Quando il caldo estivo diventa insopportabile….

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Tempo di esami

Giugno è il mese che segna il preludio d’estate ma anche la fine delle lezioni. Termina l’anno scolastico, o accademico, e per molti studenti inizia il momento delle verifiche e degli esami.

In una fase storica complessa e per molti aspetti difficile come la nostra, segnata dalla crisi economica, dalla scarsità del lavoro, dalle attività che aprono e chiudono, dai tanti locali in disuso lungo le strade delle nostre città, dai tagli all’istruzione e dagli istituti scolastici che appaiono luoghi sempre più fatiscenti, ci si chiede e probabilmente ancora di più che in passato, quanto e se valga il fatidico “pezzo di carta”. Studiare, diplomarsi, laurearsi, ha ancora un senso? Completare un percorso di studio conserva ancora il suo valore?

Sì, una risposta affermativa arriva secca e immediata.

Mi sento di poterlo affermare con fermezza e decisione, vale ancora e tanto. Non perché un titolo di studio assicuri un posto di lavoro, uno stipendio fisso, una carriera, una realizzazione professionale secondo i propri sogni, una pensione certa e serena. Questi sono purtroppo oggi orizzonti indefiniti e seppur non sia giusto non rivolti a tutti, ma perché offre ancora e sempre qualcosa di fondamentale e prezioso, lascia nelle nostre mani uno strumento importante con cui affrontare meglio la vita nei suoi imprevisti e probabilità.

L’erudizione, l’istruzione, la conoscenza, lo studio, la lettura, sono i mezzi più potenti a nostra disposizione perché ci permettono di ampliare e rafforzare la nostra mente, di arricchire il nostro bagaglio intellettuale e culturale, di allenare il pensiero, di stimolare curiosità e senso critico. Conoscere, imparare, sapere, ci permette di capire più a fondo e in modo più nitido la realtà circostante, e di conseguenza a gestire meglio situazioni e rapporti con gli altri.

In qualsiasi momento storico la cultura è sempre stata l’unica forma di elevazione, e resta ancora nei tempi odierni l’unica vera arma di forza e di difesa da custodire con premura nella propria tasca. L’istruzione è e deve restare il baluardo, il centro, la base su cui costruire la società del presente e del futuro, con cui formare l’umanità del presente e del futuro.

Non bisogna rinunciare, mai, non bisogna abbandonare e cedere allo sconforto, all’idea che il “pezzo di carta” non serva, che prepararsi, imparare e formarsi non abbia più alcuna utilità. Serve sempre, serve eccome.

Perché anche se in molti casi non permetterà purtroppo di trovare un impiego il giorno dopo, ti armerà di conoscenza, di acume e di sapere da utilizzare come fonte per adattarsi alle diverse circostanze e come scudo per rimandare indietro sopraffazioni e ingiustizie. Conoscere significa capire meglio, esprimersi meglio e lottare meglio. Sempre, in ogni circostanza.

Anche la solitaria e mostruosa creatura di Frankenstein nelle pagine del celebre romanzo di Mary Shelley ne aveva compreso l’importanza. Bramoso di sapere si era lasciato trasportare dai quesiti esistenziali che attanagliavano i suoi pensieri, ed esigendo delle risposte sempre più insistenti aveva trovato conforto e aiuto nei libri, nel sapere trascritto da altri, nella cultura tramandata.

Il volume delle Vite di Plutarco che avevo trovato narrava le storie dei primi fondatori delle antiche repubbliche. Questo libro ebbe tutt’altro effetto su di me rispetto ai Dolori del giovane Werther.

Dalle visioni di Werther imparai lo sconforto e la malinconia, ma Plutarco mi insegnò i grandi pensieri: mi elevò al di sopra della triste sfera delle mie riflessioni per farmi ammirare e amare gli eroi dei tempi antichi (…).

Il paradiso perduto provocò emozioni diverse e molto più profonde: lo lessi come avevo letto gli altri libri che mi ero trovato tra le mani, credendolo una storia vera. Risvegliò tutti i sentimenti di meraviglia e sgomento che la visione di un Dio onnipotente in lotta con le sue creature poteva provocare.

Anche se nei momenti di maggiore smarrimento si fosse quasi pentito di aver voluto sapere, di aver voluto imparare a leggere, a parlare, a comprendere il mondo, perché quel mondo era troppo duro e faceva soffrire, quell’essere nato dalla morte ed emarginato dagli altri esseri viventi, aveva capito più di chiunque altro il valore inestimabile e il potere dell’erudizione.

Studiare non è mai inutile e anche se sembra che porti via del tempo quel tempo verrà restituito in altre forme, in altri modi, e non sarà mai tempo perduto.

Buon Primo Maggio ai Senza Lavoro

Celebrare il diritto al lavoro e i diritti dei lavoratori in questi tempi di crisi economica e dunque di precarietà e disoccupazione, acquisisce un valore ancora più importante. Una voce che non deve cessare di affermare e avvalorare i principi basilari di una società civile. Perché tanto di ciò che è stato con fatica conquistato ieri, è oggetto di costante e infinita revisione oggi. Ciò che dovrebbe essere certo non lo è più e tutto continua a fluire verso l’instabilità e la mancanza di opportunità, in un turbinio costante di diritti che si ritoccano e si riducono a colpi di forbici come un foglio ritagliato più volte che si rimpicciolisce, come un disegno cancellato e ritoccato più volte che perde definizione e colore.

Senza sicurezza e prospettiva nel mondo del lavoro non si può sopravvivere, ma nemmeno vivere. Perché il lavoro non assicura solo la sussistenza ma assegna anche una fondamentale collocazione sociale, una “dignità sociale”. Conferisce un ruolo attivo all’individuo che si sente partecipe di una comunità e da essa viene riconosciuto. Chi è privo di un impiego, chi non occupa uno spazio nella “categoria dei lavoratori” vive uno stato di emarginazione costante e diventa un invisibile, oggetto di scarsa considerazione e rispettabilità più o meno velata agli occhi degli altri. Le conseguenze di tutto ciò nella sfera emotiva di una persona possono essere dolorose e devastanti.

Il libro Il lavoro che non c’è di Fausto Roggerone, psicologo del lavoro e docente universitario, affronta con attenta considerazione e approfondita analisi la componente psicologica di chi per svariati motivi un lavoro non lo ha. Un testo di scorrevole lettura improntato sull’individuazione del malessere e del disagio che la disoccupazione determinano nella vita di una persona, sul condizionamento che ciò provoca nelle relazioni con gli altri e nel proseguimento della propria quotidianità.

Lo scopo è anche quello di offrire dei rimedi, perché nel momento in cui si riconosce una sofferenza e le si dà una definizione, un’origine, si può tentare di affrontare meglio la situazione difficile che la provoca nel tentativo di trovare in se stessi il modo di gestirla e alleviarla. Gli argomenti sono esposti avvalendosi di esempi reali a cui si associano alcuni brevi test che il lettore potrà fare per meglio capire, e dunque anche correggere, le reazioni e il proprio atteggiamento suscitati dalla mancanza di lavoro in attesa che qualcosa magari riesca a mutare anche dal punto di vista materiale.

Un libro che trovo prezioso perché ha il grande merito di esporre un tema fondamentale, eppure di rarissima considerazione, nell’ambito della questione del lavoro e della sua assenza. Una lettura anche per i più scoraggiati, anzi soprattutto per loro.

L’Otto Marzo, lotto da quando m’arzo

Simpatico gioco di parole che qualcuno di voi, come me, avrà visto circolare in rete e sui social nella Giornata Internazionale della Donna.

Perché seppure siano stati tanti gli ostacoli faticosamente superati e la strada fatta verso una maggiore emancipazione, il cammino femminile nella storia della umanità è ancora destinato a lotte e conquiste. Non solo per migliorare ancora e sempre la condizione e la considerazione della donna che il mondo le riserva nella società e nella cultura che l’attraversa, ma anche per mantenere e difendere con tenacia il progresso e i diritti finora raggiunti.

Per celebrare e omaggiare questa ricorrenza ho scelto un libro la cui lettura penso possa offrire spunti di riflessione e punti di osservazione interessanti, e a tratti forse anche illuminanti.

Si intitola Le donne non chiedono, le autrici sono Linda Babcock e Sara Laschever e sulla quarta di copertina si presenta così:
L’occupazione femminile è in notevole crescita, ma le donne seppur con alte competenze, continuano a essere discriminate rispetto agli uomini nella retribuzione e nella gerarchia professionale, infatti raramente occupano posti decisionali nel mondo del lavoro. Fuori dalla retorica e con laica lucidità, questo libro identifica una delle principali ragioni di tale discriminazione in una diversa propensione a negoziare. Attraverso indagini psicologiche, sociologiche ed economiche, le autrici dimostrano come le donne per un coriaceo retaggio sociale, siano poco inclini a chiedere nel proprio interesse (un salario più alto, maggior aiuto in casa ecc.), e come addirittura temano che farlo possa danneggiare le loro relazioni: esse hanno imparato che la società accoglie male la loro assertività e volitività, mentre questo è esattamente ciò che ci si aspetta dagli uomini.

E allora come possono le donne rendere compatibili le loro attitudini con un mondo del lavoro costruito a immagine maschile? Cosa può imparare l’uomo dalle donne nel mondo del lavoro, e perché no, anche nella vita personale? Ancora: come le aziende moderne devono gestire la differenza? Questo libro suggerisce alle donne come migliorare la propria attitudine a contrattare, valorizzando le specifiche potenzialità femminili, poiché oggi negoziare non è più un lusso ma una necessità. Radicato sul terreno culturale dei Women Studies, il testo, per il suo taglio divulgativo e pragmatico, si rivolge in realtà a tutti gli uomini e le donne che oggi affrontano il mondo del lavoro, offrendo una semplice quanto fondamentale lezione di economia e sociologia: le discriminazioni nelle istituzioni sono economicamente dannose e oggi le aziende sono chiamate a integrare le diverse capacità di ambedue i generi per sfruttare al meglio il capitale intellettuale-.

Per gli interessati ad approfondire:
https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=51805157&db=
https://www.comprovendolibri.it/vendeanche.asp…

E per tutti gli altri, Buona Festa della Donna!

San Valentino e “Tutto sull’Amore”

Per andare oltre i cioccolatini e i cuoricini che invadono i nostri sguardi in questo giorno di giorno di San Valentino, croce e delizia per single e non, un piccolo saggio di piacevole  e scorrevole lettura in cui l’autrice Bell Hooks cerca e trova risposte a temi vitali che toccano tutte le nostre esistenze, quali la paura, la solitudine, i legami e il bisogno d’amore.

Perché in fondo la vita non è altro che un viaggio ignoto in balìa delle nostre fragilità che cerchiamo di placare nella costante ricerca di amore in tutte le sue forme e sfaccettature.

Amatevi l’un l’altro, ma non rendete schiavitù l’amore. Sia piuttosto un mare che si muove tra le rive delle vostre anime.                                                                                                                                                                                                    (Kahlil Gibran)

https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=45491338&db=

BUONE FESTE, BUONE LETT(ur)E

Siamo forse troppo pochi, noi popolo di lettori, ma ci siamo.

Noi che vediamo il libro come il mattone su cui costruire le fondamenta di una società civile, noi che pensiamo alla cultura come l’arma di difesa più efficace per qualsiasi guerra della vita, noi che consideriamo la lettura come una risorsa per l’animo e per la mente, noi che non vogliamo smettere di fantasticare ma anche di conoscere e imparare, noi che ancora leggiamo.

Un libro probabilmente non salverà il mondo, ma senza dubbio aiuta a viverci meglio.

https://www.comprovendolibri.it/?uid=Entula

Ma come hanno fatto generazioni di genitori a mandare i figli a scuola senza WhatsApp?

Chi ha figli conosce già questa piaga, chi non ne ha ma pensa di averli è bene che si informi per tempo e si prepari a questa nuova imprescindibile norma: non si possono mandare i figli a scuola, farli studiare e fare in modo che prendano un titolo senza avere WhatsApp e senza far parte del gruppo di classe! Oramai è una regola conclamata a cui è obbligatorio sottostare e nessuno potrà scamparla, è inutile illudersi. Presto anzi diventerà un obbligo burocratico, quando si presenteranno tutti i vari documenti per la domanda di iscrizione a un istituto scolastico, in contemporanea si dovrà presentare anche una domanda ufficiale di iscrizione al gruppo a esso associato. E sappiate che una volta entrati nel tunnel delle chat non ne uscirete mai più, la luce si vedrà probabilmente non prima dell’università. Quindi munitevi di infinita pazienza e createvi il vostro sistema di sopravvivenza per attraversare indenne (per quel che sarà possibile), questo difficile periodo della vita da genitore.

Prima di tutto un principio basilare di cui bisogna essere al corrente e a cui fare costantemente riferimento è: le persone non leggono. Quindi anche se voi credete che l’abbiano fatto perché le spunte sono diventate blu, sappiate che non è così. Ciò indica che lo hanno visualizzato sul display del loro smartphone, ma ricordatevi sempre che leggere e soprattutto comprendere ciò che si legge è qualcosa di ben diverso!

Un altro principio a esso strettamente correlato è: scrivere il meno possibile, perché più si scrive e meno si legge. Vale anche in questo caso il principio appena esposto sopra, perché se inviate più di un testo per chiarire meglio ciò che volevate esprimere sappiate che questo può generare solo più confusione in chi non è abituato a leggere e a comprendere contemporaneamente. E poi  c’è un altro aspetto da tenere presente, l’eccessiva quantità di messaggi impedisce la lettura. Perché se una persona a fine giornata controlla il proprio telefonino e se ne trova un centinaio in una chat e al primo colpo d’occhio per lo più di chiacchiere, la chiude senza considerarne nessuno perdendo così le comunicazioni davvero importanti. Eh già perché a questo dovrebbe servire il gruppo dei genitori su WhatsApp, alle comunicazioni importanti!! E qui ci si potrebbe fermare un attimo per farsi una bella risata. Perché non è mai così, dato che il 90% è  composto da: chiacchiere varie, continui inviti a feste private, foto delle feste private, utilizzo dello spazio come mercatino dell’usato per vendere qualcosa o per fare pubblicità alla propria attività, invio di bacetti e bacini, oh quanti bacini e cuoricini a go go. Si vogliono tutti un gran bene dentro alle chat!

Un ultimo principio base da non dimenticare è: non fatevi incastrare, non fatevi mai eleggere rappresentanti di classe! Perché vi inseriranno in automatico pure nel “gruppo dei rappresentanti di classe” e dovrete stare lì a comunicare quotidianamente via WhatsApp da una parte con le maestre che vi contatteranno per ogni puntina mancante e dall’altra con i vari gruppi che chiederanno infinite delucidazioni per ogni puntina mancante. Più che “rappresentanti dei genitori” diventerete i “segretari delle maestre” che vi delegheranno tutto il possibile e anche di più. Quindi il giorno della riunione prendetevi le ferie ma non per partecipare, ma perché voi e vostro figlio/a avrete un virus intestinale. Far saltare la scuola in questi frangenti diventa legittima difesa, perché altrimenti quando andrete a prenderlo non basterà mettersi un cappello e degli occhiali scuri sul naso, qualcuno tra maestre e altri genitori vi individuerà sicuramente e vi bloccheranno per non farvi raggiungere il cancello di uscita.

Per i fortunati che non conoscono questo incantato mondo virtuale, ma non troppo, delle chat scolastiche elencherò le possibili tipologie umane in cui potrete imbattervi e le possibili dinamiche in cui ci si potrà trovare invischiati. Tenendo sempre conto che l’universo WhatsApp è lo specchio della società odierna e della variegata e sgangherata umanità che vi abita, con tutti i suoi innumerevoli limiti.

Tipologie umane

La buongiornista: esordisce sempre con un “buongiorno mamme!” anche se nel gruppo ci sono dieci papà (si fa per dire dieci in realtà purtroppo sono la metà, perché si sa sono sempre le madri che si occupano della scuola dei figli. Pure di quella!).

La previdente: già il 15 settembre inizia a chiedere le date delle recite di Natale.

La dubbiosa: ogni minimo dubbio deve avere essere fugato. Piove a dirotto per tutto il week end ma vuole sapere se il lunedì si farà la gita al parco. Forse pensa possano essere istruttive la sabbie mobili.

La scrivente automatica: scrive immediatamente senza leggere per fare domande a raffica che hanno sempre già tutte le risposte tre messaggi sopra il suo.

La maestra social-Grande Sorella: fa largo uso dei social, tanto da avvalersi spesso di WhatsApp come fosse un mezzo di comunicazione ufficiale perché il cartaceo evidentemente è faticoso. Inoltre si tiene in contatto con alcuni “prediletti” e/o rappresentanti a cui spesso ricorre come contatti esterni per fare richieste di materiale vario da compare (perché c’è sempre qualcosa mancante da comprare!!!!). Quindi è bene sapere che non c’è ma c’è, in quanto viene informata di tutto ciò che si scrive dentro la chat dei genitori.

La supporter: se c’è qualche discussione non si pronuncia e non espone un suo pensiero, però interviene con le manine da applausi.

-L’informata: è quella che ha altri figli in classi più avanti. Sa sempre dove, come e quando.

 Principali eventi e dinamiche annesse

regali alle maestre – Premetto che io faccio parte di una generazione in cui i regali al corpo docente si facevano esclusivamente, e giustamente aggiungo, alla fine di un percorso formativo o quando qualcuno terminava quello lavorativo andando in pensione. Alle elementari lo facevano le quinte, per intenderci, e basta. Adesso c’è questa nuova norma comportamentale, non so bene da chi avviata, per cui si devono fare regali alle maestre a Natale, Pasqua, compleanno, ogni fine d’anno scolastico e chi più ne ha più ne metta. Ma perché? Da un punto di vista deontologico non dovrebbe essere considerato anche scorretto accettare regali? Eppure eccome se le maestre li accettano, anzi dato che l’abitudine ormai è ben consolidata c’è persino chi sceglie cosa ricevere! Insegnare ritengo sia uno tra i mestieri più importanti e complessi da portare avanti, perché bisogna senza dubbio esserci portati e riuscire a farlo con i pochi mezzi oggi a disposizione è ancora più complicato. In una difficile epoca come la nostra purtroppo lo stato sta progressivamente abbandonando la cura, l’attenzione e il sostentamento economico alla scuola pubblica, dimenticando l’enorme importanza della cultura e della formazione come pilastro irrinunciabile alla costruzione e al mantenimento di una buona e sana società civile. Premesso questo torno alla domanda, perché un genitore dovrebbe fare continuamente regali alle maestre o ai professori? Gli insegnanti devono eseguire con serietà e professionalità il loro lavoro perché stanno contribuendo a formare i futuri esseri umani che porteranno avanti la nostra società, incarico che hanno scelto di eseguire e per cui sono pagati, quindi non ci devono essere bonus o mezzucci infiocchettati per assicurarsi particolari favoritismi. Spendere soldi in questo modo lo trovo inconcepibile ancor di più nella condizione in cui si trovano le scuole oggi, senza manutenzione, senza materiali, con un numero sempre più ridotto di personale che ne garantisca la fondamentale qualità dalla didattica alla pulizia. Mancanze alle quali devono costantemente sopperire i genitori, elargendo una quantità assidua di denaro dall’inizio di ogni anno fino alla fine e rendendosi disponibili nelle varie riparazioni, tinteggiature, acquisto di materiali e dei pagamenti postali che riguardano una classe. Eppure nonostante tutto questo, c’è sempre chi a un certo punto dell’anno scolastico ne uscirà fuori con questa frase: <<Ma il regalo alle maestre?>>. Comunque voi dopo qualche esperienza in queste dinamiche potrete sempre rispondere: << No grazie, sto cercando di smettere>>.

Le feste di compleanno – Qui se potessi inserirei una musica inquietante da sottofondo, tipo quella dei Goblin di Profondo rosso. Perché solo le parole insieme, “festa di compleanno”, terrorizzano più dell’arrivo del colpo d’ascia di qualche pazzo serial killer. Per ogni genitore sono un incubo, anche se si fingono immancabilmente entusiasti. Prima c’è il momento della richiesta dell’adesione, poi c’è il momento in cui vengono elargiti in classe gli inviti e tuo figlio/a ormai lo sa e non puoi più nasconderglielo e defilarti come avevi pensato, quindi successivo giro di adesione. Poi c’è la raccolta soldi del regalo che se sei fortunato segue sempre uno stesso e minimo budget deciso a bambino, ma può capitare che ci sia qualcuno che addirittura ritenga che non sono tutti uguali e che si debba alzare la quota di partecipazione in base al tipo di festa proposto. Per un compagnetto di scuola che ti invita a un party in piscina con i fuochi d’artificio fuori città,  non vorrai spendere gli stessi miseri 5 euro che hai messo per gli altri pezzenti che hanno festeggiato al parco giochi vicino a scuola? Ci mancherebbe! Comunque sia purtroppo si è diffusa l’insana consuetudine di invitare l’intera classe del proprio figlio, non solo qualche amichetto più stretto magari a casa a mangiare una fetta di torta e a giocare un po’ come si faceva prima, troppo ordinario evidentemente. Oggi si devono fare i super mega party dai 0 anni in su e invitare 200 persone come manco alle nozze reali. I luoghi dunque sono sempre molto ampi e con mille attività, che sia in qualche sala di ristorante con animatore compreso o nei vari parchi giochi diffusosi a macchia d’olio nelle città. Quando partecipi a mala pena conosci i baby festeggiati figuriamoci gli adulti ad essi associati, hai difficoltà pure a riconoscerli e rischi persino di sbagliare festa e di andare a quella della sala accanto. Dopo dieci minuti tra urla e caos hai già il mal di testa, stai lì a controllare in piedi per due ore che tuo figlio/a non salti giù da qualche gonfiabile o faccia saltare qualcun altro e ti viene il mal di schiena. In preda alla disperazione, ti aggrappi alla speranza che sia arrivato finalmente il momento del taglio della torta gigante e si scartino i 400 regali che il festeggiato a mala pena guarda, per fuggire via. Magari dicendo con un sorriso: <<Grazie dell’invito a questa bellissima festa>>. Nel timore che si accorgano che avresti preferito cercare quadrifogli in Alaska piuttosto che stare lì. Sperando poi di averlo detto ai genitori organizzatori e non a qualcuno che passava di lì per caso. Ma tanto pure loro, probabilmente, si saranno detti guardandosi: <<Ma chi era?>>.

Le recite e/o spettacoli – Ad appena tre anni di età già dal primo anno della scuola dell’infanzia i bambini sono sottoposti a coreografie, canti e recite di vario genere nemmeno fossero a Broadway. Le maestre stanno lì stressantissime a far funzionare tutta la confezione per non deludere le aspettative e a stressare i piccoli allievi, per buona pace dei meno portati ai balletti che conosceranno già le prime critiche e frustrazioni inevitabilmente derivanti. I genitori muniti di ogni tipo di strumento per riprendere e fotografare cercano di catturare il momento per il futuro, senza alla fine guardarlo e goderselo nel presente. E sventurati coloro che finiscono dietro le innumerevoli schiere di alberi genealogici famigliari, perché a questi avvenimenti c’è chi si porta persino i cugini di secondo grado. A fine giornata costoro non sentono più le braccia, dopo averle tenute sollevate per un’ora nel tentativo di fare una ripresa decente sopra le teste dei troppi astanti. Sul gruppo di WhatsApp nei giorni precedenti è il delirio. Per intere giornate l’abbigliamento richiesto per lo spettacolo diventa l’unico oggetto di conversazione innescando una serie infinita di interventi, domande, raffronti, scambi di interi cataloghi di negozi, marche e prezzi. E ciò accade anche se si tratta di indossare una semplicissima maglia bianca.

Forme di resistenza

Ma dopo aver saputo tutto ciò, non bisogna scoraggiarsi. Ci sono sempre possibili sistemi di sopravvivenza per partecipare a questi gruppi in modo meno logorante, e per tutelare la propria salute mentale. Eccone alcuni esempi:

Presenza bianca.  Ci siete ma non scrivete mai sperando non vi notino e si dimentichino che siete il genitore di qualcuno. Nell’immagine del profilo consiglio di non mettere in nessun caso, mai neppure durante le vacanze, la foto di vostro figlio/a o di voi chiaramente visibili. Meglio un paesaggio, un tramonto, una vignetta, un sasso, qualsiasi cosa insomma che non sia personale. Così non vi individueranno e non potranno riconoscervi neppure all’uscita delle lezioni.

Aula di tribunale. Ogni volta che scrivete pensateci prima mille volte e pesate anche le virgole che inserite, ricordandovi che non avete il vostro legale lì a difendervi. Non usate mai le faccine/emoticon/emoji, o come si chiamano, perché se mal interpretate potrebbero innescare una bomba atomica e fare scoppiare una terza guerra mondiale in qualsiasi momento.

-Elettore da referendum. Manifestatevi esclusivamente quando viene richiesta un’imprescindibile adesione a qualcosa che riguardi esclusivamente la scuola e la didattica. Mai per motivi privati tipo le feste, altrimenti verrete interpellati sempre pure su quelli. Intervenite limitandovi a un “Sì” oppure a un “No”. Ricordatevi però che annullare la scheda non sarà possibile, nemmeno con un emoticon per i motivi sopra indicati.

In conclusione di questo mio piccolo compendio semiserio, posso con certezza affermare che in queste nuove forme di “social scolastici” l’ultima cosa che si fa è socializzare. Dopo averne fatto parte infatti si diventa ne casi migliori semplicemente asociali, in quelli più seri ferventi misantropi. A voi la vostra preferenza.