La Linea Verticale

La scorsa settimana Rai Tre ha trasmesso La linea verticale una serie televisiva di Mattia Torre, tratta dal suo libro omonimo edito da Baldini&Castoldi, per commemorare la prematura scomparsa di questo autore di spiccato talento noto anche per essere stato tra gli ideatori dell’apprezzata e popolare serie Boris.

In questa fiction composta da 8 episodi si possono rivedere non solo le performance di alcuni dei bravi interpreti che hanno contribuito a decretare il successo delle disavventure della troupe della soap ‘Gli occhi del cuore’, ma si può ritrovare anche e soprattutto quello stesso particolare taglio narrativo che rende anche questa serie originale e fuori dai soliti schemi. Ciò che la caratterizza è la rappresentazione a tratti realistica e a tratti derisoria del mondo ospedaliero, così come in Boris lo era stato quello sgangherato della televisione e della fiction italiana, che per sue vicissitudini personali lo stesso Torre negli ultimi anni della sua vita aveva avuto modo di conoscere. La linea verticale nasce infatti da una sua diretta esperienza e questa autenticità la si percepisce con estrema immediatezza. Trasmessa dal singolare sguardo narrativo del suo scrivere, indagatore, ironico e rivelatore che porta lo spettatore a sorridere e a commuoversi in una costante ed equilibrata alternanza.

Per chi segue le vicende del protagonista Luigi, interpretato magistralmente nel suo smarrimento da Valerio Mastandrea, dal momento della diagnosi della sua improvvisa malattia fino al ricovero e ai giorni trascorsi dentro un ospedale, può essere facile ritrovarsi nei suoi pensieri e in alcune di quelle dinamiche umane in cui rimane coinvolto suo malgrado. Perché ognuno di noi in qualche modo, ha avuto a che fare con quei luoghi e ha vissuto alcune di quelle situazioni. Il merito di questa serie televisiva è senza dubbio la capacità di raccontarle quelle situazioni, nei loro aspetti anche paradossali, di rappresentare con tagliente ironia e scanzonato surrealismo anche quelle interazioni tra il personale sanitario impegnato nel proprio lavoro e quello giacente in paziente attesa.

La voce narrante trova spazio nei pensieri del protagonista che osserva attonito e impotente questa umanità gravitargli attorno, con i dottori vaghi e sfuggenti, con le informazioni aleatorie e riportate sempre diversamente, con le scarse spiegazioni e la divertente frase di rito usata come perentoria risposta a tutte le domande: –Sono i vasi, poi passa-. Un insieme di realtà, umorismo e immaginazione che si mescolano come un potente viatico dalle dosi perfette. Esilarante in alcuni momenti, si ride di gusto in alcune occasioni,  profondo invece in altri nei quali ci si lascia coinvolgere da riflessioni intime sulla vita, sulla morte e sulla possibilità di vivere meglio.

Fuori dagli schemi dunque come scrivevo nel raccontare il mondo ‘dei camici bianchi’, perché del tutto privo dell’edulcorata rappresentazione di santi, di eroi e di fotomodelli, di dialoghi spaventosamente prevedibili nella loro improbabilità, a cui le fiction italiane del genere da sempre ci hanno abituato e con cui per anni ci hanno ammorbato. Così noiosamente irreali da far sembrare una sorta di documentario un film della Marvel!

La Linea verticale si allontana da tutto questo distinguendosi dal resto dello scenario delle produzioni televisive. Ogni episodio trattiene e intrattiene e si propone originale anche nel titolo, il cui significato si rivelerà e si comprenderà solo seguendo il dipanarsi della storia. Colpisce anche l’essenzialità della sigla di apertura con un’ammaliante colonna sonora composta dal duo TavianiTravia, apertura perfetta come invito alla visione di qualcosa di speciale.

Emerge anche l’interpretazione di Mastandrea nella parte del disorientato Luigi, che testimonia ancora una volta la simbiosi assoluta con l’opera di Torre, qui nelle vesti anche di regista e per brevi istanti anche come attore in una divertente incursione. Un connubio tra parola scritta e recitata, quello che si è creato tra i due artisti, pieno di armonia ed esibito in varie occasioni teatrali. Su Youtube è possibile rintracciare alcuni spassosi monologhi scritti da questo autore-sceneggiatore e recitati appunto dal noto attore (Gola, I figli ti invecchiano, Colpa di un altro, per citarne alcuni), che vale davvero la pena vedere.

Come vale la pena vedere La linea verticale, facilmente reperibile sul sito Rai Play.

https://www.raiplay.it/programmi/lalineaverticale/episodi

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Tempo di esami

Giugno è il mese che segna il preludio d’estate ma anche la fine delle lezioni. Termina l’anno scolastico, o accademico, e per molti studenti inizia il momento delle verifiche e degli esami.

In una fase storica complessa e per molti aspetti difficile come la nostra, segnata dalla crisi economica, dalla scarsità del lavoro, dalle attività che aprono e chiudono, dai tanti locali in disuso lungo le strade delle nostre città, dai tagli all’istruzione e dagli istituti scolastici che appaiono luoghi sempre più fatiscenti, ci si chiede e probabilmente ancora di più che in passato, quanto e se valga il fatidico “pezzo di carta”. Studiare, diplomarsi, laurearsi, ha ancora un senso? Completare un percorso di studio conserva ancora il suo valore?

Sì, una risposta affermativa arriva secca e immediata.

Mi sento di poterlo affermare con fermezza e decisione, vale ancora e tanto. Non perché un titolo di studio assicuri un posto di lavoro, uno stipendio fisso, una carriera, una realizzazione professionale secondo i propri sogni, una pensione certa e serena. Questi sono purtroppo oggi orizzonti indefiniti e seppur non sia giusto non rivolti a tutti, ma perché offre ancora e sempre qualcosa di fondamentale e prezioso, lascia nelle nostre mani uno strumento importante con cui affrontare meglio la vita nei suoi imprevisti e probabilità.

L’erudizione, l’istruzione, la conoscenza, lo studio, la lettura, sono i mezzi più potenti a nostra disposizione perché ci permettono di ampliare e rafforzare la nostra mente, di arricchire il nostro bagaglio intellettuale e culturale, di allenare il pensiero, di stimolare curiosità e senso critico. Conoscere, imparare, sapere, ci permette di capire più a fondo e in modo più nitido la realtà circostante, e di conseguenza a gestire meglio situazioni e rapporti con gli altri.

In qualsiasi momento storico la cultura è sempre stata l’unica forma di elevazione, e resta ancora nei tempi odierni l’unica vera arma di forza e di difesa da custodire con premura nella propria tasca. L’istruzione è e deve restare il baluardo, il centro, la base su cui costruire la società del presente e del futuro, con cui formare l’umanità del presente e del futuro.

Non bisogna rinunciare, mai, non bisogna abbandonare e cedere allo sconforto, all’idea che il “pezzo di carta” non serva, che prepararsi, imparare e formarsi non abbia più alcuna utilità. Serve sempre, serve eccome.

Perché anche se in molti casi non permetterà purtroppo di trovare un impiego il giorno dopo, ti armerà di conoscenza, di acume e di sapere da utilizzare come fonte per adattarsi alle diverse circostanze e come scudo per rimandare indietro sopraffazioni e ingiustizie. Conoscere significa capire meglio, esprimersi meglio e lottare meglio. Sempre, in ogni circostanza.

Anche la solitaria e mostruosa creatura di Frankenstein nelle pagine del celebre romanzo di Mary Shelley ne aveva compreso l’importanza. Bramoso di sapere si era lasciato trasportare dai quesiti esistenziali che attanagliavano i suoi pensieri, ed esigendo delle risposte sempre più insistenti aveva trovato conforto e aiuto nei libri, nel sapere trascritto da altri, nella cultura tramandata.

Il volume delle Vite di Plutarco che avevo trovato narrava le storie dei primi fondatori delle antiche repubbliche. Questo libro ebbe tutt’altro effetto su di me rispetto ai Dolori del giovane Werther.

Dalle visioni di Werther imparai lo sconforto e la malinconia, ma Plutarco mi insegnò i grandi pensieri: mi elevò al di sopra della triste sfera delle mie riflessioni per farmi ammirare e amare gli eroi dei tempi antichi (…).

Il paradiso perduto provocò emozioni diverse e molto più profonde: lo lessi come avevo letto gli altri libri che mi ero trovato tra le mani, credendolo una storia vera. Risvegliò tutti i sentimenti di meraviglia e sgomento che la visione di un Dio onnipotente in lotta con le sue creature poteva provocare.

Anche se nei momenti di maggiore smarrimento si fosse quasi pentito di aver voluto sapere, di aver voluto imparare a leggere, a parlare, a comprendere il mondo, perché quel mondo era troppo duro e faceva soffrire, quell’essere nato dalla morte ed emarginato dagli altri esseri viventi, aveva capito più di chiunque altro il valore inestimabile e il potere dell’erudizione.

Studiare non è mai inutile e anche se sembra che porti via del tempo quel tempo verrà restituito in altre forme, in altri modi, e non sarà mai tempo perduto.

Buon Primo Maggio ai Senza Lavoro

Celebrare il diritto al lavoro e i diritti dei lavoratori in questi tempi di crisi economica e dunque di precarietà e disoccupazione, acquisisce un valore ancora più importante. Una voce che non deve cessare di affermare e avvalorare i principi basilari di una società civile. Perché tanto di ciò che è stato con fatica conquistato ieri, è oggetto di costante e infinita revisione oggi. Ciò che dovrebbe essere certo non lo è più e tutto continua a fluire verso l’instabilità e la mancanza di opportunità, in un turbinio costante di diritti che si ritoccano e si riducono a colpi di forbici come un foglio ritagliato più volte che si rimpicciolisce, come un disegno cancellato e ritoccato più volte che perde definizione e colore.

Senza sicurezza e prospettiva nel mondo del lavoro non si può sopravvivere, ma nemmeno vivere. Perché il lavoro non assicura solo la sussistenza ma assegna anche una fondamentale collocazione sociale, una “dignità sociale”. Conferisce un ruolo attivo all’individuo che si sente partecipe di una comunità e da essa viene riconosciuto. Chi è privo di un impiego, chi non occupa uno spazio nella “categoria dei lavoratori” vive uno stato di emarginazione costante e diventa un invisibile, oggetto di scarsa considerazione e rispettabilità più o meno velata agli occhi degli altri. Le conseguenze di tutto ciò nella sfera emotiva di una persona possono essere dolorose e devastanti.

Il libro Il lavoro che non c’è di Fausto Roggerone, psicologo del lavoro e docente universitario, affronta con attenta considerazione e approfondita analisi la componente psicologica di chi per svariati motivi un lavoro non lo ha. Un testo di scorrevole lettura improntato sull’individuazione del malessere e del disagio che la disoccupazione determinano nella vita di una persona, sul condizionamento che ciò provoca nelle relazioni con gli altri e nel proseguimento della propria quotidianità.

Lo scopo è anche quello di offrire dei rimedi, perché nel momento in cui si riconosce una sofferenza e le si dà una definizione, un’origine, si può tentare di affrontare meglio la situazione difficile che la provoca nel tentativo di trovare in se stessi il modo di gestirla e alleviarla. Gli argomenti sono esposti avvalendosi di esempi reali a cui si associano alcuni brevi test che il lettore potrà fare per meglio capire, e dunque anche correggere, le reazioni e il proprio atteggiamento suscitati dalla mancanza di lavoro in attesa che qualcosa magari riesca a mutare anche dal punto di vista materiale.

Un libro che trovo prezioso perché ha il grande merito di esporre un tema fondamentale, eppure di rarissima considerazione, nell’ambito della questione del lavoro e della sua assenza. Una lettura anche per i più scoraggiati, anzi soprattutto per loro.

L’Otto Marzo, lotto da quando m’arzo

Simpatico gioco di parole che qualcuno di voi, come me, avrà visto circolare in rete e sui social nella Giornata Internazionale della Donna.

Perché seppure siano stati tanti gli ostacoli faticosamente superati e la strada fatta verso una maggiore emancipazione, il cammino femminile nella storia della umanità è ancora destinato a lotte e conquiste. Non solo per migliorare ancora e sempre la condizione e la considerazione della donna che il mondo le riserva nella società e nella cultura che l’attraversa, ma anche per mantenere e difendere con tenacia il progresso e i diritti finora raggiunti.

Per celebrare e omaggiare questa ricorrenza ho scelto un libro la cui lettura penso possa offrire spunti di riflessione e punti di osservazione interessanti, e a tratti forse anche illuminanti.

Si intitola Le donne non chiedono, le autrici sono Linda Babcock e Sara Laschever e sulla quarta di copertina si presenta così:
L’occupazione femminile è in notevole crescita, ma le donne seppur con alte competenze, continuano a essere discriminate rispetto agli uomini nella retribuzione e nella gerarchia professionale, infatti raramente occupano posti decisionali nel mondo del lavoro. Fuori dalla retorica e con laica lucidità, questo libro identifica una delle principali ragioni di tale discriminazione in una diversa propensione a negoziare. Attraverso indagini psicologiche, sociologiche ed economiche, le autrici dimostrano come le donne per un coriaceo retaggio sociale, siano poco inclini a chiedere nel proprio interesse (un salario più alto, maggior aiuto in casa ecc.), e come addirittura temano che farlo possa danneggiare le loro relazioni: esse hanno imparato che la società accoglie male la loro assertività e volitività, mentre questo è esattamente ciò che ci si aspetta dagli uomini.

E allora come possono le donne rendere compatibili le loro attitudini con un mondo del lavoro costruito a immagine maschile? Cosa può imparare l’uomo dalle donne nel mondo del lavoro, e perché no, anche nella vita personale? Ancora: come le aziende moderne devono gestire la differenza? Questo libro suggerisce alle donne come migliorare la propria attitudine a contrattare, valorizzando le specifiche potenzialità femminili, poiché oggi negoziare non è più un lusso ma una necessità. Radicato sul terreno culturale dei Women Studies, il testo, per il suo taglio divulgativo e pragmatico, si rivolge in realtà a tutti gli uomini e le donne che oggi affrontano il mondo del lavoro, offrendo una semplice quanto fondamentale lezione di economia e sociologia: le discriminazioni nelle istituzioni sono economicamente dannose e oggi le aziende sono chiamate a integrare le diverse capacità di ambedue i generi per sfruttare al meglio il capitale intellettuale-.

Per gli interessati ad approfondire:
https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=51805157&db=
https://www.comprovendolibri.it/vendeanche.asp…

E per tutti gli altri, Buona Festa della Donna!

San Valentino e “Tutto sull’Amore”

Per andare oltre i cioccolatini e i cuoricini che invadono i nostri sguardi in questo giorno di giorno di San Valentino, croce e delizia per single e non, un piccolo saggio di piacevole  e scorrevole lettura in cui l’autrice Bell Hooks cerca e trova risposte a temi vitali che toccano tutte le nostre esistenze, quali la paura, la solitudine, i legami e il bisogno d’amore.

Perché in fondo la vita non è altro che un viaggio ignoto in balìa delle nostre fragilità che cerchiamo di placare nella costante ricerca di amore in tutte le sue forme e sfaccettature.

Amatevi l’un l’altro, ma non rendete schiavitù l’amore. Sia piuttosto un mare che si muove tra le rive delle vostre anime.                                                                                                                                                                                                    (Kahlil Gibran)

https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=45491338&db=

BUONE FESTE, BUONE LETT(ur)E

Siamo forse troppo pochi, noi popolo di lettori, ma ci siamo.

Noi che vediamo il libro come il mattone su cui costruire le fondamenta di una società civile, noi che pensiamo alla cultura come l’arma di difesa più efficace per qualsiasi guerra della vita, noi che consideriamo la lettura come una risorsa per l’animo e per la mente, noi che non vogliamo smettere di fantasticare ma anche di conoscere e imparare, noi che ancora leggiamo.

Un libro probabilmente non salverà il mondo, ma senza dubbio aiuta a viverci meglio.

https://www.comprovendolibri.it/?uid=Entula