L’Orca Assassina

Il titolo originale presentava una sola parola Orca ma forse gli editori italiani temevano non avrebbe suscitato abbastanza interesse e dunque le hanno accostato un aggettivo di immediato impatto, un po’ cruento, che potesse suggerire azione e terrore allo stesso tempo.

Per natura infatti l’orca è un animale per nulla docile anche se nel nostro immaginario davanti a questo termine si palesa subito una visione allegra, come quei balzi spettacolari di alcuni esemplari che appaiono mansueti nelle piscine dei parchi acquatici dove crescono ammaestrati in cattività.

Il libro di Arthur Herzog ci riporta invece alla natura libera e più selvatica di queste pericolose ma affascinanti creature, raccontando una storia in cui questo maestoso mammifero marino diventa protagonista-antagonista nello scontro con un altro predatore della terra: l’essere umano.

Tra le pagine di questo libro ritroviamo infatti la lotta ancestrale tra uomo e natura di ‘melvilliana’ memoria, raccontata soprattutto come conflitto di istinti e intelletti quasi tra simili. L’autore descrive i personaggi e il loro agire attraverso uno sguardo attento e indagatore nei confronti del mondo animale, tanto che il lettore segue facilmente una via che lo conduce a empatizzare in certi momenti anche con questo enigmatico cetaceo, arrivando a comprenderne nel profondo le ragioni della furia vendicatrice.

Le emozioni e gli stati d’animo dell’animale sono tracciate da Herzog nelle pagine del suo romanzo come fossero quasi quelle di un qualsiasi essere umano, nei suoi legami affettivi con i propri simili, con la propria prole e nella sua sete di giustizia come unico scopo di ogni feroce azione.

La battaglia tra i due avversari il capitano Jack Campbell e Pinnarotta, così chiamata per una sua vistosa cicatrice dovuta a una ferita infertagli in passato da un altro aggressore umano, diventa uno scontro tra due esistenze che seppure nelle loro indiscutibili differenze si pongono sullo stesso piano mantenendo una posizione ferma che le rende degne della stessa rispettabilità.

Questa scelta narrativa è molto avvincente e offre degli spunti interessanti non solo riguardo il rapporto tra uomo e gli altri esseri viventi che condividono la permanenza sul pianeta terra, ma anche sulle relazioni e interazioni conseguenti tra gli stessi esseri umani. La comunità che spinge anche in modo violento Jack e il suo equipaggio a lasciare la propria cittadina per liberarsi degli attacchi dell’orca, su cui si sofferma a lungo l’autore, racconta molto anche di quella aggressività umana capace di scatenarsi contro la sua stessa specie in nome del controllo di ciò che considera il proprio territorio e la gestione di un certo potere. 

Non stupisce dunque che questo romanzo sia stato scelto per diventare anche un film dal titolo omonimo girato da Michael Anderson nel 1977, che però pur essendo un’opera di evidente qualità non ha goduto subito dell’attenzione e dell’apprezzamento che meritava, poiché offuscato dall’eco dell’enorme successo del cult di Steven Spielberg Lo squalo uscito nelle sale due anni prima.

Le immagini dei paesaggi marini subacquei che ci offre infatti si avvalgono addirittura della collaborazione di un noto esperto come Folco Quilici, e regalano uno spettacolo naturale particolarmente suggestivo e pieno di fascino. La narrazione cinematografica ha saputo potenziare le parole del romanzo attraverso un rappresentazione del legame uomo e natura visivamente ammaliante, realistica nella sua dirompente violenza ma a tratti comunque poetica.  Anche alla componente sonora viene assegnato un ruolo fondamentale ai fini del racconto, non solo per la celebre soundtrack creata da Ennio Morricone, ma anche perché ha voluto dare una voce a queste creature marine. Risultano particolarmente efficaci ai fini del coinvolgimento emotivo dello spettatore i suoni strazianti emessi da un’orca morente, quasi come fossero grida di dolore, davanti agli occhi sconvolti di Campbell, che nel film diventa Nolan e viene incarnato da un intenso Richard Harris, ormai consapevole del fatale errore appena commesso. Emozionante la scena seguente in cui un gruppo di orche sullo sfondo di un cielo violaceo al tramonto che si perde sulla superficie dell’acqua, lentamente si muove in silenzioso ossequio per scortare il corpo senza vita del loro simile.

Lo scontro finale tra i ghiacciai e il muso di Pinnarotta che si specchia nell’occhio cristallino di Nolan-Harris in un fotogramma in primissimo piano che resta un memorabile effetto cinematografico per lo sguardo dello spettatore, sembra seguire il più classico dei modelli nell’incrocio di sguardi tra duellanti tipico anche di molti film western. Con lo scopo di sottolineare dunque la assoluta parità delle due esistenze, quella umana e quella animale in perenne lotta fra loro.

Il racconto filmico che per tutta la sua durata resta piuttosto fedele al libro da cui è tratto, sceglie però un epilogo diverso rispetto a quello delle pagine scritte del romanzo. Anche per questa differenza a chi ne è stato lettore consiglierei la visione del film di Anderson nel quale potrà ritrovare quelle atmosfere e quelle riflessioni sulle similitudini emotive e intellettive tra uomo e animale, attraverso un racconto di immagini che riempie gli occhi e regala piacevoli sensazioni sonore ma perfino una nuova chiave interpretativa della storia stessa; viceversa a chi ha visto magari invece prima la pellicola e l’ha apprezzata suggerirei comunque la lettura del romanzo di Herzog per immergersi tra le pagine di una storia coinvolgente e stimolante anche nell’attenzione sulla umana caratteristica, prevalente tra qualsiasi altro essere vivente, di attaccare la propria specie.

Per chi fosse interessato al libro:

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Exuvia

Ammetto che non sapevo cosa fosse l’exuvia prima dell’uscita dell’ultimo disco di Caparezza, ma come spesso accade con questo rapper-autore pugliese che sembra davvero “tutto un groviglio dentro e fuori il cranio” in tutta la sua profondità e unicità, c’è sempre qualche nozione in più da raccogliere nell’ascoltare ma anche soprattutto nel leggere un suo disco.

L’uso del verbo leggere nel suo caso mi sembra perfettamente pertinente, proprio perché ciò che caratterizza la sua produzione non riguarda solo l’aspetto prettamente musicale, la sua abilità nel creare o meno sonorità accattivanti e canzoni adatte al passaggio in radio, ma anche la componente linguistica con cui costruisce la struttura narrativa di ogni album.

Anche questa volta è riuscito a raccontare una storia in musica, a creare una visione di insieme partendo da un’idea, la fuga, e a dipanarla per ogni traccia musicale del disco.

Il viaggio avviene attraverso un fitto bosco, una sorta di “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura” dove il suo io canterino diventa non solo narrante ma errante come Dante, anche se non attraverserà mondi ultraterreni fino alle cime eteree del paradiso, il suo sarà un percorso tutto interiore verso un nuovo io musicale e forse anche personale.

Magari qualcuno resterà deluso nel non trovare preminente quel ruolo di “pungolatore sociale” che da sempre lo caratterizza, come lui stesso si è definito in una recente intervista, ma potrà comunque apprezzarne il rinnovato impegno a una creatività libera e sempre in costante ricerca. Probabilmente anche per questo, per questa sua attitudine alla sperimentazione, al tendere sempre verso nuovi percorsi, riesce a essere così longevo artisticamente e a conquistare un pubblico che si estende anche alle nuove generazioni. Perché riesce ancora a incuriosire, perché ha la capacità ancora e nonostante tutto di sorprendere, cosa che non accade a molti suoi colleghi fossilizzati invece nella stessa linea musicale e senza variazioni sui contenuti anche con lo scorrere degli anni e dell’età.

Il lavoro di scrittura che c’è dietro e dentro ogni brano e che supporta la costruzione dell’intero scenario del suo disco, ha sempre qualcosa di interessante e singolare, non solo per i calembour, i doppi sensi e le rime che sa giostrare con maestria, ma anche per i richiami e le citazioni eclettiche e vorticose che coinvolgono il fruitore non solo nell’ascolto delle canzoni e che lo stimolano alla ricerca e alla scoperta di quel che si accenna per approfondirlo fuori di esse. Ancor più in tempi come i nostri con le enormi opportunità che la tecnologia di Internet offre a portata di mano, con la possibilità di attingere informazioni in rete saltando con rapidità da un’immagine a una pagina di un’enciclopedia, dove basta un clic per aprire mondi di sapere immensi da Wikipedia a Youtube.

Per questo lo considero non solo un musicista da ascoltare, ma in modo inscindibile anche un autore da leggere. Questo disco infatti lo si può sfogliare come un libricino e seppure i brani sembrano ancora avvolti da un velo di inquietudine, così come era stato nel lavoro precedente Prisoner 7o9, la grafica interna al cd è davvero un tripudio di accese tonalità segno di un passaggio anche visivo rispetto a quel monocromatico bianco/nero.

Il prologo è lo sguardo al passato, alla sua carriera negli anni novanta; il presente è protagonista dei capitoli centrali tra le contraddizioni dell’essere un Eterno paradosso e le riflessioni sulle parole che sembrano perdersi nel vuoto di una città fantasma come Pripyat; fermo nel bivio di una Scelta e nel tentativo di ribellione verso una natura di stampo leopardiano, eppure comunque alla ricerca della meraviglia perduta di cui l’Alice di Lewis Carroll resta l’emblema. L’epilogo inizia nel dialogo con la morte, Certa per tutti, ma che lo spinge verso un orizzonte futuro in una trasformazione finale che lo vede lasciare come ultima traccia del disco proprio la sua “Exuvia”. Il calco perfetto dell’immagine di ciò che era e mai più sarà, diretto ormai altrove e magari verso la stesura della prossima opera.

Con Caparezza non consiglierei dunque solo un buon ascolto delle note, ma anche una buona lettura dei testi e di quelle letture che magari le sue parole suggeriranno e stimoleranno ad intraprendere al di fuori delle sue canzoni. 

Manco la pandemia il Festival se lo porta via

Stasera comincia il Festival di Sanremo con Amadeus, Orietta Berti e Fedez, per citare solo il meglio…

Il resto del palinsesto televisivo si azzera perché la concorrenza non si addice alla settimana canterina dalla Liguria. Del resto da anni ormai c’è un misto di varietà umana proveniente dai vari programmi e talent Mediaset e dintorni lì sul palco della Rai, che tutti gli interessi economici sono trasversali.

Stasera dunque inesorabile prende il via il solito carrozzone televisivo del già visto e già sentito, “polemiche” annesse al pacchetto mediatico comprese.

In pandemia forse però la fatica è già tanta e quindi un motivo in più per spegnere la tv e aprire un libro

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Un libro ti salva la vita

Non si direbbe capace di un tale potere per un oggetto dall’aspetto così modesto, dalle forme piatte e rettangolari poco accattivanti, eppure un libro potrebbe essere invece l’ausilio davvero più appropriato per trascorrere indenni queste giornate.

In tempo di Covid come il nostro non c’è dubbio che possa fungere da strumento di protezione più efficace della mascherina e del gel igienizzante, poiché è l’emblema del distanziamento sociale. Se si tiene un libro in mano in bella vista sarà più probabile tenere le altre persone alla larga, perché nella nostra epoca dove tutto è digitale e in rete molti lo considerano un oggetto inutile: non ha App, non può fare foto, non può pubblicare nulla, non si può usare per comprare nulla sul colosso delle vendite online, non mette like o cuoricini quindi è davvero fuori tempo. Certo può dare delle risposte ma devi saper consultare almeno l’indice o se si tratta di un dizionario conoscere almeno l’alfabeto e dunque il susseguirsi delle lettere ed occorre più tempo rispetto a una parola scritta su un motore di ricerca su Internet, ed è lì che molti abbandonano abituati alla frenesia del tutto rapido, tutto subito.

Considerando poi il fatto che leggere è un’esperienza principalmente individuale, un momento di estraneità da ciò che ci ruota intorno, persone e situazioni, un modo per andare altrove e per immergersi in un’altra dimensione passando per una percezione del tutto personale e solitaria, ecco che l’isolamento sociale anticovid è servito e dunque non può che fungere come miglior dispositivo di prevenzione per bloccare la diffusione del virus.

Inoltre tralasciando per un momento la pandemia, che gentilmente e simpaticamente ci accompagna ormai da un anno e sembra proprio non essersi ancora stancata del genere umano, io non ignorerei un altro aspetto di questo estraniamento letterario da cui trarre giovamento in questo periodo: la possibilità di silenziare il circo mediatico che da qualche settimana trascura persino il Coronavirus e la tabella dei suoi numeri, per elargire una narrazione unica imbastita persino da un identico lessico che rimbalza ripetutamente tra i tanti esperti di informazione-comunicazione chiusi nel loro mondo di interessi troppo spesso distante dalla realtà quanto quello della politica. Insomma in queste settimane per qualcuno potrebbe essere pure più salutare tenere la tv spenta, non sfogliare quotidiani, non aprire un sito di informazione online, tanto gli extraterrestri non sbarcano e possiamo stare tranquilli che non ci prenderanno di sorpresa, quindi possiamo anche evitare di essere informati su tutto ciò che succede in questo pianeta minuto per minuto per qualche tempo.

Per chi insomma si sente alieno al pensiero unico, alle convenzioni, alle abitudini comuni, alle mode, al fare “quello che fanno tutti” dagli account sui social ai selfie e alle foto delle pietanze del giorno da condividere con innumerevoli amici-followers della vita virtuale del web, leggere può diventare un atto di trasgressione in tempi normali e di questi tempi pure un’azione di salute pubblica. Tenere in mano un libro anziché lo smartphone ti fa apparire già “diverso” agli occhi del mondo, crea un immediato distacco con esso e averne dunque uno sempre disponibile può diventare un’efficace arma di protezione sociale. Se in treno, in metropolitana o in qualche fila di attesa non vuoi che nessuno ti attacchi bottone con le solite ciance, appena qualcuno ti rivolge la parola con tali intenzioni prendi un libro fra le mani e tuffaci il viso così starai al sicuro.

Certo forse non protegge da chi di libri ne ha letto a frotte e non manca mai di sottolinearlo e di vantarsene come fosse indiscutibilmente una medaglia di superiorità intellettiva, da chi usa la lettura insomma come autocelebrazione o esposizione di erudizione personale, perché ovviamente le forme di egocentrismo e narcisismo non passano solo con i selfie sui social. Però in quel caso si potrebbe tirare fuori un libro di Volo o Moccia per allontanarli…no, non sarebbe di qualche utilità averne una copia neppure in quel caso, neppure per raddrizzare un tavolino sghembo… Allora meglio la saga di Harry Potter anche se avete 50 anni, oppure qualche graphic novel di Zerocalcare per pensare e sorridere senza limiti di età. Si sentiranno già appagati nella loro superiorità culturale a un solo sguardo e sarà molto improbabile che vi rivolgano troppa attenzione.

Il libro in conclusione è un strumento che si può adattare alle diverse circostanze e fungere da supporto di salvataggio perché, anche se non si direbbe vedendo quell’oggetto anonimo a forma di scatola rettangolare, talvolta dalla copertina può aprirsi una porta come un’uscita di sicurezza dal fragore fastidioso o monotono della vita.

Messaggio ai naviganti di ComproVendoLibri

Qualcuno forse avrà visto che il sito di ComproVendoLibri in questi ultimi giorni risulta insolitamente chiuso e silenzioso, non per via dell’ultimo DPCM visto che il Covid-19 almeno nel mondo virtuale della rete per fortuna non si diffonde, ma  per un momentaneo  problema tecnico ormai  in via di risoluzione.

Come un albero di natale colorato e brillante che è rimasto inarrestabilmente acceso in queste giornate di festa, il noto Mercatino del Libro Usato del web deve aver avuto qualche lucina affaticata dalle tante e intense ore di festa che improvvisamente si è spenta mandando in tilt tutto il circuito.

Ma come ho scritto è un blocco del tutto passeggero, quindi armandosi di un pizzico di pazienza bisognerà solo aspettare perché il sito tornerà prestissimo a illuminarsi e a illuminare il tempo dei tanti frequentatori-lettori che nei suoi lidi vi approdano ogni giorno.

E anche quest’anno è Natale

<<L’anno venturo non voglio che succeda come quest’anno>> si dice ogni volta. <<L’anno venturo prepareremo ogni cosa in tempo>> ma ogni volta il Natale ci coglie di sorpresa e noi dobbiamo rimediare a tutto in fretta e furia e alla bell’e meglio.
Ma ogni volta il Natale ci porta una nuova favola da raccontare a noi stessi per consolarci del Natale che ci è sfuggito ed è caduto nell’abisso del tempo.
(Giovannino Guareschi)

Anche nella vita in fondo si cerca spesso di prepararsi in tempo, ma anche quella ci coglie sempre di sorpresa.

Le rughe dei libri

Un aspetto affascinante dei libri consiste nel fatto che non sono solo contenitori di storie, messaggi e significati ma anche oggetti tangibili dotati di una dimensione fisica e che nella loro materialità sono provvisti dunque anche di un proprio percorso di vita. Hanno un anno di nascita un po’ come gli esseri umani, anche se a differenza loro possono vivere molto più a lungo.

Un libro usato può raccogliere nel tempo i segni della sua esistenza e le tracce d’uso di chi ne è stato il proprietario. Pieghe, strappi, scritte, sottolineature, scollature, bruniture e fioriture sono i tratti distintivi del suo viaggio nel mondo così come le rughe, alcuni malanni e il bianco dei capelli lo sono per noi.

Un volume invecchia ma non nasconde la sua età, i cambiamenti come le imperfezioni degli anni che passano sono inevitabili e nel suo caso non condannabili, possono anzi essere espressione di maggiore attrazione proprio perché testimonianza delle tracce del suo tempo. Non appaiono come qualcosa di negativo da nascondere come è imperativo per gli individui nella società d’oggi, costretti a nascondere ogni minimo segno dell’età che passa, a spostare sempre più lontano gli anni che avanzano.

Un libro vintage non ha bisogno di fare chirurgia plastica per stirare le pagine, punturine di Botox per modificare l’anno di edizione, applicare tinture sulla copertina sbiadita per mostrarsi sempre fresco di stampa in un inutile tentativo di fermare il tempo all’inseguimento di una giovinezza irreale e impossibile. Al limite cerca solo di conservarsi integro nel suo insieme e ancora leggibile, dunque “in salute”, e in questo è certamente ben più saggio di molti esseri umani.

A volte capita che un’opera antica ma mai estinta come L’Iliade e l’Odissea pubblicata e diffusa nei secoli, combaci con una data di edizione ugualmente lontana e risulti dunque doppiamente preziosa, come le edizioni italiane dell’aprile del 1944 nell’immagine sovrastante.

E allora la storia si sovrappone alla storia, quella del classico immortale della letteratura greca si incrocia con quella della pubblicazione nell’Italia della Seconda Guerra Mondiale e di chi ne è stato in quegli anni lettore e proprietario. L’emozione della lettura di un testo si sovrappone all’emozione dell’età della copia che si tiene tra le mani, come una ruga del tempo che si poggia su un’altra per solcare insieme in tal caso il volto della storia.

Per chi volesse approfondire:

https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=78131752&db=

https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=78131748&db=

Indimenticabile Gigi Proietti

Gigi Proietti uno degli ultimi giganti della storia dello spettacolo del nostro paese ci lascia il giorno della ricorrenza dei defunti, il giorno in cui ottant’anni fa era nato e sul quale amava scherzare con quell’inesauribile ed elegante ironia che lo ha sempre contraddistinto.

Come il grande attore e mattatore che è sempre stato, non poteva scegliere un giorno qualunque per uscire di scena anche dal teatro della vita.

Il sipario per lui non potrà però mai abbassarsi del tutto, la sua brillante estrosità artistica e la sua briosa romanità resteranno eternamente in scena.

LA STRADA MIA

La strada è lunga, ma er deppiù l’ho fatto:

so dove arrivo e nun me pijo pena.

Ciò er core in pace e l’anima serena

der savio che s’ammaschera da matto.

Se me frulla un pensiero che me scoccia

me fermo a beve e chiedo ajuto ar vino:

poi me la canto a seguito er cammino

cór destino in saccoccia.

(Trilussa)

Spettri letterari per Halloween

Non c’è bisogno di essere una stanza ,
non c’è bisogno di essere una casa,
per sentirsi infestati dai fantasmi.
La mente ha corridoi più vasti di uno spazio materiale.

È assai più sicuro un incontro a mezzanotte
con un fantasma esterno,
piuttosto che affrontare dentro di sé
quella presenza ben più raggelante .
È assai più sicuro galoppare
tra le minacciose pietre tombali di una abbazia,
piuttosto che incontrare inermi ,
in solitudine, il proprio io…
(Emily Elizabeth Dickinson)

Storie di fantasmi di Edith Wharton; Gruppo Editoriale Newton; pagine 283: https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=77790584&db=

I racconti di fantasmi di un antiquario di Montague Rhodes James; Skira Edizioni; pagine 111: https://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=77790598&db=