Fare spazio

Quante volte tra i buoni propositi  di inizio anno ci sono quelli che riguardano il mettere ordine? Non mi riferisco a quello che necessiterebbe avere magari nella propria vita, perché quello in particolare richiederebbe un impegno diverso e sicuramente più laborioso, ma un ordine più materiale che riguarda gli ambienti fisici che ci circondano.

Liberarci di quello e quell’altro, sistemare in modo più utile una stanza, una soffitta, un garage, un magazzino. Fare appunto un po’ di spazio attorno a noi.Eppure capita di non riuscire a portare a termine questa nobile intenzione, almeno fino a quando: ZAC! Qualcosa spezza il torpore.  Irrompe quel preciso istante in cui in noi scatta qualcosa e allora non ci sono stagioni o giorni migliori, lo si fa e basta.

Ci alziamo una mattina con l’ idea che sia giunto il momento di mettere a posto qualcosa e l’energia non ci abbandona appena infiliamo le pantofole per indirizzarci al bagno, anzi ci guida per tutta la giornata alla realizzazione di quel pensiero fisso che aleggiava nella nostra mente da tempo oramai remoto senza trovare una via d’uscita. L’abbiamo accantonato in modo sistematico, rimandato per mesi in un susseguirsi di settimane: perché una volta faceva troppo freddo e si congelavano le mani e le trovate organizzative con esse; poi invece faceva troppo caldo e anche uno sbattere di ciglia poteva far sudare troppo ed era meglio aspettare clima migliori; durante le vacanze di pasqua con le note “pulizie” sembrava essere un ottimo periodo poi però a valutare meglio forse era più adatto il week-end successivo e via così fino all’anno prossimo e ai buoni propositi di Capodanno. Ma quando oramai ci ritroviamo sconfitti dalla nostra inconcludenza, ecco che all’improvviso arriva quel magico giorno in cui a non trovare spazio sono le scuse e il rimandare perenne. Ci sentiamo pieni di vitalità e allora prendiamo la concreta decisione che si devono liberare scaffali e scatoloni, riorganizzare mansarde e cantine ed è proprio in quelle precise circostanze in cui si solleva in noi il comune quesito esistenziale che prima o poi tutti si pongono: con i vecchi libri che si fa, si buttano?

Ci sono libri orrendi di autori improbabili, libri portatori di ricordi e persone che vorremmo allontanare dal nostro sguardo, volumi troppo vissuti, magari infestati di macchie di umidità incancellabili, testi scolastici pieni di tracce del nostro passato e di cui hanno rifatto già altre mille edizioni che a nessuno potrebbero essere utili, però, però, c’è sempre un “però”. Perché farli morire in un cassonetto dà sempre l’idea di sprecare qualcosa, anche se in quelli appositi a raccogliere carta e cartone dovrebbero trovare una loro utilità nel riciclo. Prima di arrivare a gettarli via in modo definitivo, a lanciarli nel buio oblio di quei raccoglitori metallici, si potrebbero sempre valutare delle altre possibilità. Come il donarli per metterli a disposizione di altre persone per esempio. Alcuni piccoli negozi da qualche anno, stanno promuovendo una bellissima iniziativa mettendo dei cesti accanto all’entrata dove è possibile lasciare e prendere un libro liberamente. E se proprio ci troviamo tra le mani dei libri dall’aspetto impresentabile e che siamo certi nessuno avrà mai voglia di leggere, certezza comunque opinabile, si potrebbero forse utilizzare per creare qualcosa di artistico con cui decorare gli spazi o di pratico con cui ammobiliare gli ambienti come fossero mattoni da costruzione.

Ma se davvero non potete fare altro che liberarvene insieme ai sacchi della spazzatura, potreste disporli a parte e sistemarli fuori dai cassonetti per permettere che lo sguardo curioso e interessato di qualche passante possa raggiungerli. Qualcuno vedendoli potrebbe raccoglierli, e se proprio non leggerli magari farci un originale comodino porta libri.

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Letture natalizie

Leggere in questo periodo dell’anno potrebbe sembrare per qualcuno impossibile. I giorni di festa sono molti e ravvicinati ma ci sono le spese, i preparativi, gli incontri con i parenti abbastanza interminabili che non lasciano molto spazio alla lettura di un libro.

Questi sono però anche giorni in cui si viaggia, quindi se ci troviamo a prendere un aereo, un traghetto o un treno per raggiungere famigliari, parenti o amici si può trovare un po’ di tempo per leggere qualcosa e far apparire il tragitto più rapido e meno tedioso. Magari quel libro che abbiamo sul comodino fermo a pagina tre e su cui crolliamo dal sonno a ogni fine giornata, oppure quell’altro che ci hanno regalato al compleanno, o forse era due compleanni fa, ma che da allora è rimasto comunque a colorare la libreria di casa. In ogni caso ci sono molte altre possibilità letterarie strutturate in modo tale che si possano sfogliare anche a frammenti, come le raccolte.

Tra una vita e l’altra a cura di Catherine Dunne e Federica Sgaggio per esempio è un’antologia di storie di autori italiani e irlandesi, oppure per chi vuole spostarsi più lontano ci sono i Racconti del siriano Zakariyya Tamer tra i maggiori esponenti della letteratura araba contemporanea. Altrimenti per gli appassionati di noir-gialli che appunto necessitano di una lettura gestibile in modo frammentario c’è Noir istruzioni per l’uso di Luca Crovi, un atlante degli autori più celebri del delitto che racconta aneddoti e regala inedite rivelazioni assicurando suspense e colpi di scena. Per chi invece sta pensando già alla fine dell’anno e al desiderio di trovare un luogo in cui salutare il vecchio e abbracciare quello nuovo nel relax, potrebbe trovare qualche idea in Andare per Terme di Annunziata Berrino una collana di itinerari tra storia e cultura.

Le festività sono benefiche e necessarie, perché ci permettono di staccare dal lavoro, dallo studio, dagli impegni quotidiani che ci riempiono le giornate e ci affaticano, ma altrettanto possono esserlo in questi periodi di festa le pagine di un libro, una via di fuga a volte anche da loro.

Se un leone potesse parlare

La piaga dei nostri tempi non è la crisi, non è la disoccupazione, non è il cancro, ma il fatto che ogni persona o quasi possieda un cane.

E non mi riferisco a coloro che vivono attorniati dal verde e quindi permettano di mantenere una vita più vicina alla loro natura, ma di chi si trova negli angusti spazi condominiali e che di mattina o al calare della sera si incrocia lungo i marciapiedi circostanti a portare in giro esemplari delle più disparate razze e dimensioni per le loro impellenti necessità quotidiane. Peccato però che a ripulire poi il loro passaggio siano evidentemente meno della metà di quella comunità di cinofili che sembra essere in crescita nella nostra società, altrimenti non si spiegherebbe lo stato in cui ogni giorno si trovano ridotte le strade delle nostre città. E sventurati coloro che devono spingere un passeggino o chi è costretto a spostarsi in carrozzina, muoversi per loro è costantemente un faticosissimo slalom. Anche se proprio questi ultimi all’alto tasso di inciviltà diffuso sono avvezzi, visto che un’auto parcheggiata proprio davanti agli scivoli loro adibiti che impedisce ogni transito non si fa mai mancare.

Quello però che non smetterò mai di chiedermi è: ma possibile che a quei proprietari di cani così incuranti non capiti mai di passarci sopra con le proprie scarpe? Ormai quando si cammina per le strade il numero di tracce canine è talmente esteso che lo sguardo deve essere obbligatoriamente fisso sulle punte dei piedi onde evitare spiacevoli incidenti, e arrivederci alla sana postura. La schiena assume una costante forma curvilinea e seppure riusciamo a schivarle quelle tracce, il colpo della strega però ci attende dietro l’angolo. Quando arriva l’autunno poi c’è da tremare e non per l’abbassarsi delle temperature, ma perché il manto di foglie cadute finisce per ricoprire spesso del tutto tali scie e il rischio è altissimo! Per non parlare di quando si parcheggia la macchina, non sia mai che si scenda senza controllare dopo avere aperto lo sportello. Non azzardatevi a distrarvi in un momento tanto delicato, potrebbe essere fatale. E se vi capita di dover camminare in una strada all’imbrunire dove l’illuminazione ha qualche intoppo e in fondo non sarebbe una buona idea farsi beccare da un camion per passare in mezzo alla strada, armatevi di tanta speranza.

Un altro aspetto che denota il dilagare della presenza di animali domestici nella vita delle persone, oltre a una probabile esigenza di compensazione affettiva in mancanza di quella umana e a pensare a tanti essere umani davvero bestiali si può anche comprendere una tale preferenza (la favola Prometeo e gli uomini di Esopo spiega qualcosa al riguardo), è la diffusione massiccia di un vero e proprio mercato a essi destinato. Non c’è negozio di alimentari oramai che non abbia fornitissimi scaffali dedicati alla loro alimentazione, con immancabili prodotti biologici, senza zuccheri e senza olio di palma! Esistono capi d’abbigliamento, alcuni davvero imbarazzanti tipo le magliettine attillate con le frasi più improbabili, e ci sono persino i passeggini per cani. Ma del resto mi è capitato di vedere bambini imbracati con guinzagli e dunque forse l’idea che le cose si stiano leggermente confondendo non è così infondata. L’impressione generale infatti è che si sia creato in questi ultimi anni un eccesso di umanizzazione degli animali, e non ritengo sia manifestazione di un fenomeno positivo. Il legame affettivo, l’amicizia, lo scambio che si può creare con tali creature è senza dubbio importante e speciale (e anche curativo in molti casi, e la Pet therapy ne è una prova), però personalmente penso sia sempre basilare mantenere il giusto approccio.

Un libro intitolato appunto Se un leone potesse parlare di Stephen Budiansky, affronta in modo molto accurato proprio questo argomento. Facendo riferimento agli studi e alle esperienze di esperti del settore, l’autore offre in questo scorrevole e appassionante saggio un’analisi interessante sulla natura del mondo animale e sull’importanza di saperla distinguere senza distorcerla. Fondamentale risulta essere la necessità di vedere, conoscere e trattare gli animali nella loro unicità rispettandone le caratteristiche senza proiettarci le nostre. L’intenzione è dunque quella di soffermarsi a considerare il rapporto con essi in modo più consapevole e più rispettoso delle loro peculiarità, senza limitarle o trasformarle in un’interpretazione eccessivamente antropocentrica.

Perché ‘se un leone potesse parlare’ forse direbbe: -Non sono il re della foresta, è che mi disegnano così!- O molto più semplicemente, come si afferma nel libro di Budiansky citando Wittgenstein ‘noi non riusciremmo a capirlo‘.

 

Pigrizia, un benessere di stagione.

Fa freddo, o almeno a giorni alterni.  Siamo ancora  nel mese di novembre ma i negozi sono già illuminati e decorati per l’avvicinarsi delle feste natalizie,  sia mai che qualcuno si distragga convincendosi che la vigilia è già arrivata e cadendo nel panico al pensiero di non aver ancora comprato un briciolo di regalo si precipiti ad acquistare di tutto senza chiedersi nemmeno perché. Sono le settimane in cui in tv i telegiornali e l’informazione online che ormai ci raggiunge inesorabile pure sullo smartphone, iniziano a lanciare proclami minacciosi spargendo l’immancabile terrorismo meteorologico. Ogni giorno si annuncia l’imminente arrivo di indefinite catastrofi climatiche o l’affacciarsi all’orizzonte di nuove ere glaciali per farci stare quotidianamente tutti in allerta. Siamo quasi a dicembre, fa freddo, piove, tira vento, nevica, e quindi? Che altro dovrebbe fare il clima in questo periodo dell’anno? Però dopo averci terrorizzato con l’avvicinarsi di incontrollabili calamità e gelide sciagure, con tanto rigore e premura ci rassicurano elargendo preziosissimi consigli su come difendersi dal freddo: in sintesi bisogna coprirsi e non uscire nelle ore più fredde con le infradito. Come abbia fatto l’umanità e non estinguersi prima dell’invenzione delle breaking news è davvero un enigma.

Questi sono i giorni che dovrebbero precedere la frenesia consumistica delle festività di fine dicembre, però adesso si sono inventati il Black Friday di cui tutti parlano ma di cui nessuno conosceva l’esistenza fino all’anno scorso e ora sembra essere un appuntamento indimenticabile più della data del versamento dello stipendio per chi ha la fortuna di averne una, e quindi ormai da una settimana siamo già in piena campagna degli acquisti. Insomma non c’è mai un attimo di tregua, tutto corre rapido, c’è sempre qualcosa da dover fare, da seguire, qualcosa di cui ricordarsi, un impegno da aggiungere. Eppure quante volte al suono della sveglia al mattino vorremmo chiudere gli occhi e fermare il tempo per dormire altri cinque minuti, che saranno altri cinque minuti? Ma non si può, nemmeno per quelli!

Il tempo sa essere spietato e non è possibile arrestarlo, però se riuscissimo almeno a rallentarlo ogni tanto dentro di noi potremmo magari rimpossessarcene e sentirci meglio. Si scende dal treno alla prossima fermata per bere un caffè senza interessarsi a chi arriverà prima di noi, si chiude la porta di casa, di una stanza, di un luogo immaginario nella nostra mente e ci si rintana in uno spazio solo nostro. Non è uno spreco di tempo ma al contrario un riappropriarsi del proprio tempo, un pezzettino quando si può, conservando con cura una manciata di minuti da mettere in tasca, segnando tra gli appuntamenti dell’agenda la parola pausa da tutto il resto, dallo stress del dover fare. Essere eccessivamente statici può essere un limite e non per niente la pigrizia viene sempre inserita nella lista dei difetti nell’indole di una persona, però se la poltronaggine che sentiamo svegliarsi in noi non è una forma di patologia cronica da cui dover guarire prendersene un pizzico ogni tanto come una leggera influenza stagionale che ci costringe a fermarci quando la società odierna ci impone invece di essere sempre in movimento, potrebbe risultare più che benefico quanto necessario.

Potremmo stare anche solo seduti senza fare assolutamente nulla se non osservare qualcosa a cui probabilmente non facciamo nemmeno più caso, come le bizzarre forme che assumono certi stormi di uccelli nel cielo, i colori di un frammento di arcobaleno sulle pozzanghere d’acqua o le venature cangianti delle foglie autunnali sulle strade. E se qualcuno dovesse chiederci cosa ci fosse di tanto urgente da farci addirittura spegnere il cellulare e sparire per mezz’ora, potremmo semplicemente rispondere che avevamo un importante obbligo con un amico che conosciamo da una vita ma con cui non trovavamo più un attimo per fermarci a parlare, e scoprendo qualche minuto che vi aveva lasciato in tasca non potevate che raccoglierlo.

Guida all’ascolto. Alla ricerca di una musica perduta.

Da sempre il mondo si divide in due categorie: i logorroici e coloro che annuiscono. Se i primi di sicuro hanno qualche difficoltà all’ascolto, i secondi potrebbero non esserne comunque capaci (in fondo si può assentire senza sentire un accidenti di ciò che accade attorno alle nostre orecchie). Tutti apparentemente siamo in grado di sentire, ma siamo certi di “saper ascoltare”?

La musica è la forma d’arte ideale per mettere alla prova il nostro udito. Oggi abbiamo i mezzi per portarla sempre con noi anche se forse non le prestiamo la dovuta attenzione. Basta un piccolissimo iPod o una leggerissima chiavetta usb e la teniamo come compagna di viaggio, ma è facile incontrarla ovunque ci spostiamo. Se entriamo in un negozio ci massacrano i timpani con pezzi rumorosi e assordanti come fossimo in discoteca, non ho ancora capito se è un tentativo di stordimento in modo tale da farti acquistare le prime cose che ti capitano prima di imbucare di corsa l’uscita oppure di sabotaggio per farti fuggire via senza comprare nulla. Nelle palestre stessa scelta del DJ-allenatore di turno, capisco che non si possa mettere Baglioni per farti dimenare all’impazzata nel tentativo di rassodare i muscoli però nemmeno ammazzarti con la Techno a tutto volume, si è troppo sobri in quelle situazioni per poterla reggere. Se prendiamo un ascensore è possibile che ci sia la musichetta a riempire gli imbarazzanti silenzi tra i presenti, e quando chiamiamo un qualsiasi numero di assistenza/prenotazione troviamo il motivetto di attesa che ripete costantemente lo stesso giro di note e c’è sempre tanto da aspettare (mi hanno reso insopportabile persino Imagine di John Lennon!). Insomma la musica la sentiamo in molte situazioni ma non sempre è quella più adatta a farsi ascoltare.

La televisione certamente non aiuta in questo, non offre più un’informazione musicale e ancor meno permette una formazione musicale. Negli ultimi anni sono del tutto spariti i programmi su di essa e su chi la crea (solo Rai 5 l’unica oasi di respiro qualcosa ancora propone), per essere sostituite con trasmissioni infarcite di sonorità varie nello schema da spettacolo-reality dei talent fotocopia che moltiplicano personaggi televisivi facilmente dimenticabili, o nei vari amarcord-revival per quelli che tentano di non essere dimenticati e che poi ci propinano tutti insieme appassionatamente a Sanremo. Questo tipo di televisione odierna non concede certo possibilità di esercizio all’ascolto, dato che esiste un altro aspetto da considerare in questa decadenza della presenza musicale e consiste nel taglio costante dei tempi cosa che comporta il metodico annullamento delle colonne sonore.

Ormai è lontana l’epoca in cui il pubblico poteva assistere ai titoli di coda di un film trasmesso in tv, per lo meno sulla Rai. Oggi è diventata un’utopia anche solo pensarlo. Sembra che non si debba perdere tempo a leggere chi ha fatto parte della realizzazione di una pellicola cinematografica o di un telefilm, e non sia mai che se ne sprechi per sentirne la componente musicale. Eppure è sempre esistita una qualificata produzione di brani musicali televisivi che ha coinvolto in molte occasioni anche autori affermati. Un tempo nemmeno molto lontano godevano della giusta considerazione e del dovuto spazio, ormai è difficile quasi trovarne traccia. La cornice sonora di una sigla di coda che dovrebbe indicare la fine dell’episodio di una serie, svanisce nell’intento di confondere lo spettatore e indirizzarlo a non cambiare canale. Si tronca tutto anche bruscamente pur di non fargli afferrare il telecomando. Mi è capitato di seguire una puntata di una serial, nello specifico i nuovi episodi di X-Files (inutili aggiungerei, il tempo passato non ritorna), e rendermi conto solo dopo qualche minuto che era finita e stavo guardando un’altra cosa! Capisco che a molti potrò sembrare giustamente troppo tarda io, però si deve tenere  conto anche che nelle avventure aliene di Mulder e Scully i finali possano essere pure poco chiari e dunque se magari ci fosse uno straccio di sigla televisiva tra ciò che termina e ciò che inizia sarebbe una visione meno nevrotica. Anche perché queste composizioni musicali hanno una loro dignità, un loro senso, anche una loro validità e qualità artistica. Se penso al passato anche non troppo lontano l’attenzione e lo spazio che si riservavano a esse erano invece alquanto diversi, diventavano facilmente popolari, caratteristiche e si depositavano nella memoria collettiva. Me ne vengono in mente numerose tra sceneggiati, serie di telefilm e di vecchi cartoni animati (prima dell’ingombrante monopolio commerciale ‘d’aveniano’ si intende). Almeno fino a una decina di anni fa la musica in tv non veniva così ignorata come mi sembra accada oggi.

Per questo alla fine non resta che tuffarsi nell’immenso tubo della rete, magari avvalendosi di un’utile guida all’ascolto per scoprire nuove sonorità o ritrovare quelle perdute.

Ricordare-Rimettere nel cuore

Ricordare è un termine che ha letteralmente il cuore dentro. Dal latino “recordari” (“re-cordis”), rimettere nel cuore.

Il ricordo lo depositiamo nella mente come un fascicolo in uno schedario ma in qualche modo è il cuore, nel senso del nostro lato emotivo, che può spingerci a rintracciarlo e a farlo riaffiorare. Il rapporto che si può avere con esso può essere ambivalente o conflittuale, ricerca di conforto oppure desiderio di oblio. Diventa dunque quasi inevitabile chiedersi quanta esattezza e veridicità vi sia dentro un nostro ricordo e se sia sempre un bene rammentare il nostro passato.

Comuni interrogativi che troviamo come intreccio portante nella trama di due suggestivi e recenti film, incentrati appunto sul rapporto dell’essere umano con la propria memoria. Il primo è Rememory di Mark Palansky un thriller psicologico nel quale il ricordo viene custodito da uno straordinario apparecchio capace di raccogliere i frammenti del nostro vissuto e di conservarli così come sono avvenuti, senza i filtri del tempo. L’altro è Marjorie prime di Michael Almereyda, un film drammatico che analizza il tema attraverso una chiave fantascientifica in quanto affida la possibilità di ricordare anch’esso a dei mezzi tecnologici, però sotto forma di ologrammi che impersonano figure familiari ai protagonisti. Il ricordo in questo caso è però osservato proprio nella sua mancanza di oggettività, considerato nella trasformazione temporale che soggettivamente ognuno ne realizza.  Chiarificatrici in questo senso le parole di Tess (Geena Davis) durante una conversazione con il marito (un intenso Tim Robbins): -La memoria non è come un pozzo da cui attingi, o un archivio. Quando ricordi qualcosa, ricordi il ricordo. Ricordi l’ultima volta che l’hai ricordato non l’origine. Quindi diventa sempre più confuso, come una fotocopia di una fotocopia. Non diventa mai più fresco e chiaro. Quindi anche un ricordo molto forte può essere inattendibile, perché è sempre nel processo di dissolversi-.

Il tema della memoria come bagaglio personale del proprio vissuto e dunque delle sofferenze che inevitabilmente vi si caricano insieme, era stato già proposto qualche anno fa anche in un altro celebre film che l’affrontava però in rapporto alla sola relazione sentimentale.  Il titolo italiano è Se mi lasci ti cancello, seppur nulla abbia a che vedere con una banale commedia romantica a cui voleva rimandare per racimolare qualche facile entrata commerciale. E qui ci sarebbe da aprire una parentesi gigantesca sulla necessità di denunciare almeno per oltraggio certi addetti alle traduzioni dei titoli che se li inventano di sana pianta, fuorviando completamente il senso e il genere dell’opera cinematografica che invece dovrebbero definire. Il titolo originale era invece Eternal Sunshine of the Spotless Mind e voleva addirittura essere una citazione poetica (del poeta inglese Alexander Pope).

Nell’ambito della produzione letteraria sono innumerevoli le possibilità di lettura che consente un tema come quello del ricordo, della rievocazione autobiografica. Storie di persone e del loro vissuto, di incontri, di momenti, di eventi, testi che possono regalare una visione multiforme proponendosi talvolta come racconti avventurosi, anche formativi oppure come fonte di testimonianza storica. Una fruizione ricca di sfaccettature dunque, così come è la vita. Per questo i libri nati dal racconto delle vite dei singoli, rappresentano un genere letterario importante e anche avvincente, componenti preziosi della memoria storica di un avvenimento, di un’epoca e quindi strumenti fondamentali per la conservazione di un patrimonio comune di conoscenze da tramandare.

Seguendo quest’ultima considerazione vorrei menzionare giusto due esempi letterari che offrono questa opportunità. Uno è Un anno sull’Altipiano Di Emilio Lussu fortemente voluto dal suo amico Gaetano Salvemini, che si presenta come evocazione autobiografica della difficile esperienza maturata come militare durante la Prima Guerra Mondiale e si impone come esemplare narrazione in quanto documenta la guerra vissuta dagli uomini prima che dai soldati, aspetto che rende questo testo purtroppo ancora e sempre attuale. L’altro è La mia infanzia di Maksim Gorkij, il ritratto culturale e sociale non solo di un epoca e di un paese, la Russia della fine dell’Ottocento, ma anche il racconto di un’esperienza umana. I ricordi dell’autore bambino la cui vita segnata dai lutti famigliari e dalla povertà spinge a crescere troppo in fretta. Storia di un’infanzia derubata come quella di tanti, in un passato che proprio per questo non smette di rinnovarsi.

Due opere in cui è semplice individuare un percorso evocativo non privo di tormenti interiori, perché indubbiamente a volte è doloroso ricordare ma senza il ricordo perderemmo la nostra identità faticosamente raggiunta.

P-arole O-rnate E S-uoni In A-rmonia

Sul comodino non dovrebbe mai mancare una raccolta di poesie, di qualsiasi autore, di qualsiasi tempo. Un manuale dello stato d’animo da consultare come fosse un dizionario e nel quale scoprire i significati del nostro sentire. Perché all’interno della cornice linguisticamente ornamentale di una struttura poetica, troviamo la sfera emotiva, il pensiero, e il vissuto di qualcuno e quindi talvolta anche il nostro. Una lettura che può allietare ma può anche essere fonte di saggezza, oppure offrire perfino una carezza consolatoria.

La poesia è manifestazione di pura creatività perché gioca con le parole come fossero i mattoncini colorati delle costruzioni dell’infanzia, esalta le potenzialità del linguaggio in tutte le sue tonalità e sfumature inventando innumerevoli possibilità espressive. Fa parte dalla nostra formazione scolastica sin dalla scuola materna, proprio perché ottimo esercizio linguistico e mnemonico per chi deve apprendere. È innegabile che essa ci accompagni per gran parte della nostra istruzione anche se a volte l’approccio è indolente e distaccato, come spesso accade con qualcosa che si percepisce come imposto. Tante volte probabilmente abbiamo dovuto leggere delle poesie per motivi di studio, dunque conoscerle, tradurle, analizzarle, però forse senza comprenderle fino in fondo, senza sentire una reale empatia o un’appartenenza e poi le abbiamo riposte in qualche angolo buio della memoria per lasciarle lì e magari dimenticarle per sempre. È così talvolta è capitato a me.

Un giorno come un altro però all’improvviso, una notizia inattesa, un evento personale, mi fanno riaffiorare nelle mente proprio una poesia, notissima, che da sempre avevo incontrato e tante volte avevo udito lasciandola ogni volta fuggire via senza mai fermarla, afferrarla, perché mai l’avevo sentito mia. È stato inevitabile provare l’esigenza di andare a cercarla e di rileggerla ancora…

(…) Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore. 

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,

come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?(…)

Una lettura impellente, scaturita dalla necessità  di mettere a fuoco con maggiore nitidezza la forma delle riflessioni che si sollevavano dentro e mettere in ordine i ricordi che mi si affollavano nella mente. Inaspettatamente mi sono ritrovata a condividere ogni frase, a sentire miei quei pensieri che le avevano create, quei tormenti e quelle domande che restavano sospese erano le mie. Rileggerla è stato un unguento benefico sulla ferita, un sollievo comprendere meglio quell’inquietudine seppur senza cura.

Con la cultura e l’arte non ci si riempie la pancia alcuni sostengono, ma anche l’anima ha bisogno di nutrimento.