Absolutely Ennio Morricone

Non c’è modo migliore di concludere l’anno e aprirsi a quello che verrà, se non quello di partecipare a un concerto, e nel periodo delle festività natalizie le occasioni di solito non mancano.

Perché la musica conforta, innalza, riporta alla mente ciò che è stato ieri ma la fa anche viaggiare altrove verso il domani. Al di là di qualsiasi siano i gusti musicali dinanzi alla qualità artistica, alla maestria e all’abilità di musicisti virtuosi non altro si può fare che lasciarsi catturare ed emozionare.

In queste settimane di fine anno la pianista Gilda Buttà insieme al violoncellista Luca Pincini e al flautista Paolo Zampini portano a teatro Absolutely Ennio Morricone, concerto e progetto anche discografico dedicato al noto maestro con il quale per molti anni hanno collaborato, ricreando le atmosfere musicali delle più celebri colonne sonore che lo hanno reso tra i più importanti autori del cinema internazionale.

Assistere a un concerto di musicisti di grande talento ed esperienza credo sia un’esperienza unica, non solo per la bellezza armoniosa dell’ascolto delle loro esecuzioni ma anche per la possibilità di ammirarne la presenza scenica, soprattutto per poter vedere questi artisti suonare. Vedere quali e quanti effetti sonori, ritmi, sensazioni siano capaci di riprodurre e realizzare con un solo strumento è qualcosa di magico, qualcosa che per un momento sembra condurre lo spettatore in una dimensione poetica oltre la materialità dello spazio e della realtà che lo circonda.

Dall’apertura con le note piene di energia e tensione di Indagine su un cittadino al di sopra ogni sospetto, passando per le melodie malinconiche e indimenticabili di C’era una volta in America fino alla chiusura con sonorità maestose e allo stesso tempo ricche di speranza di Mission, non a caso il violoncellista Pincini augurando alla platea un buon anno  ha aggiunto “pensiamo porti bene” per spiegarne la scelta come brano appunto conclusivo del concerto, non si può che restarne incantati.

E nel lasciare il teatro a fine serata avere la certezza che con la musica, forse più di qualsiasi altra forma d’arte, si possa davvero volare lontano e sperare di scorgere orizzonti migliori.

Chi ha inventato Babbo Natale?

Se vi siete mai posti questa domanda, se vi siete mai chiesti da dove arrivi una figura trasversale ed eterna come quella del bonario panzuto che viaggia su una slitta volante da una parte all’altra dell’emisfero alla fine di dicembre, o se vi siete domandati perché sia nata e perché si rinnovi ogni anno senza perdere vigore, in questo libro troverete le risposte più avvincenti ed esaustive.

Ma la particolarità e preziosità di questo saggio di Arnaud D’Apremont è anche quella di non rispondere solo a quesiti che riguardano il personaggio Babbo Natale, bensì di offrire una visione di analisi e ricerca del patrimonio popolare e folkloristico ben più ampia.

Partendo dai tempi più remoti e citando noti studiosi di antropologia, l’autore arriva infatti a tracciare una mappa temporale e geografica che conduce il lettore in uno straordinario giro per i secoli e per il mondo, dimostrando come le festività natalizie e le personalità che ne sono diventate protagoniste nell’immaginario collettivo, siano un insieme di tradizioni, ricorrenze e pratiche antichissime di popolazioni varie e lontane che hanno segnato la storia dell’umanità in luoghi e momenti storici diversi e che incrociandosi e contaminandosi le hanno trasformate nel tempo.

Quella di Babbo Natale è di fatto una personificazione natalizia che rimbalza nelle epoche e nei paesi diventando la più longeva e più celebre proprio perché ha raccolto in sé in un’armoniosa sintesi un insieme di figure preesistenti, dal dio Odino-Wotan a San Nicola, create e tramandate con lo scopo di rafforzare delle usanze e delle credenze. L’immagine moderna che ha preso il sopravvento è quella del bonario vecchietto vestito di bianco-rosso, come i colori del marchio della Coca-cola statunitense che lo aveva usato da promoter all’inizio del novecento, più edulcorata rispetto al passato così come quelli che erano i suoi accompagnatori un tempo maligni e dispettosi simbolo delle paure che fungevano da monito divenuti in questi tempi elfi magici e aiutanti fedeli.

Leggere questo libro significa dunque intraprendere un viaggio a ritroso per capire e conoscere prima di tutto l’origine del Natale e il suo messaggio, i cambiamenti che ne hanno segnato l’evoluzione avvenuti in concomitanza con il mutare delle festività di dicembre nate prima come celebrazioni del solstizio di inverno e il risorgere di un nuovo sole, e identificate poi come nascita di un dio con l’avvento della religione cristiana. Un cammino di scoperta che ci rivela anche perché e come si sia nata la necessità di creare una personificazione del Natale, una figura che si è trasformata e rafforzata raccogliendo in sé secoli di tradizione, storia religiosa e folklore delle varie latitudini del pianeta.

Il titolo e la copertina sembrano soffermarsi solo sul racconto della storia del protagonista di tanta narrativa letteraria e cinematografica a tema natalizio, ma in realtà la lettura appassionante che offrono le pagine di questo libro è più vasta e oltre a scoprire chi sia Babbo Natale il lettore avrà modo di conoscere quali e quanti siano i legami tra i popoli e gli scambi tra i rispettivi patrimoni culturali che si sono incrociati e influenzati modificandosi nei secoli.

La vera storia di Babbo Natale di D’Apremont è un libro che partendo alla scoperta di una creatura immaginaria e della sua ricca simbologia, ci parla soprattutto della realtà umana e degli uomini; delle loro paure, delle loro esigenze e speranze, e di come abbiano cercato di affrontare le une e mantenere vive le altre sin dai tempi più antichi della loro esistenza.

Per chi volesse approfondire La vera storia di Babbo Natale di Arnaud D’Apremont

Disobbedienza civile

Le manifestazioni non sono mai inutili, chi sostiene il contrario probabilmente si è arreso o preferisce un comodo e passivo silenzio a un rumoroso dissenso.

Le manifestazioni per la pace servono ancora di più.

Prima di tutto per chi vi aderisce o vorrebbe farlo, perché incontrarsi fisicamente e vedere con i propri occhi quante siano le persone che scelgono di ribellarsi a chi impone scelte politiche a favore della guerra, a chi sperpera denaro pubblico a favore degli investimenti militari e a chi sostiene tutto ciò perpetrando di fatto una propaganda bellica, è già un primo passo verso la visione concreta di un orizzonte diverso. Ma servono anche e soprattutto a mostrarsi nella propria reale, compatta e ingombrante presenza, agli occhi del proprio paese e del mondo, a chi non vorrebbe sentire e vedere voci e volti della contestazione per non doverne riconoscere nemmeno l’esistenza.

I cortei per la pace hanno il potere di smuovere coscienze, hanno la forza di sollevare e diffondere un messaggio anche solo visivo con appunto la loro esistenza, come la manifestazione Europe for peace che si è tenuta ieri a Roma e alla quale hanno partecipato migliaia di persone tra associazioni diverse e cittadini comuni.

Il messaggio che sia sempre non solo importante ma necessario, ribellarsi alla barbara retorica bellica di cui l’umanità ancora prigioniera della sua bestialità non riesce a liberarsi, a chi riduce la guerra a uno scontro tra buoni e cattivi, al tifo per una partita di calcio. Quando è solo il mezzo di una bieca minoranza per accrescere interessi economici e forme di potere a scapito della vita di tutti gli altri.

Il cammino per contrastare la rappresentazione di ‘guerra necessaria’, ‘guerra giusta’, ‘operazione umanitaria’ come si usa oggi, è lungo e complesso ma non potrà mai arrestarsi.

Atmosfera letteraria nella notte delle anime

“E quando mi sdraiai nel letto, e spensi la candela, sentii che mi stavo abituando, e che la sensazione non era così diversa dall’abbandonarsi in uno dei sofficissimi materassi di mia zia. Chiusi gli occhi con questa immagine, e quando li riaprii doveva essere passato diverso tempo, perché la stanza era diventata fredda e immobile. Venni svegliato da quella strana sensazione che conosciamo tutti…la sensazione che in camera fosse entrato qualcuno che prima non c’era. Mi alzai sul letto e scrutai nel buio. Nella stanza era buio pesto, e all’inizio non vidi nulla; lentamente però, un debole luccichio ai piedi del letto si tramutò in due occhi che mi fissavano. Non riuscivo a distinguere il resto della faccia, ma mentre li guardavo, gli occhi diventavano sempre più distinti: emettevano luce”.

Brano tratto da Storie di fantasmi di Edith Wharton

“Rimase in piedi accanto al corpo nella luce pallida, aggiustandole i capelli e dando il tocco finale alla semplice toiletta, facendo tutto meccanicamente, con una cura inespressiva. Ed ancora attraverso la sua coscienza corse una sensazione interiore di convincimento che tutto fosse giusto, che l’avrebbe avuta come prima e che ogni cosa sarebbe stata spiegata. Non aveva alcuna esperienza del dolore; la sua capacità di sopportarlo non si era allargata con l’allenamento. Il suo cuore non poteva contenere tutto e la fantasia non poteva concepirlo nella giusta maniera. Non sapeva di essere stato colpito così duramente; questa consapevolezza sarebbe sopravvenuta in seguito e non lo avrebbe lasciato mai più. Il dolore è un artista dai poteri così diversi quanti sono gli strumenti su cui suona i canti funebri per il morto, evocando da alcuni le note più acute, più stridule; da altri gli accordi bassi, solenni, che vibrano ritmicamente come il lento rullare di un tamburo lontano. Esso spaventa alcuni tipi e ne stupisce altri. Ad uno giunge come il colpo di una freccia, che ferisce pungendo acutamente; ad un altro come il soffio di un randello, che paralizza nel frantumare”. 

Brano tratto da Racconti neri e dell’irreale di Ambrose Bierce

Passaggi di vita

La vita è un cammino costellato di passaggi continui, come porte che si raggiungono e si attraversano per tutta un’esistenza.

Ogni individuo percorre i propri durante i tempi della vita, che siano quelli della crescita, della giovinezza-maturità o della vecchiaia.  Momenti di transizione che determinano imprescindibilmente un cambiamento, che prevedono il distacco da uno stato noto fino all’adattamento a uno stato nuovo.

La crescita di un individuo consiste in fasi di costante mutazione fisica e mentale, ma anche nell’età adulta il percorso che si compie riserva periodi di mutamento più o meno previsti ma anche imprevedibili. Sono molteplici le situazioni nuove che possono verificarsi e sovvertire l’equilibrio raggiunto, da quella di diventare genitori al dover affrontare l’avvento improvviso di una malattia o la perdita di un familiare. La capacità di riadattarsi e di trovare una nuova stabilità dinanzi a condizioni che non sono più quelle precedenti, che segnano un momento di rottura con il passato può essere difficoltoso e può generare nella psiche di una persona delle crisi anche profonde, proprio perché il passaggio a una situazione ignota che si deve imparare a conoscere e a gestire e ancor prima ad accettare, destabilizza. La parola crisi deriva dal greco κρίσις e significa appunto ‘discernimento-separazione’ ma anche ‘punto di svolta’.

In questo libro Passaggi di vita, l’autrice Alba Marcoli si focalizza proprio sul punto di svolta che un passaggio di vita con le sue difficoltà può avviare nella dimensione psicologica e nei sentimenti di una persona. Questo è il tema che si dipana nei suoi diversi aspetti in vari capitoli sempre introdotti da stralci di opere e citazioni tratte dal mondo letterario, nei quali vi è raccolto il racconto delle esperienze dirette e personali di chi quei passaggi di vita li ha compiuti superando le inevitabili difficoltà annesse. Sono tante le storie umane che si possono leggere tra le pagine, le testimonianze di chi ha superato le proprie resistenze al cambiamento quale sia stato, di chi ha saputo trovare nuove energie per riadattarsi a circostanze ormai mutate. È proprio la rottura con una condizione precedente che  può generare una crisi, il doversi adattare al nuovo sconvolge e richiede tempo a ogni età della vita.

Lo scopo di questo saggio è dimostrare quanto sia importante riconoscere il valore del tempo necessario ad affrontare un passaggio di vita, un cambiamento e la crisi che ne può derivare, e quanto sia importante non evitare di rapportarsi a questi eventi per timore. Solo affrontandoli si possono superare, si può andare oltre portando con sé un bagaglio più attrezzato, un patrimonio mentale ed emotivo più solido da cui ogni individuo trae forza e nuovi strumenti per affrontare il presente e i giorni del futuro. Un’analisi sul divenire dell’esistenza che offre anche molti spunti di riflessione, e propone il modo di vedere le difficoltà che determinano un momento di transizione e cambiamento, come delle opportunità per fortificarsi, per gestire la vita in modo più consapevole e sereno.

Un punto fondamentale del vivere è il tempo necessario per trovare un adattamento a ogni evento che cambia in qualche modo la nostra vita. Quello che Racamier chiamava ‘il tempo della crisi’, (…) la possibilità di attraversare e vivere il dolore completamente, dall’inizio alla fine, come per ogni cosa. Solo così anche un dolore si può consumare e attenuare, liberando delle energie mentali che possano, a poco a poco, col loro tempo, permettere in seguito di continuare a vivere e di costruire dei nuovi legami col mondo e le persone

Brano tratto da Passaggi di vita di Alba Marcoli

Una settimana in una casa tranquilla

Nel leggere il nome Neruda sulla copertina di un libro il pensiero immediato vola verso il noto poeta cileno, eppure il nobel per la letteratura nel 1971 che morì nel 1973 durante il sanguinoso golpe cileno che portò al potere lo spietato dittatore Augusto Pinochet, si chiamava in  realtà Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto. Solo nel 1920 quando iniziò a pubblicare i suoi scritti assunse uno pseudonimo, scegliendo come cognome Neruda proprio in omaggio a Jan Neruda autore ceco vissuto tra il 1834 e 1891.

Questo volume edito da Lucarini nel 1989 estrapola e propone uno dei Racconti Malá Strana pubblicato nel 1878, l’opera più celebre dello scrittore ceco, tra i più importanti rappresentanti della letteratura cecoslovacca del Novecento, e di cui Pablo Neruda fu grande estimatore.

“Alla fine ci appare un minuscolo mosaico della società ceca dell’epoca, ma che può benissimo costituire un piccolo inventario della tipologia umana. Per uno scherzo del caso, che anche in questo racconto si diverte a sconvolgere i piani umani, il nome di Neruda è diventato famoso nel mondo associato a quello del poeta cileno Pablo, il quale lo scelse come pseudonimo proprio dopo aver letto i Racconti di Malá Strana”.


Nota introduttiva a Una settimana in una casa tranquilla-Jan Neruda

L’Exuvia tour e il rito di passaggio

Siamo tutti di passaggio ricordava Franco Battiato nella sua energica canzone Di passaggio.

Passaggio nel senso di esistenza in transizione, ciò che caratterizza la vita stessa che non può essere per sua natura statica e immobile. È proprio questo pulsante cambiamento che si celebra come un rito nell’Exuvia tour di Caparezza, iniziato a fine giugno e che terminerà prima della metà di agosto. Per ben due ore e mezzo di concerto intense ed esplosive il rapper molfettese racconta una storia di mutazione dentro la “selva” della sua dimensione creativa fatta di profondità e leggerezza, di riflessione e ironia, di cultura, arte e musica dirompente.

Uno spettacolo costruito su un accurato lavoro di scrittura, un impianto narrativo che si sfoglia come le pagine di un libro, un cammino che si percorre quasi tra gli atti di una pièce teatrale nei quali si viene accompagnati direttamente dall’autore e dalla sua voce narrante.

L’impatto visivo non solo sonoro è di notevole effetto, tra colori brillanti, luci cangianti che fendono lo spazio scenico, costumi di pregiata fattura e scenografie artigianali maestose e immaginifiche, dalle quali lo sguardo dello spettatore non può che lasciarsi rapire in un turbinio di multiforme spettacolarità. Un concerto che non è dunque “solo” un concerto, ma uno show che si compone di tanti tasselli d’arte attingendo da varie fonti e dando vita a diverse espressioni artistiche, dal musical all’opera letteraria, dal teatro dei burattini alla commedia dell’arte.

Non mancano battute ironiche e pensieri più profondi perché le parole restano alla base di tutto, perché di parole fitte e dense sono composte le canzoni dei suoi dischi e con esse il pensiero e il messaggio che in sé custodiscono ed elargiscono a chi saprà leggerle con l’opportuna premura e magari persino empatia. Non a caso da quel palco si ascoltano riflessioni sull’importanza del saper davvero comunicare in un’epoca di iper-connessione come la nostra, e della responsabilità individuale che ciascuno dovrebbe sempre considerare nel prendervi parte. 

Si cita Ariosto e si celebra Van Gogh, ci si sofferma a parlare di morte con La Certa scritta come un’opera letteraria sotto forma di un’epistola piena di vita dove l’immagine della triste mietitrice si rovescia in quella di una benevola motivatrice, per la quale sul palco si ritaglia un momento di intimità riflessiva e lo spettacolo si spoglia di orpelli diventando essenziale e lasciando spazio alla solennità musicale del brano. Si ascoltano quasi tutte le tracce dell’ultimo disco Exuvia, ma ci si scatena in balli liberatori sulle note che “dalla luna” rigettano ogni forma di razzismo e “dalla Puglia” si oppongono all’inquinamento ambientale e sfruttamento umano, non mancano infatti i pezzi più popolari quelli che hanno segnato la sua longeva carriera. Un cammino artistico iniziato dalla gavetta, un tempo di formazione che oggi sembra non esistere più per personaggi che raggiungono la notorietà sempre più giovani e acerbi secondo l’input dell’uso e consumo, del tutto e subito, del “non perdere tempo” che la società odierna è impegnata a trasmettere. Il suo è stato un percorso invece di evoluzione, proseguito negli anni, perché il rinnovamento e l’esigenza di ricerca sono sempre stati la sua cifra stilistica. Una crescita che trova modo di rendersi visibile anche nella realizzazione dei concerti, affinati negli anni e di cui l’Exuvia tour ne rappresenta una nuova più raffinata manifestazione.

Lucio Battisti sosteneva che un artista non può camminare dietro al suo pubblico, ma deve camminare davanti” e probabilmente Michele Salvemini  proprio per questo riesce a coinvolgere ancora le generazioni che lo seguivano agli esordi e a conquistare ininterrottamente quelle più giovani raccogliendo a ogni data del tour un pubblico eterogeneo e trasversale anche per età anagrafica. Uno spettacolo unico di cui ci si può fare un’idea curiosando tra le numerose immagini in giro per la rete ma che nessuna fotografia, neppure quelle più affascinanti di autorevoli e talentuosi professionisti, potrà mai restituire se ammirato dal vivo e fruito con i propri occhi.

A conclusione una mia piccola digressione personale… mi è mancato l’ascolto di alcune canzoni del passato come credo accada a chiunque in queste occasioni, quando si hanno delle preferenze nell’ampio repertorio di un musicista. Una è La mia parte intollerante, che prendeva un silenzioso sopravvento in me quando a concerto più che avviato si creava un viavai di persone che continuavano a spostarsi da una parte all’altra per prendere bevande o altro, del tutto incuranti degli altri astanti che perdevano ogni volta il filo di ciò che avveniva sul palco. Un’altra è Non siete stato voi che come Povera patria di Battiato trovo purtroppo per noi sempre attuale, e che poteva essere a tema per coloro che dopo essersi ben rifocillati come se nulla fosse gettavano a terra bottiglie e bicchieri di plastica, come se non ci fosse appunto nessun responsabile, creando cumuli su cui tra l’altro si finiva per fare i funamboli per tutta la serata. L’ultima è Fai da tela, una canzone sincera che l’autore ha rivolto al proprio pubblico e che chiunque si accosti alla sua produzione musicale dovrebbe a mio parere non far cadere mai nell’oblio.

Un Viaggio di Tre Minuti alle Origini del Tempo

Di questi tempi, dopo due anni di una pandemia che sembra infinita, dell’ennesima sanguinosa guerra tra esseri umani, di cambiamenti climatici e di una pesante siccità, leggere un libro come questo saggio di Steven Weinberg, Premio Nobel per la fisica nel 1979, per intraprendere un viaggio al principio di tutto, andare a ritroso fino all’origine dell’universo e del mondo che conosciamo, potrebbe farci vedere tutto ciò da un’altra prospettiva.

Uno sguardo verso l’alto, verso l’oltre, per osservare e comprendere meglio non solo la terra fisica e il principio della sua esistenza, ma anche per ricordare l’importanza di porsi domande su di essa e sulla vita di cui facciamo parte.

“Gli uomini e le donne non si accontentano di consolarsi con miti di dei e di giganti o di restringere il loro pensiero alle faccende della vita quotidiana; costruiscono anche telescopi e satelliti e acceleratori, e siedono alla scrivana per ore interminabili nel tentativo di decifrare il senso dei dati che raccolgono. Lo sforzo di capire l’universo è tra le pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole un po’ della dignità della tragedia”.

Citazione tratta da: I primi tre minuti – Steven Weinberg

Il Cigno Nero e l’Imprevedibilità della Vita

Dimenticate il mondo del balletto e Il lago dei cigni, spegnete la sinfonia di Čajkovskij se ha preso a risuonarvi nelle orecchie e non pensate proprio a Natalie Portman. Il film di Darren Aronofsky non c’entra assolutamente niente.

Il significato che riguarda il “cigno nero” del titolo del libro che appare in foto, è in questo caso di ben altro genere. Non rappresenta il lato oscuro di un individuo o il male come forza dell’universo opposta al bene, è bensì in questo caso l’emblema dell’imprevisto.

Fino al 1697 non esisteva notizia sull’esistenza di cigni che avessero un piumaggio differente dal colore bianco, la convinzione era appunto che in natura non esistessero per quella specie animale degli esemplari dalle piume scure. Almeno fino a quando in quel preciso anno nel continente australiano, non venne avvistato e scoperto un cigno nero dall’esploratore olandese Willem de Vlamingh.

Questo episodio, che dimostrava quanto certe convinzioni possano chiuderci in una visione rigida e limitino la nostra conoscenza, offrì a Nassim Nicholas Taleb l’ispirazione per formulare la teoria dell’imprevedibilità. La manifestazione improvvisa del cigno nero aveva permesso di decretare un’esistenza fino ad allora ignorata, diventando per l’autore una perfetta metafora da cui partire per dimostrare appunto quanto la realtà possa mutare davanti a ciò che è inatteso e ignoto, quanto l’imprevisto possa stravolgere certi schemi e rivelarsi una forza dirompente che regola il mondo, quanto sia impossibile prevedere fenomeni ed eventi futuri e quanto appunto l’improbabilità possa governare la nostra vita.

Attraverso un viaggio che tocca varie sponde del sapere (dalla matematica, alla statistica, all’economia, alla scienza, alla storia; dalla letteratura, all’arte, alla filosofia, alla sociologia), valorizzato dal racconto anche di aneddoti su numerose personalità che quei lidi hanno contribuito a creare e coltivare, l’autore conduce il lettore lungo il cammino delle sue analisi che lo hanno portato a elaborare questa teoria e lo guida tra le righe delle sue osservazioni, indicandogli a tratti anche il modo più pratico per aggirarsi tra le varie pagine del suo saggio (soprattutto per chi privo di una formazione e specifica conoscenza matematica come la sua).

Lo stile di scrittura è particolare così come lo è la struttura con cui organizza la stesura del libro, anche nella scelta dei titoli dei capitoli e dei paragrafi spesso creativi e curiosi. Essendo inoltre un professore universitario l’autore è abituato a parlare davanti a una platea di studenti, si avvale pertanto di metodi simili per rivolgersi al lettore cercando di attirarne costantemente l’attenzione e allo stesso tempo perseguendo una linea espressiva chiara e comprensibile per far arrivare il suo pensiero e le sue parole in modo diretto e semplice. Il glossario creato e posto a fine volume è un ottimo strumento da consultare per ordinare e fissare meglio certi concetti che possono aver colpito maggiormente o possono essere sfuggiti al lettore, al quale seppur sia in qualche modo richiesto un certo impegno nell’approcciarsi al testo, un piglio attivo che non lascia spazio a troppe distrazioni, verrà offerto in suo “compenso” del vario e ampio materiale con cui arricchire le proprie conoscenze, i più disparati spunti per approfondire alcuni argomenti e anche un punto di vista nuovo sui cui riflettere nella visione della vita e delle forze che la influenzano e la regolano.

Dal prologo: “Per riassumere in questo saggio (personale) mi espongo e affermo, contro molte abitudini di pensiero, che il mondo è dominato da ciò che è estremo, sconosciuto e molto improbabile (secondo la nostra conoscenza attuale), mentre noi continuiamo ad occuparci di aspetti secondari, a concentrarci su ciò che è conosciuto e ripetuto. Questo implica la necessità di utilizzare l’evento estremo come punto di partenza, non come un’eccezione da nascondere sotto il tappeto”.

Questo è dunque un libro sull’incertezza, sulla casualità della vita e sull’imprevedibilità che può governare il nostro mondo, ma è anche un libro che individuandole cerca di proporre come saperle affrontare al meglio.

Per chi fosse interessato e volesse approfondire: Il cigno nero – Nassim Nicholas Taleb