma senza diritti, di chi un contratto non ce l’ha e prende 5 euro all’ora senza diritti, degli stagisti non retribuiti a tempo indeterminato, di chi un lavoro lo ha perso, di chi resta fuori dal mercato, dei precari flessibili, dei disoccupati piegati al silenzio o al “le faremo sapere”, di chi una pensione non ce l’avrà mai e di chi in pensione non ci andrà mai.

Una giornata di celebrazione nella quale c’è tanto su cui riflettere e da considerare.

I lavoratori come farfalle è il titolo del libro di Giorgio Cremaschi edito da Jaca Book che appare qui come cornice visiva di questo breve post, i cui diritti raggiunti a fatica nel tempo sembrano oggi durare poco come appunto la vita delle farfalle.

La presentazione sulla quarta di copertina indica così lo scopo dell’autore: “individuare la via per la quale il lavoro, i cui diritti durano poco come la vita delle farfalle, possa risalire la china, assieme a un paese precipitato nella rassegnazione alla disuguaglianza e allo smantellamento della democrazia. Il testo non indica un programma ma insiste sulla indispensabile condizione affinché tale risalita si realizzi: la totale emancipazione dal pensiero e dai modelli sociali dominanti fin dagli anni ’80”.

La Terra di Mezzo tra letteratura e musica

In molti avranno letto i libri della saga Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, in tanti si saranno lasciati ammaliare dalla sontuosa trasposizione cinematografica di Peter Jackson e dei suoi film, ma ancora più numerosi saranno probabilmente coloro che ignorano l’esistenza di una stretta connessione tra quel ricco mondo letterario e il variegato universo musicale.

Il libro di Fabrizio Giosuè proposto qui come immagine di questo post, Tolkien rocks, rivela ai più curiosi e appassionati del genere proprio questo legame e ne dipana l’intreccio attraverso un viaggio musicale che parte dalle terre letterarie di Tolkien fino ad approdare alle acque agitate della storia del rock, senza tralasciare uno sguardo anche alle assolate spiagge della scena musicale italiana. Sulla quarta di copertina la presentazione di questa ricerca viene esposta con tali parole:

Cosa lega grandi protagonisti del rock come Led Zeppelin, The Allman Brothers Band, Black Sabbath e Bob Catley o band tipo Blind Guardian , Amon Amarth, Burzum e Summoning? La risposta è sorprendente: tutti questi gruppi devono qualcosa a J.R.R. Tolkien, l’autore dei leggendari libri ‘Il signore degli anelli’, ‘Lo Hobbit’ e ‘Il Silmarillion’Tolkien Rocks’ ripercorre una consistente parte della storia del rock grazie ai testi ispirati alle opere dello scrittore inglese, raccontando vicende e segreti delle band che si ispirarono, nei modi più diversi, ai luoghi e ai personaggi nati dalla penna di Tolkien, condendo la narrazione con curiosità e dichiarazioni degli artisti. La produzione di decine di formazioni musicali viene passata al setaccio: dai numi tutelari del rock e metal all’underground di qualità, sempre all’insegna del Professore. Il lettore troverà anche alcuni approfondimenti: “Saruman suona metal”, ovvero la carriera musicale dell’attore Christopher Lee, da poco scomparso, il quale passati i novantenni, ha pubblicato due dischi heavy metal dedicati a Carlo Magno; un’illuminante intervista a Giuseppe Festa, cantante dei Lincalad e apprezzato scrittore; infine, un’accurata descrizione di Nightfall in middle earth dei tedeschi Blind Guardian, capaci di realizzare un intero album ispirato a Il Silmarillion e vendere milioni di dischi-.

Si è soliti ripetere in questo periodo dell’anno “aprile è dolce dormire”, però se si vuole magari anche ‘sognare’ allontanandosi per un momento dalla realtà quotidiana che ci circonda nelle nostre giornate, ci si può lasciare trasportare nei lidi immaginari di questa Terra di Mezzo tra le invenzioni fantastiche della letteratura e le creazioni in musica a esse ispirate.

Perché le persone non leggono?

Non mi riferisco alla bassa percentuale di lettura di libri che è argomento già noto, fin troppo spesso si sente ripetere che secondo le statistiche nel nostro paese si scrive tanto e si legge poco, ma ciò a cui faccio riferimento nel titolo è quella semplice lettura quotidiana che dovrebbe essere la base di una normale comunicazione tra le persone.

Intendo quindi l’atto di leggere anche un singolo e breve avviso, pochi concetti ed espressi con brevissime frasi per evitare malintesi o facili perdite di tempo. Dunque non la lettura di un manuale di codicologia o di articoli chilometrici per i quali si potrebbe pure comprendere un attimo di distrazione, un’esigenza di respiro mentale. Eppure pare che davvero tante persone non si soffermino mai a prestare attenzione agli avvisi o alle informazioni fornite in anticipo con un testo scritto, che avrebbero la funzione di semplificare la comunicazione ed evitare il ripetersi di quelle domande che puntualmente invece vengono poste proprio perché la maggioranza quelle indicazioni non le legge.

E vogliamo parlare della non-comunicazione su WhatsApp? Oramai tutti noi lo usiamo quotidianamente, e chi ha figli in età scolare sa cosa significhi vivere l’incubo di ritrovarsi a far parte di qualche ‘gruppo di genitori’….Anche lì nei luoghi di trasmissione online le persone tendono a non leggere, o meglio a scorrere le parole con lo sguardo ritenendo che questo basti a definirlo lettura, ma senza attenzione e dunque la conseguente e necessaria comprensione. Quindi si tende a dar adito a confusioni, equivoci, persino tensioni delle volte, con un fiume di interventi tra sordi che ti si riversano senza un senso sul proprio smartphone. Siamo nell’era della comunicazione globale, di internet, dei social, ma se non si perde un briciolo del proprio tempo, se non si spende un coriandolo della propria energia (almeno adesso a febbraio, il mese del carnevale, ce ne sarà qualcuno in giro?) per capire cosa ci sta scritto prima di intervenire e di rivolgersi a qualcun  altro, che si partecipa a fare?

Ciò che manca prima del tempo, dell’attenzione, dell’energia forse è proprio la predisposizione. Troppi stimoli, troppe “comunicazioni” ci raggiungono continuamente e alla fine non siamo più capaci di dialogare, soffermandoci un istante a sentire davvero l’altro.

L’utile libro ritratto nell’immagine ad apertura del post, Ai bambini piace leggere di Kathy A. Zahler offre spunti e indica in modo pratico come promuovere con facilità la lettura tra i più piccoli, ma forse potrebbe essere vantaggioso anche per quelli più grandicelli.