In attesa del vento

Eccole qui, sono arrivate anche quest’anno puntuali e imperterrite… le torride giornate estive.

L’estate, la stagione della lentezza. Almeno a me così appare, perché tutto si percepisce con maggiore fatica oppresso dal calore del clima bollente. Persino i pensieri sembrano vagare senza una meta, forse alla ricerca di qualcosa che apra nuovi spazi più ariosi e li faccia respirare.

Stare davanti al computer nel tempo infuocato di luglio diventa sempre più arduo, forse pure il cervello marcia più a rilento come le ore sotto il sole rovente che sembrano scorrere più indolenti, e quando termina il giorno anche leggere diventa difficile se gli occhi preferiscono riempirsi le ciglia soltanto della fresca oscurità della notte.

Qualcuno distrae la mente davanti alla televisione, ma pure quella finestra sul mondo anche quando non emette orrore effonde comunque calore con quella sua luce attraente giusto per le falene.

Qualcun altro evade recandosi forse ogni sera in qualche locale affollato, ancora insofferente per le settimane obbligate in casa dei mesi passati, ma si tratta di chi solitario o asociale o eremita non è stato mai e per costui non c’è distanziamento sociale che tenga.

Chi invece è ancora alla ricerca del proprio ristoro altro non ha che attendere la voce del vento che fenda l’afa come una lama e porti con sé parole nuove da raccogliere, e magari si sostituisca pure a quella tediosa delle zanzare!

L’Ombra del Vento di Carlos Ruiz Zafón

Un pomeriggio di inizio estate di parecchi anni fa un po’ come questo in cui mi accingo a scrivere, almeno come clima, mi capitò per caso tra le mani questo libro il cui titolo attirò immediatamente la mia attenzione.

Il vento è un elemento con cui ho da sempre un legame particolare, per me è come la voce della terra affascinante e dal linguaggio enigmatico, e questo bastò a spingermi ad aprirlo e a posare lo sguardo curioso sulle prime righe. Da quel momento non me ne staccai per giorni e lo portai ovunque con me. Il susseguirsi serrato delle parole che vi erano trascritte al suo interno mi avevano stregato, mi ritrovai avvolta come dal turbinio della raffica del vento più potente, spinta lontano e sollevata altrove, dentro quelle pagine, dentro quel misterioso luogo dal nome incantevole: Il Cimitero dei Libri Dimenticati.

<<La tradizione vuole che chi viene qui per la prima volta deve scegliere un libro e adottarlo, impegnandosi a conservarlo per sempre, a mantenerlo vivo. È una promessa molto importante>>

Queste erano le parole che Daniel, il protagonista, ricordava gli avesse detto suo padre nel presentargli quello strano negozio di vecchi libri dove lo aveva condotto per celebrare il suo undicesimo compleanno. E che lo aveva portato a pensare:

<< Mi balenò in mente il pensiero che dietro ogni copertina si celasse un universo infinito da esplorare e che, fuori di lì, la gente sprecasse il tempo ascoltando partite di calcio e sceneggiati alla radio, paga della sua mediocrità>>.

Per chi trova ancora attraenti e indispensabili questi oggetti rettangolari di varie dimensioni pieni di scritte, di pensieri e di vita quali sono i libri, per chi talvolta si allieta con letture ricche di immaginazione e mistero troverà in questo romanzo una storia adatta a sé.  Oppure per chi volesse scoprire lo stile narrativo e l’inventiva letteraria del suo autore Carlos Ruiz Zafón, che in questa giornata di giugno si è congedato per sempre dai suoi lettori e dalla vita prematuramente interrotta da una malattia, avrà modo di farlo con l’opera che lo rese più celebre oltre i confini della Spagna.

L’artista passa, come è nella natura dell’essere umano, l’arte resta per sempre. Resta il talento letterario che ha avuto modo di esprimere nei suoi libri, la sua creatività resa eterna dalle parole che ha lasciato.

Le bretelle arancioni nei ponti di Madison County

Non so quanti le ricorderanno quelle bretelle arancioni nel noto film del 1995,  tratto dal romanzo omonimo I ponti di Madison County di Robert James Waller, che caratterizzano l’abbigliamento del fotografo giramondo Robert Kincaid.

Io non le ricordavo eppure leggendo il libro le bretelle le ho ritrovate spesso tra le righe, come uno dei principali elementi descrittivi dell’aspetto del protagonista. Mi sono resa conto che non sono per nulla un dettaglio irrilevante tanto che lo stesso Clint Eastwood, che nella versione cinematografica è anche il regista, le  ripropone visivamente indossandole seppur con una sfumatura più scura e meno sgargiante, nei panni dell’affascinante fotoreporter. Con le sue fattezze Kincaid sembra davvero uscire fuori dalle pagine scritte da Waller e manifestarsi fisicamente, anche se l’attore all’epoca in cui gira il film aveva davvero qualche anno di troppo per quel personaggio e per la sua partner Meryl Streep-Francesca, intensa e sempre credibile anche in questo ruolo.

Nella narrazione l’autore concede un notevole spazio a particolari accessori indossati dal suo protagonista maschile, come i sandali a cui Eastwood nel film dedica non a caso un primo piano, e la scelta di un colore come l’arancione o il color Kaki con cui descrive alcune sue camicie e pantaloni ha probabilmente lo scopo di delinearne al primo colpo d’occhio una certa originalità, di essere espressione di un estro artistico e piglio ribelle a certe convenzioni. Da quel colore e abbigliamento portati con leggerezza in quella realtà americana rurale, ruvida e chiusa degli anni Sessanta in cui si aggira per tutto il racconto, si può comprendere in effetti già qualcosa del suo modo di essere. Quel senso di creatività artistica che fa parte anche della sua professione, quella libertà irrinunciabile e imprescindibile del suo vivere e la sua capacità al tendervi con determinazione e naturalezza.

Perché Kincaid è un’anima errante senza recinti o pareti che ne limitino lo sguardo, il viaggio è il suo orizzonte quotidiano che lo spinge verso un cammino perenne alla scoperta del mondo attraverso le sue fedeli macchine fotografiche con cui ne immortala frammenti di bellezza. “Io sono l’autostrada e il pellegrino e tutte le vele che hanno mai solcato i mari”, dichiara parlando di sé stesso a Francesca, la donna che incontra in quel mondo semplice di allevatori e agricoltori dello Iowa dove lei si è adattata a vivere restandone comunque estranea e che lo conquisterà con la sua vivace personalità al punto da spingerlo a immaginare un futuro non più solitario.

Il romanzo di Waller non è infatti soltanto il racconto di una speciale intesa d’amore, ma è soprattutto una storia di libertà e di scelte. La libertà di essere prima di tutto se stessi e di vivere la vita secondo il proprio sentire, senza troppi condizionamenti esterni. Una riflessione sulla scelta che ogni individuo può esercitare nel protendere alla propria naturale predisposizione e nel perseguire i personali desideri, o nel dovervi talvolta rinunciare.

L’autore scrive utilizzando l’espediente narrativo della ricostruzione come se si trattasse di fatti e di persone realmente esistiti, in un volo incessante tra presente e passato nei repentini passaggi temporali dei ricordi portando il lettore in un racconto di cui già si conosce gran parte del finale ma che si rileva completamente, a differenza del film più esplicito sin dal principio, solo nelle ultime pagine. Ed è gradevole leggere i dialoghi dei due protagonisti nei quali si citano poeti e celebri frasi, dove la musica trova spazio tra le parole tanto da diventarne colonna sonora con Autumn Leaves, sulle note della quale in una sera d’estate i due danzano a passi lenti tra il lavello e il tavolo nella semioscurità della cucina.

Quando il mondo vi appare un po’ più arido del solito questa è una lettura in cui potersi rifugiare nonostante il senso di malinconia di cui sia intrisa, perché un libro può meritare di essere letto anche se segue direzioni meno facili da recepire emotivamente. Più che la meta conta il viaggio che si percorre, perché come afferma a un certo punto il protagonista: I vecchi sogni erano bei sogni; non si sono avverati, ma sono contento di averli coltivati.

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Dov’è Anna?

Il titolo è diretto, essenziale, ed è sufficiente a rivelare nelle sue tre semplici parole il nodo centrale della trama. Una scomparsa improvvisa e un’inevitabile ricerca della verità racchiusa in un punto di domanda.

Partendo dal quel quesito è dunque facile comprendere nell’immediato il genere a cui appartiene questo libro di narrativa, ovvero il filone del giallo italiano in questo caso ambientato nella Roma degli anni settanta e scritto dagli sceneggiatori Diana Crispo e Biagio Proietti coautori anche della serie tv che ne aveva preceduto la pubblicazione.

La storia di Anna e della sua sparizione nasce prima come produzione televisiva nel 1976 e diventa un testo edito solo successivamente, proprio in seguito al grande successo di pubblico riscontrato durante il suo passaggio televisivo. La prima puntata viene trasmessa sulla Rete1, l’antenata Raiuno, nel gennaio di quell’anno per 7 puntate e per molte sere davanti allo schermo raccoglie milioni di spettatori interessati a seguire la soluzione dell’intricata vicenda, acquistando quella grande popolarità tipica delle fiction italiane nell’epoca in cui la tv aveva pochi canali e offriva un minor numero di prodotti ma spesso di maggiore qualità e per questo rimasti nella memoria e nell’immaginario collettivo come l’indimenticato Segno del comando sul quale tempo fa avevo scritto .

La versione cartacea del giallo è andata alle stampe qualche mese dopo il passaggio in tv, nell’aprile dello stesso anno, e seppur presenti alcune differenze non solo nei ritmi ma anche prettamente narrative, ne conserva l’atmosfera di incertezza, di suspense e mistero. Il libro sin dalle prime righe catapulta il lettore nell’indagine su Anna Ortese, giovane donna dalla vita tranquilla e ordinaria che scorre tra il suo lavoro da impiegata e il matrimonio senza figli con Carlo brillante rappresentante di libri. Il lettore partecipa alla ricerca disperata che il marito si ritrova ad avviare da solo nel momento della rinuncia della polizia, per scoprire non solo dove possa essere finita ma anche per trovare la verità sul suo vero volto.

Il dipanarsi della vicenda sempre più intricata finisce per aggiungere anche una nuova domanda un “chi” oltre al “dove” del titolo, poiché la giovane protagonista assente e dai contorni incerti è descritta e raccontata da ogni personaggio in modo diverso, un’aria enigmatica finisce per avvolgere la sua personalità e la sua vita, la sua scomparsa improvvisa la rende irraggiungibile e indefinibile allo stesso tempo. La serie tv la rende visibile attraverso i continui flash-back con cui si rivela il passato e lo spettatore insieme ai protagonisti cerca di capirne i tormenti, di scorgerne tratti di verità, nel libro invece emerge in modo più preminente il suo essere presentata come un’ombra dai mille volti che emergono dai suoi contatti, un turbinio di persone che hanno gravitato in un certo periodo nella sua vita e che la ricerca frenetica di Carlo porta alla luce e che lo confondono sempre di più, spingendolo a mettere tutto in discussione, a dubitare di tutto. L’uomo non si sente più sicuro del suo matrimonio che credeva felice, ma anche della stessa donna che aveva al suo fianco e che era certo di conoscere.

Scritto in modo avvincente, il libro cattura sin dalle prime pagine l’attenzione del lettore e si legge con estrema facilità perché ha uno stile molto lineare senza troppe sovrastrutture o rimandi, e seppur sia ricco di personaggi e dei loro intrighi, il lettore non ne rimane mai confuso proprio per l’ordinata struttura con cui le vicende si intrecciano e si svelano rapidamente. Misteri, rivelazioni, colpi di scena continui segnano il ritmo del racconto. Ogni personaggio sembra avere qualcosa da nascondere e ognuno finisce per essere sospettato della scomparsa e forse morte di Anna dal commissario Bramante, coprotagonista nella storia e nell’indagine con il marito di lei, il quale votato alla ricerca di una verità alla quale non potrà più sottrarsi non solo per scoprire il destino di sua moglie ma anche per riuscire a riprendere in mano la sua vita da allora sospesa.

Per chi fosse interessato alla lettura del libro: https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=57522216&db=

Per chi fosse interessato alla visione completa della serie tv, è disponibile su Rai Play: https://www.raiplay.it/video/2016/10/Dove-Anna—S1E1-dd49773d-3e69-4c3a-823b-5c6cffa445ba.html

Il lavoro al tempo del Coronavirus

I virologi dichiarano di trovarsi al cospetto di un virus nuovo, del tutto ignoto da un punto di vista scientifico e per questo gli esperti ancora faticano a prevederne anche il comportamento. Non è dato sapere neppure se si attenuerà con l’avvento delle temperature calde dell’estate, come accade invece per la maggioranza dei virus influenzali.

Questo genera insicurezza e timore, un perpetuare dell’instabilità nella quale oramai navighiamo tutti da mesi. L’unico aspetto assodato di questo fenomeno pandemico che affiora come un’isola nel mare delle incertezze, è l’aver fatto emergere in modo sempre più dirompente e netto le crepe, le discrepanze, le ingiustizie sociali, i disservizi, tutte insieme e più potenti le mancanze del nostro paese. La situazione del lavoro già complessa e compromessa non ha potuto restarne immune, nemmeno lei.

Se si pensa al lavoro al tempo del Covid-19 il primo termine che salta alla mente è quello più sentito in queste settimane, lo “smart working”, di cui fino a poco tempo fa non se conosceva neppure l’esistenza. Chi lo pratica vive già una condizione di “privilegio” rispetto alla media, e semplicemente per il fatto che può continuare a ricevere uno stipendio pieno rispetto ai tanti che sono finiti in cassa integrazione, a quelli che non possono usufruire nemmeno di quella poiché hanno perso già il lavoro o di quelli che lo perderanno nelle settimane che verranno. Sono tante, sempre troppe, le persone tagliate fuori dai sensori della società e che non possono dunque beneficiare neppure dei diritti che spetterebbero loro per legge.  Coloro che restano ignoti al mondo del lavoro legale e di cui si perdono le tracce poiché sfruttati in quello sommerso, coloro che si ritrovano involontariamente disoccupati e dunque condannati a essere individui invisibili,  ma anche le numerose categorie di lavoratori non riconosciuti, lasciati in una sorta di limbo indefinito e dunque tagliate fuori dalle forme di sostentamento straordinario avviate dal governo in questo frangente di crisi sanitaria ed economica. Tutto ciò ha portato ad allargare e a scavare sempre più in profondità voragini di disparità sociale immense, anche nel mondo del lavoro.

Nonostante le norme del contenimento, nonostante il “lockdown” che vige nel nostro paese da settimane, nonostante il virus che serpeggia ancora nei nostri territori e ci rende prigionieri di paure e di ausili protettivi, oggi 1 maggio 2020 è comunque la Giornata Internazionale dei Lavoratori e di coloro che vorrebbero esserlo.

Il megafono per farsi sentire, anche con una mascherina davanti, deve restare sempre acceso e tonante. Perché il lavoro e le tutele dei lavoratori, salute compresa, non devono essere il privilegio di pochi o di tanti ma un diritto inderogabile di tutti, anche in tempi di crisi.

Per chi fosse interessato a qualche lettura lascio il titolo di un libro che ritengo possa essere d’aiuto, almeno da un punto di vista emotivo e psicologico:

Il lavoro che non c’è. Disoccupati, inoccupati, neet: come affrontare la perdita o la mancanza del posto di lavoro di Fausto RoggeroneCastelvecchi Editore 2014

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25 Aprile – Resistenza e Liberazione

È un grande giorno. È il grande giorno.

C’è tutta la città che corre che grida, che risorge.

Quarantotto ore prima eravamo pochi, ora siamo folla. Però, dietro di noi a sorreggerci, ad aiutarci, a nasconderci, a sfamarci, a informarci, c’è sempre stata questa massa di popolo che ora corre per le strade, si abbraccia e ci abbraccia e grida: “Viva i partigiani”

(Giovanni Pesce – Senza tregua. La guerra dei GAP)

La storia non si dimentica, la storia non si cancella, la storia si tramanda e talvolta come in questo caso la si celebra.

Buona Festa della Liberazione, sempre.

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I sei giorni del Condor

Non è un refuso, i giorni del Condor nelle pagine del best-seller di James Grady pubblicato nel 1974 negli Stati Uniti erano proprio sei. Nella più nota versione cinematografica che Syndey Pollack realizzò nel 1975, i giorni frenetici della sconvolgente avventura del protagonista si ridussero probabilmente per un adattamento più consono ai tempi di un film e il titolo divenne I tre giorni del Condor.

Alla sceneggiatura prese parte lo stesso Grady ma evidentemente con un approccio nuovo alla sua stessa opera, perché il risultato finale fu una rivisitazione del suo giallo. Le differenze narrative che si possono riscontrare nel passaggio dalla pagina scritta alla schermo sono notevoli, alcune riguardano semplici situazioni ma per altri aspetti è proprio il dipanarsi della vicenda nel suo insieme e pure nel suo epilogo a distanziarsi, e per certi versi a potenziarsi. Gli stessi personaggi presentano delle diversità e non solo per i nomi che cambiano, nel film Ronald Malcom diventerà Joseph Turner per esempio, ma anche per il loro modo di agire e di essere. Il protagonista nella pellicola di Pollack risulta essere molto più definito e di maggiore spessore rispetto al romanzo, anche ma non solo per la magistrale interpretazione di Robert Redford nel periodo più rigoglioso della sua carriera di attore.

La disavventura di Condor creata dalla fantasia di James Grady racconta di Ronald Malcom, che seppur lavori nella sezione 9 dipartimento 17 della CIA riveste un ruolo di semplice impiegato d’ufficio. Il suo compito consiste nella lettura di opere letterarie dalle quali rilevare casi di spionaggio che possano ispirare o trovare vicinanza, con i metodi dell’agenzia governativa di cui è un dipendente. Questo è ciò che fa Malcom per lavoro, leggere e stilare rapporti. Almeno fino a quando un giorno di primavera la sua ordinaria quotidianità verrà completamente stravolta e potrà chiamarsi solo con il suo nome in codice, Condor. Da quel momento si troverà costretto a fuggire senza sosta da ignoti persecutori, e travolto da eventi che inizialmente fatica anche a comprendere dovrà lanciarsi nella disperata ricerca di una verità sempre più nascosta e farraginosa.

Dotato di una mente brillante sarà questa a indirizzarlo verso la miglior mossa da compiere contro i suoi avversari, quasi come un abile giocatore di scacchi impegnato a vincere la sua partita. I sei giorni fuori dall’ordinario vissuti da Condor vengono raccontati dall’autore secondo una struttura ben definita, ogni giorno è racchiuso in un capitolo e per l’apertura di ciascuno una citazione ha la funzione di presentare oltre il titolo quel che capiterà dentro di esso. Non a caso le frasi citate che più spesso compaiono al di sopra del titolo del capitolo sono brani estrapolati proprio da un manuale sul gioco degli scacchi, Corso completo di scacchi di Fred Reinfeld.

Nel suo essere stata oggetto di ispirazione per una versione anche cinematografica oltre che letteraria, questa storia ha la particolarità di offrire dunque una duplice fruizione di se stessa, in modo doppiamente godibile per la qualità di entrambe le versioni. Il libro di Grady è uno di quei libri senza tempo che possono essere letti anche a distanza di anni e ancora funzionano nei suoi meccanismi di tensione narrativa, di intrecci di personaggi e situazioni, di identità vere e presunte proprio perché la lettura che offre è molto avvincente, piena di azione, interrogativi e colpi di scena, capace di catturare l’attenzione del lettore e condurlo insieme al protagonista con il fiato sospeso fino all’ultima riga dell’ultima pagina. Allo stesso tempo il film di Pollack oltre a essere un illustre esemplare della cinematografia statunitense del thriller anni Settanta, è riuscito a ricreare visivamente quella frenesia narrativa del romanzo conquistando lo sguardo dello spettatore con le sue ambientazioni sceniche, con la sua fotografia dai colori autunnali, con l’eccellente interpretazione degli attori principali, e a inghiottirlo nell’intrigante turbinio visivo dei sui ritmi serrati e pieni di tensione.

A seconda dei gusti e della disposizione d’animo del momento con I sei giorni del Condor, o i tre, ci si può calare tra le pagine suggestive del romanzo ma anche trascorre un paio d’ore di evasione davanti a uno schermo, oppure concedersi entrambe le possibilità senza restarne delusi.

Per gli interessati al libro: https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=72959749&db=