Il segno del comando

Se questo titolo vi dice ancora qualcosa allora inevitabilmente l’immagine di un giovane Ugo Pagliai elegantemente vestito o quella dello sguardo magnetico di Carla Gravina, rigorosamente in bianco e nero, riaffiorerà nella mente.

Lo sceneggiato da loro interpretato e andato in onda nel lontano 1971 sulla Rai, si chiamava appunto Il segno del comando. La narrazione era avvincente e coinvolgente, si muoveva costantemente lungo due binari, due dimensioni opposte e parallele, il conoscibile e l’ignoto, la sfera reale e quella onirica, il presente e il passato. Un racconto dominato dal mistero che intrecciava temi come l’esoterismo e la reincarnazione ad elementi culturali riguardanti la storia, l’arte e la letteratura e che si dipanava per tutte le cinque puntate fino alla rivelazione chiarificatrice nel finale. Eh sì, perché tra i tanti meriti qualitativi delle serie televisive dell’epoca vi è anche la contenuta divisione episodica della storia, in questo caso la vicenda si svolgeva in sole cinque puntate e senza intenzioni di continuità. Erano produzioni quelle che avevano una durata limitata ma soprattutto un epilogo, come un libro che una volta aperto e letto si chiude. Non esisteva la consuetudine commerciale di farne una ventina di stagioni, ed oltre, per spremere tutto il possibile di un ‘prodotto’ che seppur sempre più sbiadito si ripete perché funziona tra il pubblico, come purtroppo si è soliti assistere stancamente oggi.

Ad ogni modo tornando a quel periodo, ai lontani primi anni Settanta, furono milioni i telespettatori che rimasero incollati allo schermo per seguire le intricate indagini e gli enigmatici incontri del professore Edward ForsterUgo Pagliai, sul particolare sfondo di una Roma oscura, misteriosa e suggestiva, costantemente sospesa tra passato e presente e mostrata nei suoi vicoli, nei suoi affascinanti luoghi più caratteristici. Fu una serie di grande successo, non solo per la novità narrativa che proponeva nel combinare insieme un genere che andava dal thriller al fantastico, ma anche per le atmosfere cupe, dense di attesa e tensione che segnarono la produzione televisiva e l’immaginario collettivo anche delle generazioni successive. Seppure si tratti infatti di uno sceneggiato appartenente a tempi ben lontani si presenta per molti aspetti senza tempo, perché nonostante i ritmi meno concitati rispetto a quelli odierni, riesce ancora oggi a coinvolgere, a suscitare l’interesse e l’attenzione dello spettatore per il suo affascinante intreccio, per quella narrazione tortuosa che si muove misteriosa attraverso i sentieri dell’arte, della musica, della storia alla ricerca inarrestabile della verità, della soluzione all’arcano. La qualità della realizzazione è innegabile, così come lo è l’interpretazione degli attori principali e la scrittura che sostiene il racconto. Elemento di grande efficacia è infatti anche la schiera dei personaggi che popolano questo mondo, presentati nelle loro singolarità e ambiguità anche attraverso i dialoghi, mai banali, mai scontati, sempre curati e ricercati anche nelle forme espressive e nei termini impiegati.

Una cura della forma linguistica che si ritrova intatta anche nella sua versione letteraria realizzata nel 1987 da uno dei principali autori della serie, Giuseppe D’Agata, che riprendendo e estendendo la sceneggiatura dell’opera televisiva curò la pubblicazione di un libro dal titolo omonimo, Il segno del comando, in una prima edizione con la Rusconi Libri poi in una seconda nel 1994 con i Tascabili Economici della Newton Compton Editori. Un’operazione che risulta brillantemente riuscita poiché il libro si beve a pochi sorsi, tanto riesce a catturare l’interesse del lettore conducendo anche lui via via che scorrono le pagine, alla scoperta di cosa si celi dietro il “segno del comando” e alla veridicità della profezia angosciante che pende sulla testa del protagonista.  Chi ha seguito lo sceneggiato nel periodo della sua messa in onda potrà riscoprirlo anche attraverso i capitoli di questo libro, che se ne discosta solo per pochissimi aspetti, chi invece non lo ha mai visto in televisione potrà farsi rapire da una trama intrigante con il desiderio magari di ricercarne in seguito anche la visione (in streaming si possono facilmente ritrovare tutti i cinque episodi sul sito della Rai e qualcosa anche su youtube).

Altro aspetto da non tralasciare nella rievocazione di questo racconto televisivo è la consistente e apprezzabile presenza della componente musicale che fu altra sua caratteristica, non solo attraverso il misterioso Salmo XVII del compositore settecentesco Baldassarre Vitali, ma anche nella celebre colonna sonora intitolata Cento campane e cantata da Nico Tirone come sigla finale (a qualcuno magari nota anche nella versione di Lando Fiorini), che qui lascio a chiusura anche di questo post per chi vorrà scoprirla o magari riascoltarla ancora.

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Autore: Gocciadichina

Se stai leggendo queste righe probabilmente è per capire chi scrive e perché. Domande che potrei farmi anch’io in effetti… Come Entula sul sito CVL mi occupo di dare nuova vita a libri dimenticati o mai scoperti, e qui come Gocciadichina se posso ne scrivo.

2 pensieri riguardo “Il segno del comando”

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