Le rughe dei libri

Un aspetto affascinante dei libri consiste nel fatto che non sono solo contenitori di storie, messaggi e significati ma anche oggetti tangibili dotati di una dimensione fisica e che nella loro materialità sono provvisti dunque anche di un proprio percorso di vita. Hanno un anno di nascita un po’ come gli esseri umani, anche se a differenza loro possono vivere molto più a lungo.

Un libro usato può raccogliere nel tempo i segni della sua esistenza e le tracce d’uso di chi ne è stato il proprietario. Pieghe, strappi, scritte, sottolineature, scollature, bruniture e fioriture sono i tratti distintivi del suo viaggio nel mondo così come le rughe, alcuni malanni e il bianco dei capelli lo sono per noi.

Un volume invecchia ma non nasconde la sua età, i cambiamenti come le imperfezioni degli anni che passano sono inevitabili e nel suo caso non condannabili, possono anzi essere espressione di maggiore attrazione proprio perché testimonianza delle tracce del suo tempo. Non appaiono come qualcosa di negativo da nascondere come è imperativo per gli individui nella società d’oggi, costretti a nascondere ogni minimo segno dell’età che passa, a spostare sempre più lontano gli anni che avanzano.

Un libro vintage non ha bisogno di fare chirurgia plastica per stirare le pagine, punturine di Botox per modificare l’anno di edizione, applicare tinture sulla copertina sbiadita per mostrarsi sempre fresco di stampa in un inutile tentativo di fermare il tempo all’inseguimento di una giovinezza irreale e impossibile. Al limite cerca solo di conservarsi integro nel suo insieme e ancora leggibile, dunque “in salute”, e in questo è certamente ben più saggio di molti esseri umani.

A volte capita che un’opera antica ma mai estinta come L’Iliade e l’Odissea pubblicata e diffusa nei secoli, combaci con una data di edizione ugualmente lontana e risulti dunque doppiamente preziosa, come le edizioni italiane dell’aprile del 1944 nell’immagine sovrastante.

E allora la storia si sovrappone alla storia, quella del classico immortale della letteratura greca si incrocia con quella della pubblicazione nell’Italia della Seconda Guerra Mondiale e di chi ne è stato in quegli anni lettore e proprietario. L’emozione della lettura di un testo si sovrappone all’emozione dell’età della copia che si tiene tra le mani, come una ruga del tempo che si poggia su un’altra per solcare insieme in tal caso il volto della storia.

Per chi volesse approfondire:

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Spettri letterari per Halloween

Non c’è bisogno di essere una stanza ,
non c’è bisogno di essere una casa,
per sentirsi infestati dai fantasmi.
La mente ha corridoi più vasti di uno spazio materiale.

È assai più sicuro un incontro a mezzanotte
con un fantasma esterno,
piuttosto che affrontare dentro di sé
quella presenza ben più raggelante .
È assai più sicuro galoppare
tra le minacciose pietre tombali di una abbazia,
piuttosto che incontrare inermi ,
in solitudine, il proprio io…
(Emily Elizabeth Dickinson)

Storie di fantasmi di Edith Wharton; Gruppo Editoriale Newton; pagine 283: https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=77790584&db=

I racconti di fantasmi di un antiquario di Montague Rhodes James; Skira Edizioni; pagine 111: https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=77790598&db=

Il linguaggio dei cavalli

Quando ero piccola vedevo appeso alla parete della casa di famiglia un quadro che raffigurava una concitata corsa di cavalli variopinti in mezzo a qualcosa di indefinito, per i miei occhi di bambina erano nuvole in mezzo alle quali quegli animali dall’aspetto regale e fiero si sparpagliavano manifestando tutta la loro selvatica libertà. Solo una volta cresciuta ho riconosciuto in quei cumuli fumosi dalle sfumature colorate non più le nuvole del cielo, ma nubi di polvere che ne volevano rimarcare l’irrefrenabile corsa.

Quel dipinto mi piaceva perché celebrava la maestosità di queste eleganti creature e allo stesso tempo sembrava raffigurare la loro vita di un tempo, selvaggia e libera, prima che gli uomini li addomesticassero e li rendessero parte della loro produttività. 

Con questi animali l’uomo ha creato però anche legami di affetto e di amicizia, al punto che l’interazione con la specie equina alla stessa stregua di quella canina viene considerata adatta anche per attività di psicoterapia, la cosiddetta Pet Therapy, proprio per il benessere e gli effetti positivi che possono determinare negli esseri umani.

Nel noto libro di Nicholas Evans, L’uomo che sussurrava ai cavalli, successo internazionale di parecchi anni fa grazie soprattutto alla trasposizione cinematografica che ne fece Robert Redford nel 1998, racconta proprio questo stretto legame tra l’essere umano e il cavallo. Tom Booker è un mandriano ma dalle mansioni speciali, proprio perché capace di comunicare e instaurare una connessione particolare con l’animale che va al di là del semplice addestramento. Quella che lui possiede è un’abilità che risale a pratiche antiche e al lontano patrimonio tradizionale di guaritori e sciamani, coloro che venivano chiamati “i sussurratori” poiché attraverso parole segrete sussurrate a queste creature sapevano interagire con esse senza violenza, senza sopruso, senza imporre una sottomissione ma attraverso anzi forme di scambio e rispetto reciproco. L’autore si è ispirato a figure reali come l’addestratore Buck Brannaman che al rapporto con i  cavalli si è dedicato per tutta la vita, per creare il personaggio Booker e per narrare la dote di queste persone nel riuscire ad alleviare anche le più vecchie ferite dell’anima. Sarà infatti proprio Tom a trovare una via di guarigione per il cavallo Pilgrim, sopravvissuto a un terribile incidente una gelida mattina di inverno, ma anche per la sua giovanissima proprietaria Grace rimasta da quel giorno mutilata per sempre. Entrambi con il suo aiuto troveranno la serenità per riavvicinarsi e riaprirsi alla vita.

Parola di cavallo che appare insieme al best-sellers di Evans nell’immagine che fa da cornice visiva a questo post, è un piccolo libro che può essere piacevolmente letto per scoprire tante curiosità ma anche consultato come strumento di comprensione e conoscenza di questo affascinante animale nella sua dimensione emotiva oltre che fisica. L’autrice Kate Solisti-Mattelon si occupa proprio di comunicazione con gli animali e di interazioni orientate a curarne problemi comportamentali ed eventuali traumi passati, proprio come L’uomo che sussurrava ai cavalli Tom Booker.

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Ritorno a scuola

Colui che apre una porta di una scuola, chiude una prigione

(Victor Hugo)

Oggi 14 settembre in gran parte delle regioni d’Italia iniziano le lezioni del nuovo anno scolastico, dopo l’avvento del Covid e la lunga chiusura dal marzo scorso. Le scuole riaprono i loro cancelli e le loro aule, finalmente!

Perché nonostante i problemi che ci sono stati (non solo il virus ma pure la DAD ha rischiato di far finire più di qualcuno all’ospedale), quelli che ci sono (i banchi no, quelli non ci sono appunto) e quelli che inevitabilmente ci saranno; nonostante le abitudini stravolte, nonostante i limiti e i disagi, oggi è un gran bel giorno per tutti.

Per il resto si vedrà passo per passo, l’importante è riprendere il percorso e come più o meno titolava un libro di un maestro di scuola che ebbe successo parecchi anni fa “speriamo che ce la caviamo”.

L’ultima spiaggia

Alla fine dell’estate un titolo come questo suona particolarmente bene, anche se in questo caso non sta a indicare esattamente l’ultimo giorno di mare a settembre prima dell’anno prossimo e nemmeno l’ultima striscia di spiaggia sulla costa dove si trascorrono le vacanze. Per “ultima spiaggia” si intende proprio l’ultimo luogo sulla terra ancora raggiungibile, l’ultima possibilità di vita per gli esseri umani.

Scritto nel 1957 dall’autore australiano Nevile Shute,questo romanzo di fantascienza appartiene al genere apocalittico poiché descrive le condizioni del mondo dopo l’avvento di una guerra atomica nella quale tutte le popolazioni del mondo sono state trascinate e ne hanno subito le terribili conseguenze anche in modo indiretto attraverso la diffusione inarrestabile di polveri radioattive che le ha condannate ad ammalarsi irrimediabilmente. L’effetto immediato dell’uso di armi nucleari da parte di tutti gli stati è stata la contaminazione dell’intero pianeta, e l’inevitabile diffusione di una malattia incurabile che intossica l’organismo prosciugandolo e indebolendolo rapidamente fino a condurlo alla morte.

L’emisfero australe non è ancora stato del tutto investito dall’infezione, l’Australia con le sue estese spiagge sembra essere l’ultimo posto al mondo non ancora raggiunto dall’ondata di atmosfera nefasta e i suoi abitanti vivono gli ultimi mesi tra la consapevolezza di una fine all’orizzonte sempre più vicina e l’illusione di poter scorgervi ancora un oltre.

L’umanità diventa così da parte dell’autore oggetto di un’aspra critica per la cieca convinzione che la supremazia, che l’oppressione violenta e spietata dell’altro, che la brama infinita di potere sull’altro possano continuare a compiersi senza alcun scrupolo e senza nessuna conseguenza. La terra proseguirà la sua vita, le città, le strade, tutto ciò che l’uomo ha saputo costruirvi in ogni latitudine non cesseranno di esistere, pure gli animali resisteranno più a lungo mentre gli uomini verranno spazzati via seccandosi come foglie cadute a causa delle guerre e delle armi da loro stessi create, dimostrandosi così la specie più stolta e folle per avere condannato se stessa all’estinzione.

Il racconto è corale poiché sono vari i protagonisti che ne fanno parte: il capitano di marina americano Dwight Towers afflitto dal dolore per la famiglia lasciata negli Stai Uniti che finge di poter ritrovare; Moira una giovane donna dalla personalità brillante che lo asseconderà per amore; il tenente della marina australiana Peter Holmes neopadre e sua moglie Mary; lo scienziato John Osborne ossessionato dalla sua vecchia Ferrari e dalla spericolata gara automobilistica a cui aspira a partecipare. Tutti coinvolti in una missione di perlustrazione che si spingerà fino all’Oceano Pacifico, ognuno con la propria storia, con le proprie sofferenze e sogni spezzati, ognuno con un personale modo di reagire che oscillerà costantemente tra la speranza, la razionale rassegnazione e l’illusorio rifiuto per un futuro negato.

Scritto in modo accurato e credibile nelle parti più tecniche si dimostra coinvolgente e attento anche alla dimensione psicologica ed emotiva dei personaggi. Il lettore verrà invitato a percorre un viaggio di avanscoperta insieme all’equipaggio del sottomarino Scorpion nelle acque tra i due emisferi del pianeta, a vivere quei mesi di attesa con esso e le altre persone che gravitano loro intorno condividendone insieme aspettative e stati d’animo.

Di questo romanzo esiste anche una pregevole trasposizione cinematografica dal titolo omonimo del 1959 di Stanley Kramer con un ricco cast di star del cinema, che adatta in modo magistrale la storia sullo schermo conferendole un’impronta tuttavia più lieve anche nel finale.

Una lettura di un libro o per chi preferisce una visione di un film che catapulta in una dimensione del tutto immaginaria, ma che ricorda in modo molto realistico quanto ogni azione dell’uomo sulla terra segni delle conseguenze che talvolta si rivelano anche pericolosamente irreparabili.

Pinocchio, favola senza tempo

Nel dicembre dello scorso anno usciva nelle sale cinematografiche l’ultimo film sull’immortale burattino di legno, più vicino alle eterne pagine di Carlo Collodi, nell’incantevole versione dalle atmosfere fiabesche di Matteo Garrone.

In queste settimane d’estate approda a teatro una nuova messinscena di questa celebre favola realizzata dalla compagnia ogliastrina Rossolevante, che ripropone la storia rivisitandola invece in una chiave rinnovata e più moderna.

Questa trasposizione teatrale delle Avventure di Pinocchio si presenta come espressione dei nostri tempi e seppur non manchino le tappe salienti della narrazione, con tutti i suoi bizzarri e caratteristici personaggi impersonati da due uniche attrici che si calano in modo poliedrico e brillante in tutte le parti, il racconto si arricchisce di tematiche nuove e attuali poiché le attrici-autrici trovano spunto per concedere spazio in modo del tutto originale ad argomenti particolari e di interesse comune come: l’importanza della sicurezza sul lavoro; la cura a un’alimentazione sana sin dall’infanzia; il rischio di alienazione nell’universo dei social presentato come nuovo “mondo dei balocchi” per i più giovani; la critica all’inquinamento che devasta il nostro pianeta fino a un accenno anche alla pandemia che sta attraversando e condizionando inevitabilmente la vita di tutti noi. Temi sulla nostra realtà quotidiana che vengono proposti principalmente alle nuove generazioni coinvolgendole, divertendole e sorprendendole allo stesso tempo.

Lo spettacolo è difatti allegro e trascinante e vede in scena due sole attrici in mezzo a una scenografia volutamente essenziale costituita da pochi oggetti ma riempita dall’interpretazione briosa, da costumi variopinti, dalle accurate luci cromatiche e dagli effetti sonori capaci di creare perfette ambientazioni e di innescare persino “atmosfere visive”. Lo sguardo dello spettatore non viene inebriato da troppi elementi ma viene anzi stimolato a partecipare in moto attivo alla creazione visiva dello scenario attraverso le sensazioni che suscitano certe situazioni, tanto che nel momento in cui Pinocchio si tuffa nel mare alla ricerca del suo padre Geppetto è sufficiente l’intenso blu della luce che riempie il palcoscenico, l’abilità mimica e gestuale dell’attrice che incarna il burattino e il suono dell’acqua che si diffonde intorno a manifestare davanti agli occhi di chi guarda uno scenario sottomarino quasi tangibile.

Uno lavoro teatrale che nell’agosto ogliastrino in Sardegna ha preso l’avvio sfidando le roventi temperature estive e adeguandosi alle necessarie disposizioni anticovid, e che presenta tutte le potenzialità per proseguire il suo cammino in giro soprattutto per le scuole di ogni grado di tutta l’isola e magari nei prossimi tempi per raggiungere anche altri lidi oltre il mare.

Per chi volesse approfondire: http://www.rossolevante.it/mese.php?id=133

 

La luce delle stelle nella Notte di San Lorenzo

Chi almeno una volta nella vita non ha sollevato lo sguardo al cielo buio della notte in attesa del bagliore di una stella cadente?

A ognuno di noi anche in una sola circostanza sarà capitato di osservare quei puntini scintillanti e di desiderare qualcosa, per tradizione, per gioco, oppure in un particolare momento di fragilità persino per disperato bisogno.

La Notte di San Lorenzo che cade nel calendario ogni 10 di agosto è nota per regalare una straordinaria pioggia di stelle cadenti quelle che in certe zone della Spagna, ci racconta Julio Llamazares nel suo romanzo, chiamano in modo poetico ‘Lacrime di San Lorenzo’.

Questo appuntamento avviene una sola volta all’anno ed è l’occasione per fermarsi ad ammirare uno squarcio di universo sopra le nostre teste, per lasciarci andare a desideri e speranze come un giorno di festa facendoci ammaliare da questa magia della natura.

Il titolo scelto da Julio Llamazares per la sua opera edita nel 2015 da Codice Edizioni è proprio Le lacrime di San Lorenzo, poiché la storia che racconta prende l’avvio e ruota intorno a questa notte incantata e a molte altre nottate di stelle cadenti vissute negli anni dal protagonista del suo racconto. In continui sbalzi temporali egli ripercorre i momenti salienti della sua vita, i mutamenti, i rimpianti, le gioie e i dolori, ricordando le tante notti di San Lorenzo che ha vissuto lungo il suo cammino.

Sulla spiaggia notturna di Ibiza, quella che era stata il luogo della sua spensierata giovinezza, disteso sulla sabbia insieme a suo figlio osserva le luci sopra le loro teste ricordando di aver vissuto anche lui molti anni prima quei momenti con suo padre. Come lui indicherà a suo figlio le costellazioni disegnate nel cielo, gli tramanderà lo stesso legame con quella notte e l’entusiasmo per quello spettacolo della natura, affidandogli speranze e l’idea seppur illusoria che i sogni un giorno sapranno certamente avverarsi.

Negli occhi del figlio dodicenne scorge lo sguardo di chi crede ancora all’eternità del suo tempo, così era stato per lui nell’età delle illusioni e della leggerezza. Un sentire che oramai non può più appartenergli, poiché quella fase della vita per lui è ineluttabilmente passata e i ricordi hanno preso il sopravvento sulle attese. La vita non torna mai anche se si cerca, a volte disperatamente, di recuperarla: “come la giovinezza o il vento, la vita passa e non torna più per quanto rifiutiamo di accettarlo” scrive l’autore.

Riflettere sul tempo diventa dunque inevitabile così come osservare quale fenomeno straordinario, dominante e inarrestabile sia, che passa inesorabile determinando nella vita delle persone immani cambiamenti eppure restando sempre immutato nella sua infinita costanza.

Tutto cambia e svanisce, tranne il tempo.

Il tempo che è stato riaffiorerà nella sua mente anche nelle parole di sua madre. Di lei rammenterà la personale interpretazione sull’origine delle stelle, quando una sera gli disse che quelle luci lontane erano le anime delle persone scomparse e che avrebbero continuato a risplendere lassù nel firmamento, fin tanto che ci sarebbe stato qualcuno quaggiù a ricordarle e cercarle lì in mezzo all’oscurità. Al suo bambino consegnerà la stessa visione, triste ma confortante:

<<Le vedi tutte quelle stelle? Sono lì da milioni di anni, sembra non debbano più scomparire e, a un tratto, fanno un salto nel vuoto e si cancellano per sempre, come se non ci fossero mai state…Beh la stessa cosa succede alle persone. Sembra che debbano vivere per sempre, che non ti abbandoneranno mai del tutto, e quando te ne rendi conto, sono scomparse dalla faccia della terra senza nemmeno lasciare una scia di luce come le stelle; al massimo una lieve impronta nella memoria di chi le ha amate, che scomparirà insieme a loro, perché anche loro un giorno scompariranno. E così, generazione dopo generazione, proprio come le stelle>>.

Attraverso una narrazione in prima persona l’autore si immerge in riflessioni intime come questa, intrise di malinconia e consapevolezza sulla fugacità dell’esistenza con cui sarà facile coinvolgere il lettore fino a fargli sentire talvolta quei pensieri come propri. Questo infatti è il tipico libro che induce a estrapolare tra le righe qualche frase particolare, sottolineandola, trascrivendola o fissandola nella memoria poiché nel leggere le sue pagine qualcosa resta dentro in chi le sfoglia.

Come per i personaggi di questo romanzo guardare le stelle alla ricerca di quelle cadenti nella notte del 10 agosto è un momento di evasione dalla realtà e di speranza, è tempo di condivisione ma anche di raccoglimento. Anche per me come per il protagonista resta una ricorrenza speciale, perché in qualche modo mi ricongiunge a mia madre e alle sue notti di San Lorenzo sugli scogli color amaranto.

Se la dovessi cercare come una stella che brilla nel cielo sarebbe lì, la più luminosa, sopra il mare.

Per chi fosse interessato alla lettura del libro: https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=76512740&db=

Il Maestro dei morti

Non capita spesso di imbattersi in un romanzo che riveli tra le sue pagine quel potenziale letterario che promette nella sua presentazione.

Il Maestro dei morti di  Yannick Roch pubblicato nel 2017 da Les Flâneurs Edizioni, riesce in questa per nulla scontata impresa.

Gli elementi narrativi che compongo la trama e che vengono offerti al lettore con uno stile di scrittura vivace e piacevole, sono numerosi e capaci di stimolarne ogni interesse:

  • Una Parigi anni Trenta, consueta e mansueta alla luce del giorno ma ignota e irrefrenabile invece nell’oscurità della notte, scelta come suggestivo sfondo di una misteriosa scomparsa e di un’indagine complicata;
  • La più variegata umanità che popola la capitale parigina, dagli altolocati quartieri della città ai suoi bassifondi più turpi, svelata nei suoi aspetti più ambigui e cupi attraverso la definizione di numerosi personaggi sempre ben delineati nelle loro caratterizzazioni;
  • Una coppia di detective i protagonisti Renard e Tortue, opposti e complementari, che si antepongono con i loro metodi investigativi poco ortodossi a quelli ufficiali delle forze dell’ordine e che inevitabilmente fanno pensare a Holmes e Watson richiamando alla memoria la migliore letteratura della tradizione poliziesca;
  • Tematiche intriganti come il mistero, l’occulto, il sovrannaturale e l’attrazione che questi fenomeni esercitano tra le paure e le fragilità umane. Prima fra tutte quella dell’essere mortali;
  • Una figura enigmatica, maligna e tenebrosa dall’identità nascosta come Monsieur Larnac, colui che si proclama il Maestro dei morti dallo straordinario potere di risvegliare i defunti, in cui i due investigatori si imbatteranno fino a partecipare al suo esclusivo e sconvolgente spettacolo di magia nera, inquietante e dirompente quanto quello del Woland nell’opera di Michail Bulgakov.

L’insieme di tutte queste componenti presentate come premessa trovano tra le pagine del romanzo lo spazio adatto e vengono sapientemente mescolate nelle giuste dosi, suscitando attesa e riservando quel divertimento promesso al lettore senza tradirne le aspettative.

La storia è intrisa di eventi e colpi di scena, lo stile narrativo dinamico permette una lettura molto scorrevole e la vicenda nel suo dipanarsi segue ritmi sempre più incalzanti, tanto che le parole scivolano via rapidamente sotto lo sguardo assorto di chi legge, sospinto ad andare avanti tra i capitoli del libro con fervido interesse fino alla rivelazione finale dell’indagine.

La narrazione si arricchisce inoltre di rimandi letterari e cenni storici che rafforzano il contesto culturale e sociale dell’epoca che racconta, e possiede anche la meritevole capacità di trasmettere qualcosa di poco noto e curioso per il lettore anche dal punto di vista linguistico, quando in certe occasioni utilizza nei dialoghi dei personaggi peculiarità espressive o riferimenti della Francia di quel tempo il cui senso e l’origine si scoprono nelle note a piè di pagina.

Un ultimo aspetto da rilevare è la forma particolarmente descrittiva che il racconto assume in certi passi, tanto da tramutarsi in una narrazione visiva capace di evocare nitide immagini di ambienti, scene e persone dinanzi agli occhi del lettore. Una caratteristica che trovo riveli un potenziale cinematografico e l’opportunità dunque di estendersi anche verso altri mezzi espressivi fuori dalle pagine di un libro, magari nell’adattamento di un film oppure anche di una più lunga serie televisiva con protagonisti i due singolari investigatori francesi.

Per chi volesse approfondire: https://www.lesflaneursedizioni.it/product/il-maestro-dei-morti/

L’Ombra del Vento di Carlos Ruiz Zafón

Un pomeriggio di inizio estate di parecchi anni fa un po’ come questo in cui mi accingo a scrivere, almeno come clima, mi capitò per caso tra le mani questo libro il cui titolo attirò immediatamente la mia attenzione.

Il vento è un elemento con cui ho da sempre un legame particolare, per me è come la voce della terra affascinante e dal linguaggio enigmatico, e questo bastò a spingermi ad aprirlo e a posare lo sguardo curioso sulle prime righe. Da quel momento non me ne staccai per giorni e lo portai ovunque con me. Il susseguirsi serrato delle parole che vi erano trascritte al suo interno mi avevano stregato, mi ritrovai avvolta come dal turbinio della raffica del vento più potente, spinta lontano e sollevata altrove, dentro quelle pagine, dentro quel misterioso luogo dal nome incantevole: Il Cimitero dei Libri Dimenticati.

<<La tradizione vuole che chi viene qui per la prima volta deve scegliere un libro e adottarlo, impegnandosi a conservarlo per sempre, a mantenerlo vivo. È una promessa molto importante>>

Queste erano le parole che Daniel, il protagonista, ricordava gli avesse detto suo padre nel presentargli quello strano negozio di vecchi libri dove lo aveva condotto per celebrare il suo undicesimo compleanno. E che lo aveva portato a pensare:

<< Mi balenò in mente il pensiero che dietro ogni copertina si celasse un universo infinito da esplorare e che, fuori di lì, la gente sprecasse il tempo ascoltando partite di calcio e sceneggiati alla radio, paga della sua mediocrità>>.

Per chi trova ancora attraenti e indispensabili questi oggetti rettangolari di varie dimensioni pieni di scritte, di pensieri e di vita quali sono i libri, per chi talvolta si allieta con letture ricche di immaginazione e mistero troverà in questo romanzo una storia adatta a sé.  Oppure per chi volesse scoprire lo stile narrativo e l’inventiva letteraria del suo autore Carlos Ruiz Zafón, che in questa giornata di giugno si è congedato per sempre dai suoi lettori e dalla vita prematuramente interrotta da una malattia, avrà modo di farlo con l’opera che lo rese più celebre oltre i confini della Spagna.

L’artista passa, come è nella natura dell’essere umano, l’arte resta per sempre. Resta il talento letterario che ha avuto modo di esprimere nei suoi libri, la sua creatività resa eterna dalle parole che ha lasciato.

Le bretelle arancioni nei ponti di Madison County

Non so quanti le ricorderanno quelle bretelle arancioni nel noto film del 1995,  tratto dal romanzo omonimo I ponti di Madison County di Robert James Waller, che caratterizzano l’abbigliamento del fotografo giramondo Robert Kincaid.

Io non le ricordavo eppure leggendo il libro le bretelle le ho ritrovate spesso tra le righe, come uno dei principali elementi descrittivi dell’aspetto del protagonista. Mi sono resa conto che non sono per nulla un dettaglio irrilevante tanto che lo stesso Clint Eastwood, che nella versione cinematografica è anche il regista, le  ripropone visivamente indossandole seppur con una sfumatura più scura e meno sgargiante, nei panni dell’affascinante fotoreporter. Con le sue fattezze Kincaid sembra davvero uscire fuori dalle pagine scritte da Waller e manifestarsi fisicamente, anche se l’attore all’epoca in cui gira il film aveva davvero qualche anno di troppo per quel personaggio e per la sua partner Meryl Streep-Francesca, intensa e sempre credibile anche in questo ruolo.

Nella narrazione l’autore concede un notevole spazio a particolari accessori indossati dal suo protagonista maschile, come i sandali a cui Eastwood nel film dedica non a caso un primo piano, e la scelta di un colore come l’arancione o il color Kaki con cui descrive alcune sue camicie e pantaloni ha probabilmente lo scopo di delinearne al primo colpo d’occhio una certa originalità, di essere espressione di un estro artistico e piglio ribelle a certe convenzioni. Da quel colore e abbigliamento portati con leggerezza in quella realtà americana rurale, ruvida e chiusa degli anni Sessanta in cui si aggira per tutto il racconto, si può comprendere in effetti già qualcosa del suo modo di essere. Quel senso di creatività artistica che fa parte anche della sua professione, quella libertà irrinunciabile e imprescindibile del suo vivere e la sua capacità al tendervi con determinazione e naturalezza.

Perché Kincaid è un’anima errante senza recinti o pareti che ne limitino lo sguardo, il viaggio è il suo orizzonte quotidiano che lo spinge verso un cammino perenne alla scoperta del mondo attraverso le sue fedeli macchine fotografiche con cui ne immortala frammenti di bellezza. “Io sono l’autostrada e il pellegrino e tutte le vele che hanno mai solcato i mari”, dichiara parlando di sé stesso a Francesca, la donna che incontra in quel mondo semplice di allevatori e agricoltori dello Iowa dove lei si è adattata a vivere restandone comunque estranea e che lo conquisterà con la sua vivace personalità al punto da spingerlo a immaginare un futuro non più solitario.

Il romanzo di Waller non è infatti soltanto il racconto di una speciale intesa d’amore, ma è soprattutto una storia di libertà e di scelte. La libertà di essere prima di tutto se stessi e di vivere la vita secondo il proprio sentire, senza troppi condizionamenti esterni. Una riflessione sulla scelta che ogni individuo può esercitare nel protendere alla propria naturale predisposizione e nel perseguire i personali desideri, o nel dovervi talvolta rinunciare.

L’autore scrive utilizzando l’espediente narrativo della ricostruzione come se si trattasse di fatti e di persone realmente esistiti, in un volo incessante tra presente e passato nei repentini passaggi temporali dei ricordi portando il lettore in un racconto di cui già si conosce gran parte del finale ma che si rileva completamente, a differenza del film più esplicito sin dal principio, solo nelle ultime pagine. Ed è gradevole leggere i dialoghi dei due protagonisti nei quali si citano poeti e celebri frasi, dove la musica trova spazio tra le parole tanto da diventarne colonna sonora con Autumn Leaves, sulle note della quale in una sera d’estate i due danzano a passi lenti tra il lavello e il tavolo nella semioscurità della cucina.

Quando il mondo vi appare un po’ più arido del solito questa è una lettura in cui potersi rifugiare nonostante il senso di malinconia di cui sia intrisa, perché un libro può meritare di essere letto anche se segue direzioni meno facili da recepire emotivamente. Più che la meta conta il viaggio che si percorre, perché come afferma a un certo punto il protagonista: I vecchi sogni erano bei sogni; non si sono avverati, ma sono contento di averli coltivati.

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