Ma come hanno fatto generazioni di genitori a mandare i figli a scuola senza WhatsApp?

Chi ha figli conosce già questa piaga, chi non ne ha ma pensa di averli è bene che si informi per tempo e si prepari a questa nuova imprescindibile norma: non si possono mandare i figli a scuola, farli studiare e fare in modo che prendano un titolo senza avere WhatsApp e senza far parte del gruppo di classe! Oramai è una regola conclamata a cui è obbligatorio sottostare e nessuno potrà scamparla, è inutile illudersi. Presto anzi diventerà un obbligo burocratico, quando si presenteranno tutti i vari documenti per la domanda di iscrizione a un istituto scolastico, in contemporanea si dovrà presentare anche una domanda ufficiale di iscrizione al gruppo a esso associato. E sappiate che una volta entrati nel tunnel delle chat non ne uscirete mai più, la luce si vedrà probabilmente non prima dell’università. Quindi munitevi di infinita pazienza e createvi il vostro sistema di sopravvivenza per attraversare indenne (per quel che sarà possibile), questo difficile periodo della vita da genitore.

Prima di tutto un principio basilare di cui bisogna essere al corrente e a cui fare costantemente riferimento è: le persone non leggono. Quindi anche se voi credete che l’abbiano fatto perché le spunte sono diventate blu, sappiate che non è così. Ciò indica che lo hanno visualizzato sul display del loro smartphone, ma ricordatevi sempre che leggere e soprattutto comprendere ciò che si legge è qualcosa di ben diverso!

Un altro principio a esso strettamente correlato è: scrivere il meno possibile, perché più si scrive e meno si legge. Vale anche in questo caso il principio appena esposto sopra, perché se inviate più di un testo per chiarire meglio ciò che volevate esprimere sappiate che questo può generare solo più confusione in chi non è abituato a leggere e a comprendere contemporaneamente. E poi  c’è un altro aspetto da tenere presente, l’eccessiva quantità di messaggi impedisce la lettura. Perché se una persona a fine giornata controlla il proprio telefonino e se ne trova un centinaio in una chat e al primo colpo d’occhio per lo più di chiacchiere, la chiude senza considerarne nessuno perdendo così le comunicazioni davvero importanti. Eh già perché a questo dovrebbe servire il gruppo dei genitori su WhatsApp, alle comunicazioni importanti!! E qui ci si potrebbe fermare un attimo per farsi una bella risata. Perché non è mai così, dato che il 90% è  composto da: chiacchiere varie, continui inviti a feste private, foto delle feste private, utilizzo dello spazio come mercatino dell’usato per vendere qualcosa o per fare pubblicità alla propria attività, invio di bacetti e bacini, oh quanti bacini e cuoricini a go go. Si vogliono tutti un gran bene dentro alle chat!

Un ultimo principio base da non dimenticare è: non fatevi incastrare, non fatevi mai eleggere rappresentanti di classe! Perché vi inseriranno in automatico pure nel “gruppo dei rappresentanti di classe” e dovrete stare lì a comunicare quotidianamente via WhatsApp da una parte con le maestre che vi contatteranno per ogni puntina mancante e dall’altra con i vari gruppi che chiederanno infinite delucidazioni per ogni puntina mancante. Più che “rappresentanti dei genitori” diventerete i “segretari delle maestre” che vi delegheranno tutto il possibile e anche di più. Quindi il giorno della riunione prendetevi le ferie ma non per partecipare, ma perché voi e vostro figlio/a avrete un virus intestinale. Far saltare la scuola in questi frangenti diventa legittima difesa, perché altrimenti quando andrete a prenderlo non basterà mettersi un cappello e degli occhiali scuri sul naso, qualcuno tra maestre e altri genitori vi individuerà sicuramente e vi bloccheranno per non farvi raggiungere il cancello di uscita.

Per i fortunati che non conoscono questo incantato mondo virtuale, ma non troppo, delle chat scolastiche elencherò le possibili tipologie umane in cui potrete imbattervi e le possibili dinamiche in cui ci si potrà trovare invischiati. Tenendo sempre conto che l’universo WhatsApp è lo specchio della società odierna e della variegata e sgangherata umanità che vi abita, con tutti i suoi innumerevoli limiti.

Tipologie umane

La buongiornista: esordisce sempre con un “buongiorno mamme!” anche se nel gruppo ci sono dieci papà (si fa per dire dieci in realtà purtroppo sono la metà, perché si sa sono sempre le madri che si occupano della scuola dei figli. Pure di quella!).

La previdente: già il 15 settembre inizia a chiedere le date delle recite di Natale.

La dubbiosa: ogni minimo dubbio deve avere essere fugato. Piove a dirotto per tutto il week end ma vuole sapere se il lunedì si farà la gita al parco. Forse pensa possano essere istruttive la sabbie mobili.

La scrivente automatica: scrive immediatamente senza leggere per fare domande a raffica che hanno sempre già tutte le risposte tre messaggi sopra il suo.

La maestra social-Grande Sorella: fa largo uso dei social, tanto da avvalersi spesso di WhatsApp come fosse un mezzo di comunicazione ufficiale perché il cartaceo evidentemente è faticoso. Inoltre si tiene in contatto con alcuni “prediletti” e/o rappresentanti a cui spesso ricorre come contatti esterni per fare richieste di materiale vario da compare (perché c’è sempre qualcosa mancante da comprare!!!!). Quindi è bene sapere che non c’è ma c’è, in quanto viene informata di tutto ciò che si scrive dentro la chat dei genitori.

La supporter: se c’è qualche discussione non si pronuncia e non espone un suo pensiero, però interviene con le manine da applausi.

-L’informata: è quella che ha altri figli in classi più avanti. Sa sempre dove, come e quando.

 Principali eventi e dinamiche annesse

regali alle maestre – Premetto che io faccio parte di una generazione in cui i regali al corpo docente si facevano esclusivamente, e giustamente aggiungo, alla fine di un percorso formativo o quando qualcuno terminava quello lavorativo andando in pensione. Alle elementari lo facevano le quinte, per intenderci, e basta. Adesso c’è questa nuova norma comportamentale, non so bene da chi avviata, per cui si devono fare regali alle maestre a Natale, Pasqua, compleanno, ogni fine d’anno scolastico e chi più ne ha più ne metta. Ma perché? Da un punto di vista deontologico non dovrebbe essere considerato anche scorretto accettare regali? Eppure eccome se le maestre li accettano, anzi dato che l’abitudine ormai è ben consolidata c’è persino chi sceglie cosa ricevere! Insegnare ritengo sia uno tra i mestieri più importanti e complessi da portare avanti, perché bisogna senza dubbio esserci portati e riuscire a farlo con i pochi mezzi oggi a disposizione è ancora più complicato. In una difficile epoca come la nostra purtroppo lo stato sta progressivamente abbandonando la cura, l’attenzione e il sostentamento economico alla scuola pubblica, dimenticando l’enorme importanza della cultura e della formazione come pilastro irrinunciabile alla costruzione e al mantenimento di una buona e sana società civile. Premesso questo torno alla domanda, perché un genitore dovrebbe fare continuamente regali alle maestre o ai professori? Gli insegnanti devono eseguire con serietà e professionalità il loro lavoro perché stanno contribuendo a formare i futuri esseri umani che porteranno avanti la nostra società, incarico che hanno scelto di eseguire e per cui sono pagati, quindi non ci devono essere bonus o mezzucci infiocchettati per assicurarsi particolari favoritismi. Spendere soldi in questo modo lo trovo inconcepibile ancor di più nella condizione in cui si trovano le scuole oggi, senza manutenzione, senza materiali, con un numero sempre più ridotto di personale che ne garantisca la fondamentale qualità dalla didattica alla pulizia. Mancanze alle quali devono costantemente sopperire i genitori, elargendo una quantità assidua di denaro dall’inizio di ogni anno fino alla fine e rendendosi disponibili nelle varie riparazioni, tinteggiature, acquisto di materiali e dei pagamenti postali che riguardano una classe. Eppure nonostante tutto questo, c’è sempre chi a un certo punto dell’anno scolastico ne uscirà fuori con questa frase: <<Ma il regalo alle maestre?>>. Comunque voi dopo qualche esperienza in queste dinamiche potrete sempre rispondere: << No grazie, sto cercando di smettere>>.

Le feste di compleanno – Qui se potessi inserirei una musica inquietante da sottofondo, tipo quella dei Goblin di Profondo rosso. Perché solo le parole insieme, “festa di compleanno”, terrorizzano più dell’arrivo del colpo d’ascia di qualche pazzo serial killer. Per ogni genitore sono un incubo, anche se si fingono immancabilmente entusiasti. Prima c’è il momento della richiesta dell’adesione, poi c’è il momento in cui vengono elargiti in classe gli inviti e tuo figlio/a ormai lo sa e non puoi più nasconderglielo e defilarti come avevi pensato, quindi successivo giro di adesione. Poi c’è la raccolta soldi del regalo che se sei fortunato segue sempre uno stesso e minimo budget deciso a bambino, ma può capitare che ci sia qualcuno che addirittura ritenga che non sono tutti uguali e che si debba alzare la quota di partecipazione in base al tipo di festa proposto. Per un compagnetto di scuola che ti invita a un party in piscina con i fuochi d’artificio fuori città,  non vorrai spendere gli stessi miseri 5 euro che hai messo per gli altri pezzenti che hanno festeggiato al parco giochi vicino a scuola? Ci mancherebbe! Comunque sia purtroppo si è diffusa l’insana consuetudine di invitare l’intera classe del proprio figlio, non solo qualche amichetto più stretto magari a casa a mangiare una fetta di torta e a giocare un po’ come si faceva prima, troppo ordinario evidentemente. Oggi si devono fare i super mega party dai 0 anni in su e invitare 200 persone come manco alle nozze reali. I luoghi dunque sono sempre molto ampi e con mille attività, che sia in qualche sala di ristorante con animatore compreso o nei vari parchi giochi diffusosi a macchia d’olio nelle città. Quando partecipi a mala pena conosci i baby festeggiati figuriamoci gli adulti ad essi associati, hai difficoltà pure a riconoscerli e rischi persino di sbagliare festa e di andare a quella della sala accanto. Dopo dieci minuti tra urla e caos hai già il mal di testa, stai lì a controllare in piedi per due ore che tuo figlio/a non salti giù da qualche gonfiabile o faccia saltare qualcun altro e ti viene il mal di schiena. In preda alla disperazione, ti aggrappi alla speranza che sia arrivato finalmente il momento del taglio della torta gigante e si scartino i 400 regali che il festeggiato a mala pena guarda, per fuggire via. Magari dicendo con un sorriso: <<Grazie dell’invito a questa bellissima festa>>. Nel timore che si accorgano che avresti preferito cercare quadrifogli in Alaska piuttosto che stare lì. Sperando poi di averlo detto ai genitori organizzatori e non a qualcuno che passava di lì per caso. Ma tanto pure loro, probabilmente, si saranno detti guardandosi: <<Ma chi era?>>.

Le recite e/o spettacoli – Ad appena tre anni di età già dal primo anno della scuola dell’infanzia i bambini sono sottoposti a coreografie, canti e recite di vario genere nemmeno fossero a Broadway. Le maestre stanno lì stressantissime a far funzionare tutta la confezione per non deludere le aspettative e a stressare i piccoli allievi, per buona pace dei meno portati ai balletti che conosceranno già le prime critiche e frustrazioni inevitabilmente derivanti. I genitori muniti di ogni tipo di strumento per riprendere e fotografare cercano di catturare il momento per il futuro, senza alla fine guardarlo e goderselo nel presente. E sventurati coloro che finiscono dietro le innumerevoli schiere di alberi genealogici famigliari, perché a questi avvenimenti c’è chi si porta persino i cugini di secondo grado. A fine giornata costoro non sentono più le braccia, dopo averle tenute sollevate per un’ora nel tentativo di fare una ripresa decente sopra le teste dei troppi astanti. Sul gruppo di WhatsApp nei giorni precedenti è il delirio. Per intere giornate l’abbigliamento richiesto per lo spettacolo diventa l’unico oggetto di conversazione innescando una serie infinita di interventi, domande, raffronti, scambi di interi cataloghi di negozi, marche e prezzi. E ciò accade anche se si tratta di indossare una semplicissima maglia bianca.

Forme di resistenza

Ma dopo aver saputo tutto ciò, non bisogna scoraggiarsi. Ci sono sempre possibili sistemi di sopravvivenza per partecipare a questi gruppi in modo meno logorante, e per tutelare la propria salute mentale. Eccone alcuni esempi:

Presenza bianca.  Ci siete ma non scrivete mai sperando non vi notino e si dimentichino che siete il genitore di qualcuno. Nell’immagine del profilo consiglio di non mettere in nessun caso, mai neppure durante le vacanze, la foto di vostro figlio/a o di voi chiaramente visibili. Meglio un paesaggio, un tramonto, una vignetta, un sasso, qualsiasi cosa insomma che non sia personale. Così non vi individueranno e non potranno riconoscervi neppure all’uscita delle lezioni.

Aula di tribunale. Ogni volta che scrivete pensateci prima mille volte e pesate anche le virgole che inserite, ricordandovi che non avete il vostro legale lì a difendervi. Non usate mai le faccine/emoticon/emoji, o come si chiamano, perché se mal interpretate potrebbero innescare una bomba atomica e fare scoppiare una terza guerra mondiale in qualsiasi momento.

-Elettore da referendum. Manifestatevi esclusivamente quando viene richiesta un’imprescindibile adesione a qualcosa che riguardi esclusivamente la scuola e la didattica. Mai per motivi privati tipo le feste, altrimenti verrete interpellati sempre pure su quelli. Intervenite limitandovi a un “Sì” oppure a un “No”. Ricordatevi però che annullare la scheda non sarà possibile, nemmeno con un emoticon per i motivi sopra indicati.

In conclusione di questo mio piccolo compendio semiserio, posso con certezza affermare che in queste nuove forme di “social scolastici” l’ultima cosa che si fa è socializzare. Dopo averne fatto parte infatti si diventa ne casi migliori semplicemente asociali, in quelli più seri ferventi misantropi. A voi la vostra preferenza.

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Non si giudica un libro dalla copertina, oppure sì?

Non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina, però ammetto che a volte ho fatto un certo tipo di acquisto anche perché colpita dall’immagine sotto il titolo o dalla grafica esterna.

Qualche tempo fa questa mia disposizione mentale, non so bene come definirla, mi ha fatto desistere dalla lettura di un libro proprio per l’esatto contrario. Si trattava di La festa di Margaret Kennedy, in una vecchia edizione Mondadori del 1958. Casualmente mi era capitato tra le mani, ed io più volte e più volte lo avevo accantonato perché non ne apprezzavo la raffigurazione a fronte. Il disegno di copertina non mi piaceva, mi pareva esagerata l’espressione di giubilo sul volto di quella giovane che suonava la fisarmonica e soprattutto non ne comprendevo il nesso con la vicenda che si raccontava, e di cui avevo letto un accenno nella parte dedicata alla descrizione dell’opera. Cercando in rete l’edizione originale del 1950 ho subito notato che era più adatta da un punto di vista figurativo di quella creata nella versione italiana, perché il luogo, che raccoglieva la vicenda raccontata e che lì appariva, mi sembrava un elemento fondamentale su cui focalizzare l’attenzione anche visiva di quel romanzo più che soffermarsi solo sul titolo “la festa”.

La struttura narrativa infatti è strettamente legata al luogo, un albergo per le vacanze posizionato a ridosso di una montagna, ed è da lì che prende l’avvio tutto il racconto dei vari personaggi. La narrazione è infatti di tipo corale, l’affresco di un’umanità nella sua variegata tipologia e colta nelle più disparate fragilità, bassezze e bellezze abilmente descritte dall’autrice, che si ritrova a condividere lo stesso destino segnato da un evento particolare e improvviso. Un racconto avvincente e con un finale meno prevedibile di quanto si possa immaginare, che mi ha portato senza peso a raggiungere la trecentosettantaquattresima pagina e a concluderne la lettura scoprendo in tal modo a cosa facesse riferimento la raffigurazione di copertina, a quale “festa” rimandasse anche il titolo, ma ho continuato a trovarla comunque semplicemente sbagliata. Le nuove edizione dei libri, ho pensato, possono essere utili a correggere qualche eventuale errore di valutazione anche da un punto di vista figurativo, e offrendo una nuova vita a un’opera possono avere una cura diversa anche alla confezione esterna, essere più attente a rispettarne l’essenza nel definire la copertina. Così almeno può esserlo in alcuni casi.

Io sono dell’idea che esternamente il libro debba comunque provare a rappresentarne l’anima interna, l’immagine debba essere accattivante ma soprattutto necessariamente descrittiva su ciò che si narra tra le pagine. Un po’ come la locandina per un film al cinema. Concentrare in pochi tratti ciò che è veramente protagonista nella storia che si narra. Perché se è fuorviante, può allontanare o avvicinare più facilmente il lettore sbagliato e comunque più facilmente deluderne inevitabilmente le aspettative.

Per fare due passi in una via piena libri, dove è possibile scoprire o ritrovare tante storie e libri del passato, si può fare un salto su CVL – Il Mercatino del Libro Usato. Sulla mia bancarella virtuale questo libro di Margaret Kennedy non lo troverete in vendita, però altri volumi potrebbero attirare la vostra attenzione e chissà magari proprio per la copertina.  https://www.comprovendolibri.it/?uid=Entula

Un tuffo dove l’acqua era più blu

Non so a voi ma ogni volta che io vedo un’immagine di questa intramontabile serie tv, a me viene un sussulto. Sarà il riemergere della spensieratezza di un’età ormai passata, saranno i disegni così ben delineati e i colori brillanti che ammaliano lo sguardo, sarà il ricordo di quel grido pieno di enfasi della voce di Romano MalaspinaActarus quando si apprestava a scivolare nella testa del gigante robot per prendere il comando di Goldrake, ma vedere quella figura mi smuove sempre qualcosa dentro.

La stagione dei bagni è ufficialmente e concretamente finita (nell’arco di 24 ore siamo passati dalla notte di  San Lorenzo direttamente a quella di San Silvestro!), e il tuffo del titolo vuole infatti riferirsi solo a quello nel mare dei ricordi che in molti riemergerà attraverso questa popolarissima serie nipponica arrivata in Italia nella primavera del 1978. Un nuotare in mezzo a quei pomeriggi senza tempo alla ricerca del gioco perenne, all’età del facile entusiasmo e della capacità sconfinata di sorprendersi e sognare, all’età dei pensieri leggeri e della fanciullezza quando appunto come scriveva Giacomo Leopardi era così facile trovare “tutto nel nulla”, e non “il nulla nel tutto” dell’età adulta.

Ricordando questa serie non vorrei cadere in frasi trite del tipo: “non ci sono più i cartoni animati di una volta”, però l’alta qualità artistica di quelle produzioni è innegabile. Certo all’epoca quelle serie erano tutte un po’ tragiche e da un punto di vista narrativo le vicende erano sempre molto drammatiche, ma probabilmente perché nate in un’epoca post-bellica. La maggior parte dei protagonisti infatti non aveva famiglia e la morte era un tema ricorrente, sia che ci fossero gli alieni da combattere come nel caso delle serie dei robot di Go Nagai come Atlas Ufo Robot, sia che i personaggi fossero insetti orfani come L’Ape Magà (nella versione italiana curiosamente divenuta femmina forse per fare un po’ di concorrenza all’Ape Maya), e se per caso i genitori li avevano avuti allora erano direttamente loro a crepare come Lady Oscar. Però seppur la drammaticità fosse una componente fondante quelle storie, erano racconti meno superficiali, più profondi perché attenti a mostrare anche i tormenti umani e le loro difficoltà. C’era la ricerca di una certa empatia e di un maggiore coinvolgimento emotivo con lo spettatore, con l’intento di emozionare e non di essere semplicemente un oggetto di svago. Non so ma se penso agli eroi dei cartoni animati del passato, non riesco a metterli proprio sullo stesso piano dei PJ-Masks!

Non parliamo poi del fatto che anni fa la tv creava un maggiore spazio per i bambini, e non un maggiore spazio di utilizzo dei bambini come con i programmi canterini di oggi dove scimmiottando gli adulti si trasmette come “alto” obiettivo quello della visibilità e del diventare famosi. C’era un tempo in cui esistevano programmi pensati per loro e orari per loro. Alle 20.00 su Italia Uno prima si aspettavano I Puffi, adesso ci sono quelli di CSI alle prese con l’ennesimo serial killer che fa a fette qualcuno. A questo punto era meglio il ninja Sazuke che in ogni episodio affettava qualcuno e in volo per giunta! Inevitabilmente i tempi sono cambiati, la tv e la sua fruizione anche. Si racconta altro e con altre frequenze, forse anche  per questo l’immagine di quelle serie di animazione che venivano dal lontano Giappone e dalla maestria dei suoi autori, appaiono per molti oggi illuminati di un’aurea ancora più incantevole sia da un punto di vista visivo che narrativo.

Nel 2018 Goldrake ha raggiunto i 40 anni di celebrità nel nostro paese, eppure la bellezza delle tinte sgargianti e dei suoi tratti, le sue battaglie contro il male, restano inossidabili e non sembrano patire il trascorrere del tempo. In Italia è stata una produzione che ha lasciato un segno per molte generazioni forse perché era il primo cartone sui robot a essere trasmesso in Italia, ma anche perché coloro che lo guardavano all’epoca con gli occhi di bambino lo ritrovano oggi come il custode di quelle sensazioni e di quei sogni di un’infanzia che fu.

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Okuribito – Departures

 “Colui che accompagna alla partenza” questo è il significato della parola giapponese “okuribito”, che ritroviamo come titolo originale nel film  di Yojiro Takita vincitore nel 2009 dell’Oscar come miglior film straniero e che nella versione occidentale è diventato Departures. Basato sull’autobiografia di Aoki Shinmon CoffinmanThe Journal of a Buddhist Mortician, il film narra le vicende di Daigo Kobayashi un violoncellista che perduto improvvisamente il lavoro in un’orchestra di una grande città, torna per necessità al paese natio e si ritrova quasi per caso a intraprendere un impiego alquanto singolare. Un mestiere che si presenta come antico ma mai passato, sempre respinto e disdegnato dalla collettività impreparata ad accettare l’ineluttabilità della vita, eppure richiesto proprio da quella comunità inevitabilmente bisognosa dei sui servigi: il tanatoesteta.

Incarico impegnativo quello del tanatoestesta che si differenzia dal semplice addetto alle onoranze funebri non solo per il fatto che racchiude in sé una certa sacralità e tradizione, ma anche per le sue particolari abilità tecniche e per quella affascinante componente artistica che caratterizza il suo operato. La sua mansione riguarda la vestizione e la preparazione estetica del defunto, ma ciò che lo rende unico è proprio il fatto che tali procedure vengano compiute con una metodica manualità, delicatezza e con una precisa ritualità, come con l’iniziare passando sulla pelle dell’ovatta inumidita nell’acqua per liberarla simbolicamente dalla fatiche della vita.

Nell’osservare la sua opera sembra quasi di assistere a un’armoniosa coreografia dove arte, vita e morte si uniscono nella solennità del suo essere appunto “colui che accompagna alla partenza”. Chi ha attraversato quei momenti in prima persona, chi si è fatto carico con dolore ma anche con devozione e amore di quel preciso compito, sa che c’è in quei gesti un qualcosa di sacro e di poetico capaci di sovrastare la materialità di quell’atto. Si rende l’aspetto della persona il più vicino possibile a ciò che è stata quando la vita e la vitalità riempivano le sue membra e ne illuminavano lo sguardo, perché la morte modifica qualcosa e allontana quel ricordo. Si vuole salutare il proprio caro in un momento in cui possa trasmettere serena bellezza, ascesi e allontani il dolore e le sofferenze terrene che hanno attraversato quel corpo riportandolo a come lo si conosceva in un tempo appena precedente. Un rito che probabilmente si perde dalla notte dei tempi, proprio perché rappresenta un efficace modo per noi esseri umani di lasciare andare chi amiamo, di riporre la sua fisicità nelle braccia dell’ignoto eterno avendo negli occhi una visione di pace e conforto.

Il merito più grande di questo film è il riuscire a trasmettere tutto questo, a raccontare i sentimenti, il dolore muto che non trova parole, i legami interrotti, i nodi mai sciolti, l’amore e il conflitto dei rapporti affettivi che emergono in tali circostanze, anche quelli che riguardano in prima persona il tormentato protagonista Daigo, ma anche la capacità di affrontare e accettare la separazione proprio attraverso il rito della vestizione e preparazione all’ultimo viaggio. Una storia densa e coinvolgente, che racconta con sensibilità e cura del dettaglio quanto possa essere importante nell’elaborazione del lutto il confronto con il corpo fisico di qualcuno che amiamo nel momento in cui la vita smette di abitarlo.

E’ un film ovviamente sulla morte ma anche soprattutto sulla vita, sulle difficoltà che ogni persona incontra nel proprio cammino, sulle fragilità umane e sulla capacità di superarle. Il fatto poi che si tratti di un’opera cinematografica giapponese è un valore aggiunto, perché questo cinema ha la capacità di celebrare la dimensione temporale in modo speciale, facendone riscoprire la grandiosità attraverso la sua lentezza, permettendo allo spettatore di riappropriarsi del tempo, di fermarsi a osservare i piccoli dettagli del mondo che lo circonda e dunque anche della vita che scorre accanto e dentro di esso. Aspetto che nel cinema occidentale si è quasi perduto, ormai caratterizzato invece da una certa frenesia visiva e dai ritmi sempre più incalzanti. Diversità che si percepisce anche da un punto di vista tematico nel modo di raccontare il mestiere del protagonista, e non solo per la mancanza di una storia e di una tradizione come quella nipponica su questa figura, ma proprio per un diverso sguardo sulle persone e sulle loro vicende.

Mai un film aveva prestato tale attenzione a “colui che accompagna alla partenza”, presentandolo e narrandolo con tale profondità, raffinatezza e poesia, aprendo a riflessioni e significati più ampi non solo sulla morte ma anche e soprattutto sulla vita.

La valigia di cartone

Avvistato in mezzo a un mare di altri testi come una piccola isola attorniata da onde di carta, dimenticato nel mucchio informe sotto uno degli innumerevoli Wilbur Smith o l’ennesimo libro di ricette e probabilmente oggetto di scarsa considerazione dai più che lo vedevano sbucare con la sua semplice copertina bianca, questo libro-inchiesta di Flavia Luginbühl del 1977 ha da subito invece rapito il mio sguardo destando la mia curiosità. Non appena le mie dita hanno cominciato a sfogliare quelle pagine che documentavano in modo rigoroso cento anni di immigrazione italiana, pur essendo un testo scolastico pensato per le generazioni di studenti nell’epoca della sua edizione, si è presentato come un resoconto storico e culturale prezioso e degno di interesse nel suo essere testimonianza scritta e visiva di una parte importante della storia e della cultura del nostro paese spesso trascurata.

Illustrato con molte immagini e fotografie in B/N, compresi estratti da articoli di giornali, propone anche una raccolta di brani musicali – Le canzoni dell’emigrane italiano all’estero – con cui il volume si conclude. Un testo che si avvale dunque di vari strumenti e fonti per raccontare quel pezzo d’Italia in cammino alla ricerca di altre opportunità, di nuove occasioni di vita, come inevitabilmente è insito nella natura umana dinanzi a un deserto senza speranze.

Il finale di un celebre romanzo di Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo, nelle ultime righe definiva “la speranza e l’attesa” come le due parole nelle quali racchiudere tutta la saggezza umana. Ma se la speranza è senz’altro la forza trascinante che caratterizza l’essere umano, l’attesa a volte va necessariamente tramutata in azione e quindi in movimento proprio per fare in modo che quella speranza possa essere ritrovata. Del resto siamo tutti in perenne viaggio in questa vita, ed essa stessa altro non è che un percorso ignoto che proseguiamo per sentieri dai confini indefiniti. Un  cammino verso un altrove fa parte della nostra natura e ne ha segnato da sempre il corso degli eventi come abitanti di questo pianeta.

Quegli italiani in viaggio dal sud verso il nord od oltre i confini della nostra penisola trattati da reietti, da indesiderati, etichettati come una categoria umana inferiore, parassita e molesta, rappresentano le radici del nostro passato, della nostra storia. Volti impressi nel bianco e nero di fotografie anonime che ci mostrano frammenti della vita di tante persone, ognuno con la propria storia, di dolori, progetti, sogni e speranze diversi e lontani, eppure così simili e vicini anche a ognuno di noi.

Un libro da leggere e conservare per non dimenticare chi siamo, chi eravamo o chi avremmo potuto essere. Forse in questo modo potrebbe essere più semplice comprendere meglio anche il presente di altra umanità ancor oggi inevitabilmente in moto perpetuo che si riversa sulle nostre terre spinta dagli stessi sentimenti, riconoscendo nell’altro noi stessi e ricordando quel tempo trascorso nemmeno troppo lontano.

Alfabeto Librario

Se penso all’estate la prima immagine che mi appare nella mente è quella dei pomeriggi afosi, delle strade semideserte attraversate soltanto dalla più luminosa luce del sole, tanto abbagliante da accecare lo sguardo.  Quel suono inconfondibile che segna ogni passo, il rumorio tremulo delle cicale nascoste tra i rami come unica compagnia, e la sensazione che l’orologio rallenti al punto da dimenticarsi di scorrere.

Stagione di vacanze, di pausa, durante la quale per un momento si può riscoprire il valore del tempo anche solo per non doverlo riempire.  Può capitare di trovarci tra le mani un libro da sfogliare sotto l’ombrellone davanti al mare, come magari mai in altro periodo dell’anno, o aver voglia di leggerezza ed evasione tanto da stare lì tra un cruciverba e l’altro a rispondere persino a qualche test di una rivista da spiaggia per scoprire finalmente chi siamo. Per fortuna che possono rivelarcelo loro!

Su questa esigenza di svago scrivo appunto questo post di inizio estate per stilare in forma ludica un elenco accostando una lettera, una parola, un libro.

Un “alfabeto librario” giocoso che possa offrire forse a qualcuno anche spunto per eventuali letture…

  • A come amore: Tutto sull’amore di Bell Hooks
  • B come baci:  Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma di Eva Cantarella
  • C come cinemaChi ha incastrato Roger Rabbit –romanzo dalla sceneggiatura- di Martin Noble
  • D come domaniQualcosa capiterà, vedrai di Christos Ikonomou
  • E come essere:   Incontro con Io di Eugenio Scalfari
  • F come fantasiaCosa c’è dietro le stelle di Jostein Gaarder
  • G come gioco: Giudizi universali, il libro delle sfide a eliminazione diretta di AA.VV.
  • H come Hitchcock: Hitchcock secondo Hitchcock di Sidney Gottlieb
  • I come inquietudineIl libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa
  • L come legame:   Legami di sangue di Dror Burstein
  • M come musica: Capire la musica di Gino Stefani
  • N come neve Quota 1222 di Anne Holt
  • O come occasioneCambia il tuo cervello, cambia la tua vita di Daniel G. Amen
  • P come pioggia:   La pioggia deve cadere di Michel Faber
  • Q come quadroMichelangelo, la volta della Cappella Sistina di Loren Partridge
  • R come rima Acqua e vino-Ommini e bestie-Libro muto di Trilussa
  • S come spazio:  Sette passi verso il sole di Fred e Geoffrey Hoyle
  • T come teatroBrecht e il Piccolo Teatro di Alberto Benedetto
  • U come universo:  Dove sono tutti quanti? Un viaggio tra stelle e pianeti alla ricerca della vita di Amedeo Balbi
  • V come verità E adesso chi lo dice a mamma? Di Flavio Mazzini
  • Z come zoologiaQuando gli elefanti piangono, la vita emotiva degli animali di Jeffrey Moussaieff Masson

Per approfondire ogni titolo o trovarne altri: https://www.comprovendolibri.it/?uid=Entula

 

 

Primo Maggio, Primo Articolo della Costituzione

Lavorare stanca titolava una nota raccolta di poesie di Cesare Pavese, ma non-lavorare stramazza.

Oggi è festa del lavoro e della sua assenza, dei lavoratori e degli invisibili.

Di chi ha un contratto ma senza diritti, di chi un contratto non ce l’ha e prende 5 euro all’ora senza diritti, degli stagisti non retribuiti a tempo indeterminato, di chi un lavoro lo ha perso, di chi resta fuori dal mercato, dei precari flessibili, dei disoccupati piegati al silenzio o al “le faremo sapere”, di chi una pensione non ce l’avrà mai e di chi in pensione non ci andrà mai.

Una giornata di celebrazione nella quale c’è tanto su cui riflettere e da considerare.

I lavoratori come farfalle è il titolo del libro di Giorgio Cremaschi edito da Jaca Book che appare qui come cornice visiva di questo breve post, i cui diritti raggiunti a fatica nel tempo sembrano oggi durare poco come appunto la vita delle farfalle.

La presentazione sulla quarta di copertina indica così lo scopo dell’autore: “individuare la via per la quale il lavoro, i cui diritti durano poco come la vita delle farfalle, possa risalire la china, assieme a un paese precipitato nella rassegnazione alla disuguaglianza e allo smantellamento della democrazia. Il testo non indica un programma ma insiste sulla indispensabile condizione affinché tale risalita si realizzi: la totale emancipazione dal pensiero e dai modelli sociali dominanti fin dagli anni ’80”.