Un tuffo dove l’acqua era più blu

Non so a voi ma ogni volta che io vedo un’immagine di questa intramontabile serie tv, a me viene un sussulto. Sarà il riemergere della spensieratezza di un’età ormai passata, saranno i disegni così ben delineati e i colori brillanti che ammaliano lo sguardo, sarà il ricordo di quel grido pieno di enfasi della voce di Romano MalaspinaActarus quando si apprestava a scivolare nella testa del gigante robot per prendere il comando di Goldrake, ma vedere quella figura mi smuove sempre qualcosa dentro.

La stagione dei bagni è ufficialmente e concretamente finita (nell’arco di 24 ore siamo passati dalla notte di  San Lorenzo direttamente a quella di San Silvestro!), e il tuffo del titolo vuole infatti riferirsi solo a quello nel mare dei ricordi che in molti riemergerà attraverso questa popolarissima serie nipponica arrivata in Italia nella primavera del 1978. Un nuotare in mezzo a quei pomeriggi senza tempo alla ricerca del gioco perenne, all’età del facile entusiasmo e della capacità sconfinata di sorprendersi e sognare, all’età dei pensieri leggeri e della fanciullezza quando appunto come scriveva Giacomo Leopardi era così facile trovare “tutto nel nulla”, e non “il nulla nel tutto” dell’età adulta.

Ricordando questa serie non vorrei cadere in frasi trite del tipo: “non ci sono più i cartoni animati di una volta”, però l’alta qualità artistica di quelle produzioni è innegabile. Certo all’epoca quelle serie erano tutte un po’ tragiche e da un punto di vista narrativo le vicende erano sempre molto drammatiche, ma probabilmente perché nate in un’epoca post-bellica. La maggior parte dei protagonisti infatti non aveva famiglia e la morte era un tema ricorrente, sia che ci fossero gli alieni da combattere come nel caso delle serie dei robot di Go Nagai come Atlas Ufo Robot, sia che i personaggi fossero insetti orfani come L’Ape Magà (nella versione italiana curiosamente divenuta femmina forse per fare un po’ di concorrenza all’Ape Maya), e se per caso i genitori li avevano avuti allora erano direttamente loro a crepare come Lady Oscar. Però seppur la drammaticità fosse una componente fondante quelle storie, erano racconti meno superficiali, più profondi perché attenti a mostrare anche i tormenti umani e le loro difficoltà. C’era la ricerca di una certa empatia e di un maggiore coinvolgimento emotivo con lo spettatore, con l’intento di emozionare e non di essere semplicemente un oggetto di svago. Non so ma se penso agli eroi dei cartoni animati del passato, non riesco a metterli proprio sullo stesso piano dei PJ-Masks!

Non parliamo poi del fatto che anni fa la tv creava un maggiore spazio per i bambini, e non un maggiore spazio di utilizzo dei bambini come con i programmi canterini di oggi dove scimmiottando gli adulti si trasmette come “alto” obiettivo quello della visibilità e del diventare famosi. C’era un tempo in cui esistevano programmi pensati per loro e orari per loro. Alle 20.00 su Italia Uno prima si aspettavano I Puffi, adesso ci sono quelli di CSI alle prese con l’ennesimo serial killer che fa a fette qualcuno. A questo punto era meglio il ninja Sazuke che in ogni episodio affettava qualcuno e in volo per giunta! Inevitabilmente i tempi sono cambiati, la tv e la sua fruizione anche. Si racconta altro e con altre frequenze, forse anche  per questo l’immagine di quelle serie di animazione che venivano dal lontano Giappone e dalla maestria dei suoi autori, appaiono per molti oggi illuminati di un’aurea ancora più incantevole sia da un punto di vista visivo che narrativo.

Nel 2018 Goldrake ha raggiunto i 40 anni di celebrità nel nostro paese, eppure la bellezza delle tinte sgargianti e dei suoi tratti, le sue battaglie contro il male, restano inossidabili e non sembrano patire il trascorrere del tempo. In Italia è stata una produzione che ha lasciato un segno per molte generazioni forse perché era il primo cartone sui robot a essere trasmesso in Italia, ma anche perché coloro che lo guardavano all’epoca con gli occhi di bambino lo ritrovano oggi come il custode di quelle sensazioni e di quei sogni di un’infanzia che fu.

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La valigia di cartone

Avvistato in mezzo a un mare di altri testi come una piccola isola attorniata da onde di carta, dimenticato nel mucchio informe sotto uno degli innumerevoli Wilbur Smith o l’ennesimo libro di ricette e probabilmente oggetto di scarsa considerazione dai più che lo vedevano sbucare con la sua semplice copertina bianca, questo libro-inchiesta di Flavia Luginbühl del 1977 ha da subito invece rapito il mio sguardo destando la mia curiosità. Non appena le mie dita hanno cominciato a sfogliare quelle pagine che documentavano in modo rigoroso cento anni di immigrazione italiana, pur essendo un testo scolastico pensato per le generazioni di studenti nell’epoca della sua edizione, si è presentato come un resoconto storico e culturale prezioso e degno di interesse nel suo essere testimonianza scritta e visiva di una parte importante della storia e della cultura del nostro paese spesso trascurata.

Illustrato con molte immagini e fotografie in B/N, compresi estratti da articoli di giornali, propone anche una raccolta di brani musicali – Le canzoni dell’emigrane italiano all’estero – con cui il volume si conclude. Un testo che si avvale dunque di vari strumenti e fonti per raccontare quel pezzo d’Italia in cammino alla ricerca di altre opportunità, di nuove occasioni di vita, come inevitabilmente è insito nella natura umana dinanzi a un deserto senza speranze.

Il finale di un celebre romanzo di Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo, nelle ultime righe definiva “la speranza e l’attesa” come le due parole nelle quali racchiudere tutta la saggezza umana. Ma se la speranza è senz’altro la forza trascinante che caratterizza l’essere umano, l’attesa a volte va necessariamente tramutata in azione e quindi in movimento proprio per fare in modo che quella speranza possa essere ritrovata. Del resto siamo tutti in perenne viaggio in questa vita, ed essa stessa altro non è che un percorso ignoto che proseguiamo per sentieri dai confini indefiniti. Un  cammino verso un altrove fa parte della nostra natura e ne ha segnato da sempre il corso degli eventi come abitanti di questo pianeta.

Quegli italiani in viaggio dal sud verso il nord od oltre i confini della nostra penisola trattati da reietti, da indesiderati, etichettati come una categoria umana inferiore, parassita e molesta, rappresentano le radici del nostro passato, della nostra storia. Volti impressi nel bianco e nero di fotografie anonime che ci mostrano frammenti della vita di tante persone, ognuno con la propria storia, di dolori, progetti, sogni e speranze diversi e lontani, eppure così simili e vicini anche a ognuno di noi.

Un libro da leggere e conservare per non dimenticare chi siamo, chi eravamo o chi avremmo potuto essere. Forse in questo modo potrebbe essere più semplice comprendere meglio anche il presente di altra umanità ancor oggi inevitabilmente in moto perpetuo che si riversa sulle nostre terre spinta dagli stessi sentimenti, riconoscendo nell’altro noi stessi e ricordando quel tempo trascorso nemmeno troppo lontano.

Primo Maggio, Primo Articolo della Costituzione

Lavorare stanca titolava una nota raccolta di poesie di Cesare Pavese, ma non-lavorare stramazza.

Oggi è festa del lavoro e della sua assenza, dei lavoratori e degli invisibili.

Di chi ha un contratto ma senza diritti, di chi un contratto non ce l’ha e prende 5 euro all’ora senza diritti, degli stagisti non retribuiti a tempo indeterminato, di chi un lavoro lo ha perso, di chi resta fuori dal mercato, dei precari flessibili, dei disoccupati piegati al silenzio o al “le faremo sapere”, di chi una pensione non ce l’avrà mai e di chi in pensione non ci andrà mai.

Una giornata di celebrazione nella quale c’è tanto su cui riflettere e da considerare.

I lavoratori come farfalle è il titolo del libro di Giorgio Cremaschi edito da Jaca Book che appare qui come cornice visiva di questo breve post, i cui diritti raggiunti a fatica nel tempo sembrano oggi durare poco come appunto la vita delle farfalle.

La presentazione sulla quarta di copertina indica così lo scopo dell’autore: “individuare la via per la quale il lavoro, i cui diritti durano poco come la vita delle farfalle, possa risalire la china, assieme a un paese precipitato nella rassegnazione alla disuguaglianza e allo smantellamento della democrazia. Il testo non indica un programma ma insiste sulla indispensabile condizione affinché tale risalita si realizzi: la totale emancipazione dal pensiero e dai modelli sociali dominanti fin dagli anni ’80”.

La Terra di Mezzo tra letteratura e musica

In molti avranno letto i libri della saga Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, in tanti si saranno lasciati ammaliare dalla sontuosa trasposizione cinematografica di Peter Jackson e dei suoi film, ma ancora più numerosi saranno probabilmente coloro che ignorano l’esistenza di una stretta connessione tra quel ricco mondo letterario e il variegato universo musicale.

Il libro di Fabrizio Giosuè proposto qui come immagine di questo post, Tolkien rocks, rivela ai più curiosi e appassionati del genere proprio questo legame e ne dipana l’intreccio attraverso un viaggio musicale che parte dalle terre letterarie di Tolkien fino ad approdare alle acque agitate della storia del rock, senza tralasciare uno sguardo anche alle assolate spiagge della scena musicale italiana. Sulla quarta di copertina la presentazione di questa ricerca viene esposta con tali parole:

Cosa lega grandi protagonisti del rock come Led Zeppelin, The Allman Brothers Band, Black Sabbath e Bob Catley o band tipo Blind Guardian , Amon Amarth, Burzum e Summoning? La risposta è sorprendente: tutti questi gruppi devono qualcosa a J.R.R. Tolkien, l’autore dei leggendari libri ‘Il signore degli anelli’, ‘Lo Hobbit’ e ‘Il Silmarillion’Tolkien Rocks’ ripercorre una consistente parte della storia del rock grazie ai testi ispirati alle opere dello scrittore inglese, raccontando vicende e segreti delle band che si ispirarono, nei modi più diversi, ai luoghi e ai personaggi nati dalla penna di Tolkien, condendo la narrazione con curiosità e dichiarazioni degli artisti. La produzione di decine di formazioni musicali viene passata al setaccio: dai numi tutelari del rock e metal all’underground di qualità, sempre all’insegna del Professore. Il lettore troverà anche alcuni approfondimenti: “Saruman suona metal”, ovvero la carriera musicale dell’attore Christopher Lee, da poco scomparso, il quale passati i novantenni, ha pubblicato due dischi heavy metal dedicati a Carlo Magno; un’illuminante intervista a Giuseppe Festa, cantante dei Lincalad e apprezzato scrittore; infine, un’accurata descrizione di Nightfall in middle earth dei tedeschi Blind Guardian, capaci di realizzare un intero album ispirato a Il Silmarillion e vendere milioni di dischi-.

Si è soliti ripetere in questo periodo dell’anno “aprile è dolce dormire”, però se si vuole magari anche ‘sognare’ allontanandosi per un momento dalla realtà quotidiana che ci circonda nelle nostre giornate, ci si può lasciare trasportare nei lidi immaginari di questa Terra di Mezzo tra le invenzioni fantastiche della letteratura e le creazioni in musica a esse ispirate.

Perché le persone non leggono?

Non mi riferisco alla bassa percentuale di lettura di libri che è argomento già noto, fin troppo spesso si sente ripetere che secondo le statistiche nel nostro paese si scrive tanto e si legge poco, ma ciò a cui faccio riferimento nel titolo è quella semplice lettura quotidiana che dovrebbe essere la base di una normale comunicazione tra le persone.

Intendo quindi l’atto di leggere anche un singolo e breve avviso, pochi concetti ed espressi con brevissime frasi per evitare malintesi o facili perdite di tempo. Dunque non la lettura di un manuale di codicologia o di articoli chilometrici per i quali si potrebbe pure comprendere un attimo di distrazione, un’esigenza di respiro mentale. Eppure pare che davvero tante persone non si soffermino mai a prestare attenzione agli avvisi o alle informazioni fornite in anticipo con un testo scritto, che avrebbero la funzione di semplificare la comunicazione ed evitare il ripetersi di quelle domande che puntualmente invece vengono poste proprio perché la maggioranza quelle indicazioni non le legge.

E vogliamo parlare della non-comunicazione su WhatsApp? Oramai tutti noi lo usiamo quotidianamente, e chi ha figli in età scolare sa cosa significhi vivere l’incubo di ritrovarsi a far parte di qualche ‘gruppo di genitori’….Anche lì nei luoghi di trasmissione online le persone tendono a non leggere, o meglio a scorrere le parole con lo sguardo ritenendo che questo basti a definirlo lettura, ma senza attenzione e dunque la conseguente e necessaria comprensione. Quindi si tende a dar adito a confusioni, equivoci, persino tensioni delle volte, con un fiume di interventi tra sordi che ti si riversano senza un senso sul proprio smartphone. Siamo nell’era della comunicazione globale, di internet, dei social, ma se non si perde un briciolo del proprio tempo, se non si spende un coriandolo della propria energia (almeno adesso a febbraio, il mese del carnevale, ce ne sarà qualcuno in giro?) per capire cosa ci sta scritto prima di intervenire e di rivolgersi a qualcun  altro, che si partecipa a fare?

Ciò che manca prima del tempo, dell’attenzione, dell’energia forse è proprio la predisposizione. Troppi stimoli, troppe “comunicazioni” ci raggiungono continuamente e alla fine non siamo più capaci di dialogare, soffermandoci un istante a sentire davvero l’altro.

L’utile libro ritratto nell’immagine ad apertura del post, Ai bambini piace leggere di Kathy A. Zahler offre spunti e indica in modo pratico come promuovere con facilità la lettura tra i più piccoli, ma forse potrebbe essere vantaggioso anche per quelli più grandicelli.

Fare spazio

Quante volte tra i buoni propositi  di inizio anno ci sono quelli che riguardano il mettere ordine? Non mi riferisco a quello che necessiterebbe avere magari nella propria vita, perché quello in particolare richiederebbe un impegno diverso e sicuramente più laborioso, ma un ordine più materiale che riguarda gli ambienti fisici che ci circondano.

Liberarci di quello e quell’altro, sistemare in modo più utile una stanza, una soffitta, un garage, un magazzino. Fare appunto un po’ di spazio attorno a noi.Eppure capita di non riuscire a portare a termine questa nobile intenzione, almeno fino a quando: ZAC! Qualcosa spezza il torpore.  Irrompe quel preciso istante in cui in noi scatta qualcosa e allora non ci sono stagioni o giorni migliori, lo si fa e basta.

Ci alziamo una mattina con l’ idea che sia giunto il momento di mettere a posto qualcosa e l’energia non ci abbandona appena infiliamo le pantofole per indirizzarci al bagno, anzi ci guida per tutta la giornata alla realizzazione di quel pensiero fisso che aleggiava nella nostra mente da tempo oramai remoto senza trovare una via d’uscita. L’abbiamo accantonato in modo sistematico, rimandato per mesi in un susseguirsi di settimane: perché una volta faceva troppo freddo e si congelavano le mani e le trovate organizzative con esse; poi invece faceva troppo caldo e anche uno sbattere di ciglia poteva far sudare troppo ed era meglio aspettare clima migliori; durante le vacanze di pasqua con le note “pulizie” sembrava essere un ottimo periodo poi però a valutare meglio forse era più adatto il week-end successivo e via così fino all’anno prossimo e ai buoni propositi di Capodanno. Ma quando oramai ci ritroviamo sconfitti dalla nostra inconcludenza, ecco che all’improvviso arriva quel magico giorno in cui a non trovare spazio sono le scuse e il rimandare perenne. Ci sentiamo pieni di vitalità e allora prendiamo la concreta decisione che si devono liberare scaffali e scatoloni, riorganizzare mansarde e cantine ed è proprio in quelle precise circostanze in cui si solleva in noi il comune quesito esistenziale che prima o poi tutti si pongono: con i vecchi libri che si fa, si buttano?

Ci sono libri orrendi di autori improbabili, libri portatori di ricordi e persone che vorremmo allontanare dal nostro sguardo, volumi troppo vissuti, magari infestati di macchie di umidità incancellabili, testi scolastici pieni di tracce del nostro passato e di cui hanno rifatto già altre mille edizioni che a nessuno potrebbero essere utili, però, però, c’è sempre un “però”. Perché farli morire in un cassonetto dà sempre l’idea di sprecare qualcosa, anche se in quelli appositi a raccogliere carta e cartone dovrebbero trovare una loro utilità nel riciclo. Prima di arrivare a gettarli via in modo definitivo, a lanciarli nel buio oblio di quei raccoglitori metallici, si potrebbero sempre valutare delle altre possibilità. Come il donarli per metterli a disposizione di altre persone per esempio. Alcuni piccoli negozi da qualche anno, stanno promuovendo una bellissima iniziativa mettendo dei cesti accanto all’entrata dove è possibile lasciare e prendere un libro liberamente. E se proprio ci troviamo tra le mani dei libri dall’aspetto impresentabile e che siamo certi nessuno avrà mai voglia di leggere, certezza comunque opinabile, si potrebbero forse utilizzare per creare qualcosa di artistico con cui decorare gli spazi o di pratico con cui ammobiliare gli ambienti come fossero mattoni da costruzione.

Ma se davvero non potete fare altro che liberarvene insieme ai sacchi della spazzatura, potreste disporli a parte e sistemarli fuori dai cassonetti per permettere che lo sguardo curioso e interessato di qualche passante possa raggiungerli. Qualcuno vedendoli potrebbe raccoglierli, e se proprio non leggerli magari farci un originale comodino porta libri.

Pigrizia, un benessere di stagione.

Fa freddo, o almeno a giorni alterni.  Siamo ancora  nel mese di novembre ma i negozi sono già illuminati e decorati per l’avvicinarsi delle feste natalizie,  sia mai che qualcuno si distragga convincendosi che la vigilia è già arrivata e cadendo nel panico al pensiero di non aver ancora comprato un briciolo di regalo si precipiti ad acquistare di tutto senza chiedersi nemmeno perché. Sono le settimane in cui in tv i telegiornali e l’informazione online che ormai ci raggiunge inesorabile pure sullo smartphone, iniziano a lanciare proclami minacciosi spargendo l’immancabile terrorismo meteorologico. Ogni giorno si annuncia l’imminente arrivo di indefinite catastrofi climatiche o l’affacciarsi all’orizzonte di nuove ere glaciali per farci stare quotidianamente tutti in allerta. Siamo quasi a dicembre, fa freddo, piove, tira vento, nevica, e quindi? Che altro dovrebbe fare il clima in questo periodo dell’anno? Però dopo averci terrorizzato con l’avvicinarsi di incontrollabili calamità e gelide sciagure, con tanto rigore e premura ci rassicurano elargendo preziosissimi consigli su come difendersi dal freddo: in sintesi bisogna coprirsi e non uscire nelle ore più fredde con le infradito. Come abbia fatto l’umanità e non estinguersi prima dell’invenzione delle breaking news è davvero un enigma.

Questi sono i giorni che dovrebbero precedere la frenesia consumistica delle festività di fine dicembre, però adesso si sono inventati il Black Friday di cui tutti parlano ma di cui nessuno conosceva l’esistenza fino all’anno scorso e ora sembra essere un appuntamento indimenticabile più della data del versamento dello stipendio per chi ha la fortuna di averne una, e quindi ormai da una settimana siamo già in piena campagna degli acquisti. Insomma non c’è mai un attimo di tregua, tutto corre rapido, c’è sempre qualcosa da dover fare, da seguire, qualcosa di cui ricordarsi, un impegno da aggiungere. Eppure quante volte al suono della sveglia al mattino vorremmo chiudere gli occhi e fermare il tempo per dormire altri cinque minuti, che saranno altri cinque minuti? Ma non si può, nemmeno per quelli!

Il tempo sa essere spietato e non è possibile arrestarlo, però se riuscissimo almeno a rallentarlo ogni tanto dentro di noi potremmo magari rimpossessarcene e sentirci meglio. Si scende dal treno alla prossima fermata per bere un caffè senza interessarsi a chi arriverà prima di noi, si chiude la porta di casa, di una stanza, di un luogo immaginario nella nostra mente e ci si rintana in uno spazio solo nostro. Non è uno spreco di tempo ma al contrario un riappropriarsi del proprio tempo, un pezzettino quando si può, conservando con cura una manciata di minuti da mettere in tasca, segnando tra gli appuntamenti dell’agenda la parola pausa da tutto il resto, dallo stress del dover fare. Essere eccessivamente statici può essere un limite e non per niente la pigrizia viene sempre inserita nella lista dei difetti nell’indole di una persona, però se la poltronaggine che sentiamo svegliarsi in noi non è una forma di patologia cronica da cui dover guarire prendersene un pizzico ogni tanto come una leggera influenza stagionale che ci costringe a fermarci quando la società odierna ci impone invece di essere sempre in movimento, potrebbe risultare più che benefico quanto necessario.

Potremmo stare anche solo seduti senza fare assolutamente nulla se non osservare qualcosa a cui probabilmente non facciamo nemmeno più caso, come le bizzarre forme che assumono certi stormi di uccelli nel cielo, i colori di un frammento di arcobaleno sulle pozzanghere d’acqua o le venature cangianti delle foglie autunnali sulle strade. E se qualcuno dovesse chiederci cosa ci fosse di tanto urgente da farci addirittura spegnere il cellulare e sparire per mezz’ora, potremmo semplicemente rispondere che avevamo un importante obbligo con un amico che conosciamo da una vita ma con cui non trovavamo più un attimo per fermarci a parlare, e scoprendo qualche minuto che vi aveva lasciato in tasca non potevate che raccoglierlo.